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Emanuele Tedeschi e le pergamene del Monastero di Sant’Angelo Magno

ASCOLI - Lo studioso: «Nell’incendio della notte di Natale del 1535 la documentazione della cancelleria comunale andò perduta e si salvarono solo i documenti conservati nella chiesa di San Francesco, perciò le pergamene di Sant’Angelo Magno sono una fonte di grande valore per indagare un periodo avaro di documentazione, quello che va dall'XI al XIV secolo»

 

Emanuele Tedeschi

di Piersandra Dragoni

 

Dopo la laurea a pieni voti in Storia e Conservazione dei beni culturali a Macerata, dopo il Diploma di Archivistica, Paleografia latina e Diplomatica a Modena, dopo le collaborazioni con l’Ufficio Arte Sacra e Beni culturali della Diocesi di Ascoli e l’Ufficio Nazionale Beni Culturali Ecclesiastici della CEI di Roma, dopo il lavoro presso l’archivio in Provincia e quello presso l’allora Soprintendenza archivistica e bibliografica delle Marche, nel 2018 Emanuele Tedeschi è finalmente approdato all’Archivio di Stato di Ascoli: «già abituato a mangiare polvere e già perdutamente innamorato di carte e pergamene» chiarisce scherzando (ma non troppo).

Da quel momento, ripartendo dalla sua tesi di laurea, si è dedicato a un lavoro prezioso per tutti coloro che vogliono ricostruire o semplicemente conoscere meglio la storia di Ascoli e dei territori collegati: la regestazione del Fondo di Sant’Angelo Magno. Tempo un po’ più di due anni di impegno certosino ha dato alle stampe con la FAS Editore un «voluminoso volume» dal titolo Le pergamene del monastero di Sant’Angelo Magno di Ascoli Piceno (1028-1460). Regesti. L’argomento è troppo intrigante per non cercare di saperne di più direttamente dallo studioso.

Cos’è il Fondo di Sant’Angelo Magno?

«Raccoglie la documentazione prodotta dalle varie comunità monastiche femminili e maschili che si sono succedute all’interno del monastero di Sant’Angelo Magno: monache benedettine, damianite e clarisse fino al 1460, anno della loro espulsione; poi monaci olivetani e camaldolesi. Le carte coprono un arco temporale che va dal 1028 al 1860, anno della soppressione del monastero a seguito dell’unità d’Italia. E’ un fondo archivistico molto consistente: conserva 678 pergamene (1028-1739), 33 pacchi di carte sciolte (1740-1860) e 109 registri (1460-1860)».

Ed è un fondo archivistico molto importante per la storia della nostra città e dell’intero territorio.

«Esatto. E’ noto che nell’incendio del Palazzo del Popolo della notte di Natale del 1535 – conseguenza degli scontri provocati dagli uomini di Castignano che rivendicavano la loro autonomia – tutta la documentazione della cancelleria comunale andò perduta e si salvarono solo i documenti conservati nella chiesa di San Francesco: ecco perchè le pergamene di Sant’Angelo Magno sono una fonte di grande valore per indagare un periodo avaro di documentazione, specie relativamente ai secoli dall’XI al XIV».

Immagino avrà dovuto superare non poche difficoltà nel suo lavoro di regestazione.

«Sì, criticità grafiche e formali per definire incertezze onomastiche, toponomastiche e datazioni. Per le datazioni, le faccio alcuni esempi: nel medioevo l’anno non sempre iniziava col 1° gennaio poichè spesso partiva dall’incarnazione di Cristo il 25 marzo, in ritardo o in anticipo di tre mesi rispetto al computo attuale a seconda delle zone d’Italia, oppure iniziava addirittura il 25 dicembre col Natale, contando un’unità in più nel millesimo dal 25 al 31 dicembre. Ma anche i giorni del mese si indicavano in diversi modi: nella forma classica del calendario romano che divide il mese in kalende, idi e none, oppure secondo la cd. consuetudo bononiensis che divideva il mese in due quindicine, la intrante mense e la  exeunte mense».

Un po’ di numeri sul «voluminoso volume»?

«(risata fragorosa) Allora: 720 pagine, di cui 116 di introduzione storico-istituzionale e archivistico-documentaria, 496 note, 184 pagine di indici e 16 di tavole fotografiche».

Parliamo delle badesse: chi erano e come gestivano il monastero?

«Almeno fino alla metà del sec. XIII, la maggior parte dei nomi di badesse e monache richiama origini longobardo-franche: Odoisa, Adelberga, Doda, Raimberga, Annelda, Amelgarda, Dasdamia, Marsibilia, Umelia. Il monastero, probabilmente fondato intorno all’VIII secolo, dette la possibilità a figlie di famiglie altolocate di inserirsi nella vita ecclesiastica dell’epoca e ciò gli conferì un solido fondamento sociale. La badessa, una volta eletta, riceveva la benedizione episcopale, le insegne del suo grado – anello, croce pettorale e pastorale – ed esercitava un potere che solo alcune regine hanno conosciuto: per le famiglie nobili assicurare un’abbazia importante a una delle loro donne era come assicurare loro un vescovado. Dalla badessa dipendevano la vita spirituale e il benessere materiale della comunità, in pratica esercitava i poteri di un signore feudale e proprio come un signore feudale riceveva omaggi e giuramenti di fedeltà da parte dei vassalli soggetti al monastero».

Qualche badessa da ricordare?

«Una per tutte: Altigrima, che ottenne la riconferma della protezione imperiale da Federico II nel 1221, protezione ulteriormente confermata pochi giorni prima dell’espugnazione della nostra città da parte delle sue truppe il 31 maggio 1242.  Ho citato Altigrima, ma vorrei precisare che di solito le badesse possedevano un buon livello culturale, erano capaci di compiere lungimiranti scelte politiche, amministrare in maniera oculata il loro ingente patrimonio e, cosa non da poco, erano anche in grado di compiere raffinate scelte artistiche ancora oggi evidenti, pensi all’ampliamento della chiesa di Sant’Angelo Magno nella seconda metà del sec. XIII, alle decorazioni pittoriche sotto il tamburo della cupola (gli affreschi raffiguranti i profeti, risalenti ai secoli XI e XII, ndr) e al sapiente utilizzo della pratica del reimpiego».

E qualche scoperta curiosa e interessante?

«Tantissime, difficile scegliere perchè i documenti offrono una quantità notevole di dati relativi a territori, strade, case, piazze, corsi d’acqua, fonti, mulini, tipi di coltivazione, circolazione monetaria, tipologie di paesaggio, nomi di quartieri, sestieri, vocaboli, vici, riferimenti al palazzo comunale, a quello vescovile, agli altri palazzi, a torri, ponti, mura, porte, agli ospedali di Sant’Emidio, San Bartolomeo e Santa Maria della Carità, a conventi e chiese. In un atto del 1275, per esempio, si segnala la vendita di un piede di oliva carbungie, cioè carboncella, che ad oggi costituisce la prima menzione di tale cultivar d’olivo nella documentazione ascolana, mentre in un altro del 1250 si fa menzione di alani e falconi, prima attestazione di animali legati all’attività venatoria nella nostra zona».

Ultima notazione: il volume è a disposizione gratuitamente di tutti gli interessati. «Sì, una scelta di cui vado particolarmente fiero. Il copyright dell’opera è dell’Archivio di Stato di Ascoli e il volume è liberamente scaricabile in formato digitale sul sito www.archiviodistatoap.it».

Emanuele Tedeschi con Laura Ciotti, direttrice dell’Archivio di Stato (con il libro in mano), e il suo staff

 


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