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Il Festival dell’Arte sul Mare
SAN BENEDETTO - Compie 25 anni. Traguardo prestigioso denso di tanti altri significati e valenze in una edizione ricca di appuntamenti. Gli artisti hanno voluto salutare con affetto Mimmo Vagnoni dello chalet Zodiaco per la sua ospitalità
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di Walter Luzi

 

Una galleria d’arte a cielo aperto protesa sul mare. A San Benedetto. La passeggiata al molo sud del porto offre anche questo. Da venticinque anni. Da quel 1996, quando artisti di ogni nazionalità, sotto l’egida di “l’altrArte”, cominciarono a scolpire gli scogli della lunga barriera frangiflutti. Oggi il Museo d’Arte sul Mare conta quasi duecento opere, realizzate da centosettanta artisti arrivati sulla Riviera delle Palme da trentotto Paesi di cinque continenti. A dare un anima alle pietre. E arricchire d’arte una città.

«Esploratori in cerca di se stessi» li definisce Luca Marovino. Uno dei cinque maestri italiani che hanno nobilitato con le loro creazioni questa ultima edizione del venticinquennale. Cinquantaduenne di Carrara, lui è artista di levatura internazionale alla pari dei colleghi, che hanno lavorato instancabilmente al molo per una settimana. Sotto il sole, fra nuvole di polvere di marmo e il rumore di mole e compressori che mai disturba la loro ispirazione, anche davanti a questo lembo di Adriatico. Alessandro Canu è sardo di Sassari e ha esposto le sue opere in mezzo mondo. Antonella Tiozzo è veneziana e si è sempre distinta anche per il suo impegno antirazziale.

Alessia Forconi è laziale e fondatrice del laboratorio “M’arte”. Alessandra Carloni ha trentasette anni, pittrice romana con vena sfociata nella street art. Guidati dal direttore artistico Piernicola Cocchiaro sono stati ospitati dallo chalet ristorante Zodiaco di Mimmo Vagnoni. Lasciando il segno anche lì, come vedremo. Ma la manifestazione, che ha animato il molo sambenedettese per una settimana di giugno ogni anno nell’ultimo quarto di secolo, nata come “Scultura Viva” ha avuto anche altri meriti. Che vanno oltre l’aspetto strettamente artistico, riservato ad esteti fuori dalla realtà, o agli esperti del settore. Travalica “le visioni trasognate e surreali, dove la materia diventa fantasia” di Alessia Forconi.

Coinvolge scuole e scolaresche, avvicina studenti neofiti a queste forme di espressione artistica. Accoglie gli studenti del locale Ipsia, erede della vecchia scuola di avviamento al lavoro marinaro voluta dal suo illuminato preside, Antonio Guastaferro, sessant’anni fa. Un Istituto di formazione professionale divenuta Istituzione, che ha formato tre generazioni di sambenedettesi votati alla pesca e alla vita in mare. Legami indissolubili per questa gente. Un cuore che batte ancora forte. Come il vecchio motore Ansaldo che la scuola ancora custodisce perfettamente funzionante. Come i tre pistoni che i suoi studenti hanno incastonato su uno degli scogli della passeggiata proprio lì, in faccia al mare. Il pistone, cuore nobile e pulsante del motore, come la famiglia, porto sicuro, lo è, deve esserlo, della società. Omaggio alla memoria di Francesco Di Paolo, Marcello Ciarrocchi e Francesco Pignati, che proprio quella scuola avevano frequentato, ed insieme scomparsi nella tragedia del “Rodi”. Era l’antivigilia di Natale del 1970. Il Natale più triste nella lunga e gloriosa storia della Marineria sambenedettese.

L’edizione del venticinquennale del Festival ha vissuto anche l’omaggio a Giuliano Giuliani, con la mostra personale di alcuni dei suoi lavori. Fra i primi artisti espositori nella edizione inaugurale del 1996, ma già predestinato al gotha della scultura contemporanea. E poi mostre di pittura, serate jazz e conferenze sulla pesca a motore. Ma l’arte non si sottrae all’impegno civile. Se Alessandro Canu rivolge la sua attenzione «alla perfezione della Natura e ai suoi fenomeni», Antonella Tiozzo fissa sulla sua pietra il pesante fardello delle reti a strascico. Che riportano a galla «cibo prezioso e tesori sommersi, ma danneggiano ecosistemi fondamentali, lasciando al mare ferite invisibili dalla riva».

L’altra faccia della medaglia. Il prezzo di un progresso presunto che ha ammalato il mondo. Fa caldo sull’assolato molo sud del porto di San Benedetto. Plasmare la pietra sotto il sole che picchia, asseta. La polvere del marmo imbianca labbra e narici filtrando dalle mascherine protettive. E secca la gola. Ma per i maestri, che mai tolgono gli occhi dalla loro pietra a cui stanno dando un’anima, arrivano casse di acqua fresca. Le ha mandate, a sorpresa Mimmo Vagnoni. Li ha sentiti, ai tavoli dello Zodiaco mentre cenavano, parlare di questo problema. E si è dato pensiero, mandandone in quantità. Una sensibilità, una generosità, una ospitalità, che, ci tiene a sottolineare lui, appartengono all’intera città di San Benedetto. E alla sua gente di mare.

Al termine della cena di addio gli artisti ospiti hanno voluto ricambiare la gentilezza di Mimmo, regalandogli due piccole sculture da loro realizzate per l’occasione. Con un pizzico di emozione per tutti. Giuliano Giuliani, che dentro una cava di travertino c’è praticamente nato, dice che è normale per loro «scolpire sotto il sole o bagnati di fango, che c’è bisogno di corpo, e del suo sudore». Ma quelle bottiglie d’acqua fresca portate loro da Mimmo Vagnoni non saranno mai dimenticate. Lo sguardo di questi grandi artisti, per dirla con le parole di Alessandra Carloni, «è sempre rivolto all’orizzonte. Chi viaggia non arriva mai, ed è sempre pronto a ripartire per una nuova terra».

Arrivederci allora. Al molo sud di San Benedetto.


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