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Tokyo 2020, Tamberi
e Abdelwahed in finale

OLIMPIADI - Gimbo, non soddisfatto della sua prestazione, salta 2,28: basta per accedere alla gara che mette in palio le medaglie in programma domenica alle 12,10 italiane. Il romano delle Fiamme Gialle, che è cresciuto nel Cus Camerino, centra l'obiettivo nei 3000 siepi
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tamberi

Gianmarco Tamberi a Tokyo (foto Colombo/Fidal)

 

Gran bella mattinata per i colori azzurri nel primo giorno di gare ai Giochi Olimpici di Tokyo.

Gianmarco Tamberi centra la qualificazione alla finale dell’alto di domenica (alle 12,10 italiane, le 19,10 di Tokyo) con la misura di 2,28, e lo imitano anche i siepisti Ahmed Abdelwahed (8:12.71), romano delle Fiamme Gialle che è cresciuto nel Cus Camerino, e Ala Zoghlami (8:14:06), ammessi alla prova per le medaglie in programma lunedì alle 14,15 italiane (le 21,15 in Giappone).

Qualificazione nel taschino, si può cominciare a pensare alla finale. Il capitano della nazionale azzurra di atletica, nato a Civitanova, si racconta, dopo il 2,28 della mattinata a cinque cerchi di Tokyo, che lo ha promosso al turno decisivo. E come spesso gli accade, è severo nell’auto-giudizio.

«Oggi l’obiettivo era entrare in finale – dice l’azzurro di Offagna – ma ammetto che speravo di ottenere in pedana dei riscontri diversi. So di stare molto bene, che posso saltare molto alto, ma oggi purtroppo non sono riuscito ad ottenere quello che mi auguravo. Ora rivedremo i salti, analizzeremo ciò che non è andato bene, e cercheremo di modificare qualcosa in vista della finale».

Non usa mezzi termini, per valutarsi: «In pedana mi sono detto: mamma mia che schifo. Dal primo all’ultimo salto non ho fatto quello che avrei dovuto. Oggi volevo andare in finale e ottenere un salto buono; il secondo obiettivo non è stato raggiunto, anche per l’avvicinamento verso le Olimpiadi, che è stato terribile. Non parlo degli ultimi 20 giorni, ma dell’estate che ho vissuto, saltando male praticamente sempre.

Ma, ripeto, so di poter saltare molto alto, non voglio nemmeno pensare troppo agli errori, devo solo far bene. Probabilmente quando corro veramente forte, in gara, non riesco a star dietro al salto. Chissà, magari andrà come mi è successo altre volte in passato: basterà un salto ben riuscito per sbloccarmi, come a Portland (ai Mondiali indoor vinti nel 2016, ndr)».

L’emozione la provano anche i campioni affermati come Tamberi: «All’ingresso c’era una tenda che nascondeva lo stadio, poi entrando ho ripensato a tutto quel che ho dovuto fare per essere qui… ora sono qui, e voglio godermi questa magia».

«Sono partito con calma – racconta Ahmed Abdelwahed, con la sua ormai tipica inflessione romana – perché io sono come un diesel, ho bisogno di carburare, e ho visto nelle ultime gare internazionali che partire un po’ più accorto mi aiuta. Poi, ai 300, sono andato in testa, e tutto è andato per il meglio. Sono felicissimo, lo ammetto, sapere di tanta gente che si è alzata nella notte per tifare per me mi ha dato una grande carica.

La finale è per loro, per tutti gli amici di Camerino e per i miei genitori, che sono la mia forza: non seguono l’atletica, ma il loro amore arriva sempre. Ho avuto parecchi intoppi, nel corso degli anni, ma mi è servito per maturare, per diventare l’atleta che sono oggi. Le siepi? Mi servono per mantenere l’attenzione, altrimenti in gara mi addormento…anche mio fratello è un giovanissimo siepista, ce l’abbiamo dentro, evidentemente».

 


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