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Mariolina Maggiori
racconta Ermanno Pieroni

ASCOLI - Ventuno anni vissuti intensamente, insieme, nel mondo del calcio. Una lunga storia d’amore più forte di tutto. I successi e le disavventure giudiziarie di una persona perbene. Un nuovo caso Tortora, secondo lei, prima del grave male e della scomparsa dell'ex direttore sportivo, avvenuta un mese e mezzo fa
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Mariolina Maggiori e Ermanno Pieroni con la loro piccola Letizia

 

di Walter Luzi

 

Mariolina ed Ermanno. Una lunga storia. Fatta d’amore e di calcio. Di successi e cadute. Di opache vicende giudiziarie che non macchiano le vite di persone perbene. Però le segnano, nel fisico e nello spirito. Di due esistenze che si intrecciano fra le malignità peggiori, e che solo la morte dell’ex direttore sportivo Ermanno Pieroni, divide, almeno in questa vita, un mese e mezzo fa. Dopo ventuno anni insieme molto intensi per entrambi.

Bruno Ferretti, Serse Cosmi e Ermanno Pieroni

La loro storia merita di essere raccontata. Mariolina Maggiori, ascolana, è la prima figlia di Vincenzo Scoponi, un uomo di sport tutto di un pezzo, accolto da Giuseppe Mascetti nella grande famiglia del Gruppo Sportivo Elettrocarbonium nel quale sarà, come dipendente, giocatore prima e allenatore di lungo corso poi. Il suo migliore amico si chiama Giuseppe Capriotti. Un altro mito del calcio ascolano. Le loro famiglie sono vicinissime ancora oggi. Mariolina viene al mondo nel giorno più felice per la sua città. Quella domenica 23 giugno 1974 tutta Ascoli festeggia ufficialmente infatti la sua prima, storica, promozione in serie A. Vincenzo al portone di casa, alle Callare, non appende il tradizionale fiocco rosa, ma uno bianconero. I geni fanno della figlia una predestinata.

A ventitrè anni partecipa al concorso Miss Italia. La spingono a partecipare i ragazzi del Matilda, primo esperimento di discoteca in città. E’ una delle miss più “anziane” in lizza, consapevole, ma senza aspettative. Un altro anno magico, quel 1997, con quattro finaliste ascolane a Salsomaggiore. Non succederà più. Ha un diploma, conseguito all’Istituto Tecnico Femminile, e frequenta Scienze della Comunicazione a Teramo. Intanto nei fine settimana lavora come commessa da Rattattù, il negozio di abbigliamento per i giovani più trendy della città. Uno dei proprietari, Alessandro Troiani, è profetico: non starai a lungo qui, le dice. Chissà dove arriverai. A Miss Italia, per cominciare, arriverà fra le prime quindici. E senza sponsor, ci tiene a sottolineare lei. Diventa famosa in città. Brillante e tosta. Oltre che bellissima. Bruno Ferretti la chiama a collaborare nella redazione ascolana de Il Messaggero.

«Bruno è stato il mio pigmalione – confessa lei – mi ha insegnato tutto, dandomi spazio e fiducia con una rubrichetta domenicale tutta mia, “La miss nel pallone”, che mi costò anche una querela perché un allenatore dell’Ascoli si ritenne offeso dalle mie battute polemiche. Bruno poi ci è rimasto sempre vicino, ed era molto legato anche ad Ermanno». Al Messaggero Mariolina ha modo di conoscere un giornalista della redazione anconetana, Mimmo Cugini, al quale si lega sentimentalmente. E’ proprio lui, nel corso di una cena, a presentargli il famoso diesse Ermanno Pieroni, che sta cercando di portare l’Ancona in serie A.

«Mimmo me lo presentò durante una cena. In quell’anno, il 2000, l’Ancona stava lottando per tornare in serie B, e lui mi spingeva a cercare di trovare spazio in quella società, che proprio Pieroni stava ristrutturando da cima a fondo». Mariolina diventa così subito responsabile della Comunicazione, mentre la relazione con Cugini avrà vita breve. Nativo di Jesi, Ermanno aveva lavorato tanti anni in Merloni scalandone l’organigramma fino a diventare il segretario particolare del senatore. Quindi passa alla Latini, dove il titolare, all’epoca, è anche presidente della Jesina.

Il padre minaccia di cacciarlo di casa quando lui, a metà degli anni Ottanta, decide di mollare tutto per andare al Messina, alla corte di Massimino. Parte per la Sicilia senza neppure un contratto in tasca, ma è deciso a lavorare nel mondo del calcio. E’ il Messina di Scoglio e Schillaci, del quale condurrà le trattative per la cessione alla Juventus. Dopo la prima parentesi di Taranto, approda al Perugia di Luciano Gaucci. I sette anni più belli della sua vita, così li ricordava spesso. Bucchi, Tedesco, Nakata, Mazzantini, Rapaic, Grosso, Materazzi, Gattuso e Lucarelli nella lista interminabile delle sue scoperte. Lo scudetto che la Juventus perde sotto un diluvio proprio a Perugia, all’ultima giornata della stagione 1999-2000, gli procurerà altri nemici. Ha già in tasca infatti un contratto con il Torino, che la società granata, misteriosamente, si rimangia subito dopo quella partita. Resta così disoccupato. L’Ancona, di cui aveva acquistato in precedenza una quota,  lo tenta. E’ il ritorno nella sua terra. Ma nessuno è mai profeta in patria. Accollandosi oneri pesanti dalle precedenti gestioni si ritrova alla fine da solo ad amministrare la società dorica in serie B, dove è stata promossa, battendo in un esaltante spareggio, ancora a Perugia, proprio l’Ascoli.

«Non è stato un colpo di fulmine il nostro – racconta Mariolina – ma un rapporto, essenzialmente lavorativo, che ci ha fatto conoscere e scoprire pian piano. Lui poi era ancora sposato, anche se quel matrimonio non è che funzionasse poi un granchè. Con me era sempre molto cerimonioso – ricorda ancora Mariolina – non lesinava regalini e fiori. Una affettuosa attenzione per me, nella quale si poteva leggere, forse, anche una piccola corte, ma sempre timida, discreta, rispettosa. Lui poi soffriva terribilmente i complimenti che tutti mi facevano nelle occasioni pubbliche, soprattutto si ingelosiva ai commenti piccanti dei tanti addetti nel settore che gli andavano spesso a chiedere, incuriositi, notizie su chi fosse “quella gran gnocca nel suo staff ”».

Nel 2001 galeotto si rivela un calciomercato invernale nella nebbia di Milano. I due diventano una coppia dichiarata anche nella vita. Mariolina ha la stessa età di Cristian, il primo figlio di Ermanno.  E’ durata ventuno anni la loro storia d’amore. Nessuno ci avrebbe scommesso un centesimo. «Me ne hanno dette di tutti i colori. Che ero un arrivista senza scrupoli. Che lo usavo per avere visibilità, che puntavo solo ai suoi soldi». Cattiverie condite in tutte le salse. Solo per quella abnorme differenza di età. Lei giovanissima e bellissima. Lui, gentiluomo sì, ma non certo un adone, con due matrimoni falliti, una convivenza finita male e cinque figli già sul groppone.

Trent’anni di gap fanno una generazione abbondante. «Mai stato un problema – ribatte lei – anzi. Forse per me ci voleva solo una persona del genere. Un rapporto più maturo. Quelli precedenti, forse, non erano durati proprio per questo motivo. I trent’anni di differenza di età non mi hanno mai pesato. Ne dimostrava almeno quindici di meno, e poi è una questione di testa. La cosa che conta di più in una persona. Era un uomo di spessore, intelligente, buono, generoso. Un uomo d’altri tempi lo definirei. Che si è fatto da solo, che ha conosciuto i sacrifici. Un gentlemen, una persona perbene. Di cui ti innamori per quello che è, al di là dell’età. Della cui differenza non mi sono mai accorta. Che non ti fa mancare nulla, pieno di attenzioni. Che continua a scriverti bigliettini, sempre attento alle piccole cose che fanno felice una donna. La storia che io ho vissuto con Ermanno l’auguro a tutte. Anche se ci siamo scontrati, pesantemente, diverse volte. Dividevamo oltre alla vita affettiva, anche quella lavorativa, e non è mai facile conciliare i due aspetti. Ma erano litigi sempre costruttivi, che arrivavano sempre ad una soluzione condivisa, e lui è stato bravo a smussare il mio carattere un po’ ingombrante».

Come quella volta che la cerca l’ufficio stampa del Milan. A lei sembra l’occasione della vita. Lui la dissuade, non senza fatica. Litigano di brutto, a lungo. «Restai arrabbiata con lui per parecchio tempo a causa di quella divergenza di vedute. Noi dobbiamo lavorare con piccole società – mi ribadì – dove possiamo avere un peso, un’autonomia decisionale. Nei grandi club non potremmo mai avere spazio, contare qualcosa. Al Milan saresti una qualunque. Lascia stare. Non andare». Oggi, con una maturità diversa, anche Mariolina gli dà ragione.

Nel 2002/2003 Pieroni riporta la sua Ancona in Serie A per la seconda volta. L’anno successivo arriva il tracollo economico. Gli oneri delle gestioni precedenti lo schiacciano. I mancati introiti derivanti dai diritti televisivi di una piattaforma, preferita a Sky, mettono in guai finanziari anche altre società oltre all’Ancona. Forse commette qualche ingenuità, ben conoscendo i meccanismi perversi di quel bizzarro e subdolo pianeta che sta diventando il mondo del calcio che conta. Sicuramente non trova sponde per salvare il club biancorosso. Pieroni viene arrestato con l’accusa di una bancarotta fraudolenta tutta sulla carta, nel 2004.

«Quello di Ermanno Pieroni è stato un’altro caso Tortora – afferma Mariolina – perchè oltre che a spogliarlo di tutto, a sputtanarlo ingiustamente, ci hanno rovinato anche la salute. A tutti e due. L’Ancona l’hanno fatta fallire senza che ci fosse una istanza di fallimento, o un solo assegno protestato. Gli hanno fatto una estensione del fallimento dell’Ancona a lui come persona fisica molto discutibile. Gli hanno negato il sequestro preventivo vendendo all’asta, subito, prima ancora di una sentenza definitiva, nonostante le diffide, tutti i suoi beni personali. Tutti. Erano i frutti di una vita di lavoro e di sacrifici.

Lo hanno lasciato in mutande, salvo poi dargli ragione, nel 2017, dopo tredici anni di cause. Ci siamo sbagliati. Capita. Eccoti indietro tutto il maltolto, direbbe la logica, e imporrebbero a istituzioni serie la giustizia giusta in uno Stato di diritto. Invece no. Ci è voluta un’altra causa. L’importante, ripeteva sempre Ermanno, è arrivarci vivi, alla fine. Arrivarci vivi. Non ce l’ha fatta. Perchè i dolori della vita, il peso delle ingiustizie, i dispiaceri, alla fine ti logorano, e li paghi. A caro prezzo. Il fisico li somatizza, li fa propri. Anche la roccia, pian piano, giorno dopo giorno, viene scavata da una goccia d’acqua. Puoi essere forte, combattere ogni giorno fra avvocati, Tribunali  e montagne di carte bollate. Puoi veder dilapidato tutto il tuo patrimonio. Puoi conoscere il carcere. Anche quello».

Ci passa quasi due mesi in quello di Ancona nell’estate del 2004, con la consapevolezza di non essere come ti vogliono dipingere. «Saperlo lì dentro mi faceva morire. Ma che ci stiamo a fare noi due qua dentro? mi chiedevo durante le visite in carcere. Che c’entriamo noi con questo posto. Noi siamo persone perbene. Tutti sanno da che tipo di famiglie veniamo. Lui era un uomo di lavoro, abituato a faticare per guadagnarsi quello che poi non ha mai trovato neppure il tempo di godersi».

Come capita a tutti i potenti quando cadono in disgrazia, anche intorno a Pieroni si fa, improvvisamente, il vuoto. Tutti lo lasciano solo, abbandonandolo al suo destino. Tranne lei. Persino uno dei suoi avvocati tenta di dare il classico buon consiglio a Mariolina, subito dopo l’arresto di Ermanno:

«La situazione è molto complicata – mi disse – lei è ancora giovane. Lasci perdere. Parta subito. Si prenda una vacanza…». Due giorni dopo è già in carcere, seduta in sala colloqui. Davanti a lui. Insieme a lui. Le beghe giudiziarie non li abbandoneranno più, ma loro ripartono. Ad Arezzo, in serie B, fino al 2007. Grande società, grande squadra, grandi risultati. Lui è diesse, lei responsabile della comunicazione. Quindi a Grosseto. Poi a Livorno, dove si centra la promozione in serie A. Pieroni è il consulente della famiglia Spinelli. Lei sempre addetto stampa. E’ il 2011. Li contatta anche l’Atalanta, ma poi non se ne fa nulla.

E’ ancora Ermanno ad indicare a Mariolina la giusta rotta: «E’ tempo che tu faccia il salto di qualità – mi disse – mettiti a studiare per diventare agente sportivo Fifa. Fu dura a studiarmi la montagna di regolamenti, ma al secondo tentativo ottenni l’abilitazione».

Oggi Mariolina è mediatore societario e procuratore calcistico. «Preferisco sinceramente la mediazione e lo scouting – illustra – Ermanno è stato un buon maestro, e ho costruito negli anni una fitta rete di relazioni nel mondo del calcio che mi permettono di lavorare bene in questo settore». I procuratori, la rovina del mondo del calcio secondo tanti. «Sono i presidenti delle società che hanno rovinato il calcio – è invece l’opinione di Mariolina Maggiori – che hanno cominciato a scavalcare, per sfiducia, o per smania di apparire, i propri diesse, e a contattare personalmente i procuratori».

Nel 2013 arriva Letizia. Una gioia immensa per la coppia. La loro bambina ha quarant’anni meno del suo fratello più grande, il primo figlio di Ermanno. Dicono che la cosa aiuti molto i genitori a rimanere giovani. Tre anni dopo la nascita di Letizia si sposano con rito civile ad Ascoli. Poco prima è successo qualcosa che mette in crisi tutte le certezze di Mariolina. «Il matrimonio mi ha sempre messo ansia – confessa lei – l’idea di sottoscrivere i rispettivi sentimenti, a vita, con un contratto, non l’ho mai sopportata. Ma ho dovuto cambiare idea quando, dopo un suo malore, a Milano, il medico del Pronto Soccorso si è rifiutato di darmi notizie sulle sue condizioni, perché io, per la Legge, non rappresentavo niente per lui. Io non avrei mai potuto decidere niente per lui, in caso di necessità. Ne’ lui per me. Il passo non era più rimandabile».

Potrebbe essere il lieto fine più adatto per la loro storia. Invece no. Per scontare il residuo di pena di sei mesi Pieroni chiede l’affidamento ai servizi sociali, che gli vengono, ovviamente, negati. Rimane ai domiciliari nella sua casa di Ascoli. Fa regolare richiesta di spostamento temporaneo, insieme a Mariolina e alla bambina, prima di recarsi in Sicilia per motivi di lavoro in quel maggio del 2017. Al rientro, regolarmente comunicato anche quello, lo riarrestano per evasione, ma quella raccomandata di diniego del permesso, ad oggi, non è mai arrivata. Un accanimento giudiziario dietro al quale c’è, forse, secondo Mariolina, un disegno. Tanta materia per eventuali approfondimenti in ogni caso.

«Glielo devo – continua, con le lacrime che scivolano, una dopo l’altra, sulle sue guance senza riuscire a rompere la sua voce – dopo aver assistito impotente a tutto il male che gli hanno fatto».

Il male, l’altro, l’ultimo, quello più invincibile, si rivela ad agosto e lo schianta in tre mesi, lasciando a lei un’unica certezza. «E’ stato un uomo straordinario. E’ stato un amore bellissimo. Rifarei tutto. Dall’inizio alla fine».

 

 

 

Addio all’ex direttore sportivo Ermanno Pieroni

 

 

 


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