
di Walter Luzi
I giovani del FAI fanno riscoprire la Storia del territorio. Le giornate di primavera del FAI ascolano si chiudono a Palazzo Bazzani. Mura che grondano di storia, saloni che riecheggiano fasti antichi. Sede prestigiosa della delegazione locale ma, anche, location ideale per celebrare, consonamente, i successi ascolani delle tradizionali giornate di primavera, organizzate dal FAI per il trentesimo anno consecutivo. Un impegno, quello del Fondo nazionale no profit, teso alla riscoperta e valorizzazione del nostro immenso patrimonio artistico, culturale e naturalistico. Dal caratteristico borgo di Paggese, al tempietto della Madonna del Sole di Capodacqua, martoriata dal sisma del 2016, dalla chiesa e convento dell’Annunziata, fino alla vecchia Fortezza Pia, sulla sommità del colle Pelasgico, che domina dall’alto la città delle cento torri.
Tutti siti che hanno fatto registrare un grande afflusso di visitatori nello scorso week-end. Ma i giovani del FAI ascolano, guidati da Gino Petronio, Gloria Ciabattoni e Maurizio Cacciatori, hanno vinto, a sorpresa, la scommessa più difficile. Quella sulla riapertura dello storico stabilimento dell’Elettrocarbonium. La più stimolante ed emozionante, ma anche ricca di insidie. Una fabbrica amata e odiata da sempre. Un gigante di ventisette ettari, prima risorsa economica del territorio per quasi un secolo, chiuso a furor di popolo nel 2008, e, dismesso, dormiente da allora, un’altra città nel cuore della città, in attesa di una riqualificazione urbana ancora lontana. Quasi quattromila i visitatori.
Quinto sito più visitato, fra i settecento riaperti dal Fai in tutta Italia. Un successo clamoroso. Che neanche i giovani ascolani del FAI su aspettavano. Che ha riportato vita, e tanti ex dipendenti, commossi fino alle lacrime, oltre quei cancelli. Molti si sono prestati come guide, come fonti preziose di informazioni ed esperienze, per tramandare la memoria di una epopea, durissima e romantica, tramontata per sempre, a cui si è rimasti, comunque, legati. Grati. Ha risuonato ancora, per due giorni, la stessa, inconfondibile, sirena, che ne ha scandito, per una vita, le giornate lavorative.
Molti i figli, o i nipoti, di quelle migliaia di tute blu con la folgore arancione che non ci sono più, in commosso pellegrinaggio dentro quel gigantesco santuario della immane fatica, che ha potuto però garantire alle loro famiglie emancipazione, e benessere economico diffuso. Il convegno di chiusura eventi del Fai a Palazzo Bazzani, ritorna sul tema, molto sentito, della riqualificazione di quella enorme area, di quei giganteschi capannoni dismessi che sanno ancora di carbone e sudore, di pece e orgoglio di appartenenza.
Relatori sono i tre autori dei tre libri pubblicati sulle vicende, economiche, sociali e sportive della ex Elettrocarbonium, che ne ripercorrono le tappe. Emidio Albanesi, (Carbon punto e a capo – 2022) quelle storiche, accurate e dettagliate, dell’impianto e produttive, fin dalle lontane origini del primo Novecento Quando, grazie a fenomeni come l’ingegner Giovanni Tofani, si riuscì ad impiantare in pochi mesi la prima industria pesante sul territorio. Giampiero Giorgi (Pezzi di carbon – 2012) ripropone le testimonianze dirette raccolte fra molti ex dipendenti sulle pesanti condizioni di lavoro all’interno della fabbrica. Walter Luzi (C’era una volta la S.I.C.E. – 2013) ripercorre la vita del glorioso Gruppo Sportivo aziendale, fra i più grandi e attivi d’Italia, ricordando, con una punta di commozione che contagia, inevitabilmente, anche i tanti ex Elettrocarbonium presenti, le straordinarie imprese del suo presidente storico Giuseppe Mascetti. Al quale si deve la costruzione, negli anni Settanta, dei campi “San Marcello”, con l’attigua palestra polivalente, e “Santa Maria” a Carpineto.
Ma l‘intervento più atteso è quello del sindaco Marco Fioravanti. «Su quell’area non vogliamo avere solo una grande colata di cemento – annuncia convinto – nel nostro disegno, dopo la laboriosa e, presumibilmente lunga, bonifica ambientale, sogniamo tanto verde. Un grande parco urbano in grado di riqualificare l’intera città. Impianti sportivi e spazi per spettacoli ed eventi culturali. Un ambizioso progetto per il recupero di un’area che possa frenare lo spopolamento, incoraggiare il ritorno di abitanti ed attività, rilanciare con il bello tutta l’immagine della nostra città».
Dicono che i sogni aiutano a vivere. E quelli del giovane sindaco sono anche i nostri. L’in bocca al lupo, in questi casi, è d’obbligo. A lui, alla sua Amministrazione, e alla collettività soprattutto. Staremo a vedere se ai nobili proponimenti farà seguito una subitanea realizzazione. Se riuscirà a dipanare il groviglio di competenze sulla bonifica, ad anteporre l’interesse collettivo a quello particolare. Perché anche Restart, il pool privato di imprese locali che su quell’area ha investito cospicuamente, dovrà pure trovare la maniera, la meno invasiva possibile magari, per riuscire a rientrare delle spese. Che chiede solo, per ora, rapidità alle Istituzioni. Prontezza, di risposte, decisioni ed atti. Proprio l’ultima delle virtù in dote alla maledetta burocrazia.
Il sindaco Fioravanti ha anche lanciato l’idea di un concorso nazionale per la progettazione dell’impegnativa riqualificazione. Le idee però, al contrario dei denari, sono le uniche a non mancare. Anche senza concorso, ce n’è già abbondanza. Di tanti nuovi alberi e verde pubblico ne hanno un disperato bisogno non solo Ascoli, ma, soprattutto, il pianeta. Prima ne piantiamo, in quantità, e meglio sarà per il clima, già impazzito, e per i nostri malcapitati posteri. Qualcuno dei giganteschi capannoni in disuso sarebbe bello che restasse in piedi, lì dov’è. Per essere recuperato, perché in grado di offrire grandi capienze, ambienti adatti ad ospitare altrettanto grandi eventi negli anni post-pandemia che verranno.
Resteranno come vestigia di un passato glorioso, muti, solenni monumenti nobilitati per un secolo dalle fatiche di tanti. Lasciateci anche il suono di quella sirena. Un suono antico anche quello, un po’ inquietante oggi, perché sinistramente simile a quello degli allarmi aerei di questo periodo nelle città ucraine. Ma, per un secolo, dallo stabilimento Elettrocarbonium, udibile, e rassicurante, in tutta la città. Suonava quando gli operai entravano e uscivano, a inizio e fine turno, dal lavoro. Significava soddisfazione per opere ben fatte. Stanchezza e gratificazione. Sacrificio e benessere. Sicurezza e fiducia nel futuro.
Ci manca tutto questo, perché un buon posto di lavoro, una busta paga pesante e puntuale a fine mese, i giovani di oggi, se la possono solo sognare. Il suono di quella sirena dell’Elettrocarbonium, ogni otto ore di ogni giorno dell’anno, significava prosperità, e pace. I nostri desideri più grandi di questi giorni.
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