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Le storie di Walter: “Kugghia Bros Band”, gli immortali

ASCOLI - Dall’esordio al pub "Belladonna" di Via di Vesta al ritorno nella loro città, mercoledì 22 giugno, al "Boccascena". Sono sulla breccia da quasi quarant’anni. Record di longevità, e godibile unicità del loro particolarissimo genere. L’amore per la musica nera e per il dialetto ascolano. L’irriverente goliardia che continua ad accompagnare il talento di questi eterni ragazzi
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di Walter Luzi

 

La leggenda della Cugghia Brothers Band nasce nel pub “Belladonna” nei primi anni Ottanta. Luogo di ritrovo abituale all’epoca, quello di via di Vesta, nel cuore di Ascoli, a due passi dalla chiesa di San Gregorio. Mercoledì 22 giugno alle 21,30, a poche centinaia di metri, al “Boccascena”, in via del Trivio, i Kugghia Bros tornano a casa. Alla soglia del quarantennale dalla fondazione sono una della band più longeve, popolari e brillanti del territorio piceno, e non solo. Una lunga storia da raccontare.

 

IL CLUB “BELLADONNA”

 

Il Belladonna è un locale sui generis, frequentato da una clientela eterogenea all’alba degli anni Ottanta. Giovani hippies locali, musicisti sognatori, talenti innovatori e alternativi, tutti buoni bevitori, accomunati in una comfort zone di grande libertà. Una sorta di casa comune aperta, gestita, con scarsissima attenzione agli utili di esercizio, da Ettore Pallotta. Anfitrione amabile, che antepone sempre il piacere della sbicchierata in buona compagnia alla effettiva redditività delle tante bottiglie che stappa. Un ambiente ideale e profondamente amato da tutti i frequentatori, che rischia però di chiudere i battenti a causa del conseguente e  comprensibile, nonchè imminente, dissesto finanziario. L’embrione originale dei Cugghia Bros si forma come estremo tentativo di autofinanziare quel locale, tentando di tirare su qualche lira quantomeno per procrastinarne la chiusura ormai nell’aria. Una band improvvisata, messa su in quattro e quattr’otto con musicisti volontari arruolati davanti a quel bancone, senza badare troppo ai rispettivi curriculum e, manco a dirlo, senza neanche provare insieme. Non ce n’è il tempo. La causa chiama, e non può aspettare. Fu un happening in famiglia comunque memorabile quello che vide nascere i Cugghia Bros al “Belladonna”. Tramutato presto in una piccola bolgia infernale fatta di decibel a palla ed eccitazione collettiva, maschere e voglia sfrenata di vita, fra i fumi dei petardi che presto riempiono il locale e anticipano la conclusione di quella prima, esaltante e disinteressata, performance. L’applaudito evento, estemporaneo e storico, non riuscirà a salvare le sorti del pub, che chiuderà i battenti di li a poco, ma l’energia pura di quei ragazzi, l’amore per la musica nera e per la loro città, costituiranno un seme destinato a dare buoni frutti.

 

LA GENESI

 

E facciamola davvero allora questa band. Sul serio. Ma come la chiamiamo? Ettore Pallotta non ha dubbi, e spiazza tutti. Ci chiameremo Cugghia. E perchè Cugghia? «Perchè nasciamo tutti da quella, no – spiegò – in fondo siamo tutti figli della stessa grande madre cugghia…». Il suo, insomma, è un mistico messaggio di fratellanza universale, di sana comunanza machista, lanciato con vernacolare orgoglio. Perchè il dialetto ascolano sarà sempre il protagonista del loro repertorio insinuandosi, divertente e irriverente, nei testi classici della musica nera. I brani dei loro concerti saranno pregevoli cover di successi internazionali con i testi però, violati, rivisitati in dialetto stretto ascolano, conservando piacevolmente, le assonanze con i testi originali inglesi. E così Everybody’s Somebody diventa allegramente Iè ‘rr’vat’ ch’li zambat’. E intorno alle assonanze di ogni pezzo si costruiranno ogni volta nuovi testi di divertenti storie, o paradossali satire, quasi sempre dissacranti, spesso corrosive. Sarà questo, sempre, l’inconfondibile stile della Cugghia Brothers Band.

 

I COMPONENTI

 

Ci si mette subito alla ricerca di possessori di strumenti musicali, che fossero in grado, magari, anche di saperli usare bene. Massimo Speri, che ha già suonato nella Picenun Jazz Big Band, ritira fuori dall’armadio il suo sax baritono, ma inizialmente è la voce e fa coppia di chitarre con Gianni Cesaroni. Elio Anastasi entra con il suo basso, poi passerà alla voce. Le varie formazioni che si succedono sono molto eterogenee, e in continua evoluzione. Anche Pietro Tassi, Maurizio De Angelis, e Pierpaolo Marini, fra gli altri, ne accompagnano il primo periodo “sperimentale”. Nicola Flaiani si siede alla batteria. Più tardi lo sostituirà Gigi Giovannozzi. Gigi Bembo al basso. Domenico Domes Meloni, è voce e armonica, Francesco Frankie Clerici al sassofono contralto. Yuri D’Emidio alle tastiere. La ricerca è sempre quella del migliore assetto con percussioni e, soprattutto, una sezione fiati all’altezza. E’ il vecchio sogno di Massimo Speri che si realizza con l’ingresso della tromba di Andrea Olori e del trombone di Mario Forcina. All’epoca appena sedicenni, arrivano ai concerti accompagnati in macchina dai rispettivi genitori. Enrico Fidani suona il sax tenore. Roberto Marchetti il sax contralto. Claudio Luzi la tromba. La sezione fa il salto di qualità soprattutto grazie all’apporto di  Roberto Bernie Laiolo, sax solista di assoluto valore. Mimmo Picco alla chitarra. Bruno Censori al basso e mixer. Ma le formazioni della band cambiano spesso perchè i Cugghia lasciano sempre la porta aperta a tutti. A chi vuole uscire, e magari, dopo un pò, rientrare. O anche uscire per non tornare più. E, soprattutto, a chi chiede di poter entrare a suonare con loro. Il numero dei componenti, o degli strumenti, non è mai stato un tabù. Senza gelosie, senza preclusioni, senza condizioni, senza esclusive, senza gerarchie. “Nel nostro gruppo – assicura Massimo Speri – è molto più facile entrare che uscire”. Il piacere di suonare insieme, ha contato sempre, e conta ancora, più di tutto.

 

IL FATTORE K

 

Arriva presto la K a sostituire l’iniziale di Cugghia. Lettera più dura. Rafforzativa, perentoria, provocatrice. E internazionalizzante, cattiva. Come quella che usano anche i concittadini Nerkias ad indurire ulteriormente il comune, fatale richiamo del nome, nell’idioma locale, al virile attributo. Come un magma in continua trasformazione i Kugghia Bros passano presto dal blues e soul, sonorità della sofferenza dell’anima, per dirla con le parole di Elio Anastasi, a quelle del riscatto e della liberazione, della lotta per l’emancipazione dei neri: il rithm&blues e, soprattutto, il funky. Dopo Otis Redding e Wilson Picket gli artisti di riferimento diventano James Brown e i Tower of Power sotto il ciclone dei Blues Brothers. C’è bisogno di nuovi espedienti ritmici. Le melodie e gli accordi cedono il passo ad un groove più prepotente scandito da batteria e basso. Lo spirito che anima i Cugghia Bros non può conoscere confini municipalistici, non può essere rinchiuso da barriere di campanile. E così Lucille di B.B. King muta nel sambenedettese Lu cille, che da quelle parti, dove si esibiscono spesso, non è precisamente inteso come un nome di donna. Tanto meno di una chitarra.

 

QUELLA VOLTA A CARNEVALE

 

Ad inizio anni Novanta la Kugghia Bros Band è già preceduta dalla sua fama. Il presidente dell’associazione del Carnevale ascolano dell’epoca non è un pinco pallino qualsiasi. E’ Ottorino Pignoloni. Un grande, un visionario, un puro, sempre determinato in ogni impresa che ha saputo realizzare nella sua vita, che non smetteremo mai di piangere, e di rimpiangere, dopo la prematura scomparsa. E’ lui, Ottorino, a volerli come attrazione principale del Carnevale 1992. In piazza Simonetti si raccolgono a migliaia per l’annunciato concerto della Kugghia Bros Band. Loro arrivano mascherati con le tradizionali tre gambe, e i costumi leopardati tipici dell’ortodossia funky. E’ un successone. Che si replicherà per numerose edizioni anche negli anni successivi.

 

MASSIMO, l’AUTODIDATTA

 

Massimo Speri, voce e sax baritono, si sobbarca quasi tutto il lavoro di scrittura dei testi e delle partiture per gli arrangiamenti dei fiati. La struttura portante dell’armonica. E’ un fenomeno, perchè è un autodidatta. Scrive le partiture degli arrangiamenti senza aver mai frequentato una scuola. Da bambino è cresciuto presto, musicalmente, grazie al suo padrino di battesimo, il maestro Luigi Sabatini, direttore della gloriosa banda musicale di Acquasanta che gli ha presto insegnato a leggere un pentagramma. «Le righe sono cinque – cerca di spiegarci – ma le note sono solo sette in fondo. Ho cominciato a strimpellarle sul pianoforte che avevamo in casa e sul mandolino di mio padre. Poi quando, da ragazzotto, ho cominciato a mettere le mani sulla chitarra del mio fratello maggiore, da cosa è nata cosa. Mi ha aiutato anche la militanza, come sassofonista, nella banda musicale di Santa Maria Goretti del maestro Vinicio Marini. Ero così entusiasta che dal balcone di casa mi mettevo a suonare con il mio sax la famosa colonna sonora di Per un pugno di dollari. Crescendo poi, e scoprendo il blues e il rock and roll, sono tornato alla chitarra».

 

GLI ANNI PASSANO, I KUGGHIA RESTANO

 

La lunga corsa dei Kugghia Bros Band, che la iattura planetaria del covid ha potuto solo rallentare, continua. Lo zoccolo duro dei fans, quelli che non mancano mai a un loro concerto, è invecchiato insieme a loro. Non sono grandi folle, ma sono molto affezionati. Dopo tanti anni insieme i brothers sentono ancora il desiderio di ritrovarsi, periodicamente, in occasione di quelle che chiamano seriosamente “cene sociali”. Incontri conviviali riservati, preclusi persino a famigliari, mogli e fidanzate. Solo loro. E tutto il mondo fuori. I tempi delle goliardate di gruppo, come quelle delle mascherate memorabili al Carnevale ascolano in piazza, sono ormai lontani. Gli acciacchi dell’età cominciano a farsi sentire, moltiplicando gli sfottò incrociati di sempre. Le celebrazioni per il Quarantennale di attività si avvicinano, ma è ancora tutto in alto mare. Scoprono di non aver mai curato un archivio storiografico del gruppo. Fotografie e filmati dei loro tanti concerti scarseggiano. Manca una rassegna stampa completa delle loro mille performances in palcoscenico. Troppo impegnati solo a suonare, cantare e divertire. A vivere in una parola. Provando, e regalando, ogni volta, gioia ed emozioni. Le stesse di quella prima volta al Belladonna. Le stesse di oggi.

 

 

 

 

 


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