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Si punge con l’ago appena utilizzato su un detenuto, che rifiuta lo screening per Hiv ed Epatite C: operatore costretto a vivere nella paura

ASCOLI - E' accaduto al carcere del Marino. Intanto è partita la profilassi con potenti retrovirali e controlli periodici. Quando sarebbe stato sufficiente uno strumento di legge volto a conoscere il livello di rischio di contagio, che magari non c'è. Una vicenda che impone una riflessione
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di Maria Nerina Galiè 

 

Nessun mestiere è esente da rischi. In alcuni lavori se ne celano più che in altri. Chi li sceglie lo sa bene e li mette in conto.

 

Ma a volte viene voglia di gridare all’ingiustizia, non nell’incappare nel pericolo “calcolato”, quanto piuttosto nel finire vittima di una “stortura” delle regole.

 

Il Covid ce lo ha insegnato, con tantissimi cittadini – dai più anziani e maggiormente esposti ai più giovani – disposti a sottostare diligentemente alle restrizioni o all’obbligo vaccinale o di fare il tampone prima di andare a scuola o al lavoro.

 

Accade però che nelle carceri vanno e vengono detenuti provenienti da varie nazioni oppure da contesti dove sono poco noti i concetti di educazione sanitaria. Più di uno è senza una storia di vaccini – anche quelli basilari – alle spalle e privo di screening per conoscere l’eventuale presenza di malattie infettive.

 

All’ingresso della casa circondariale si propone il prelievo, ma sta al cittadino sottoposto al regime di reclusione dare il consenso. Anche il tampone per il Covid: non è obbligatorio. In questo caso, se il detenuto non vuole farlo e non ha il green pass quindi non è vaccinato né acconsente alla somministrazione, viene tenuto 21 giorni in isolamento.

 

Un conto è la convinzione che tutti i cittadini hanno diritto al medesimo livello di cure: nessuno lo mette in dubbio ed il sistema si attiva in tal senso. Un altro è ostinarsi in un garantismo che in fatto di salute pubblica, scusate, ma non ha motivo di esistere.

 

E, chi si sentisse oltraggiato da tale affermazione, può innalzare i cartelli anti discriminazione. Ma non prima di aver letto quello che è accaduto a fine giugno ad un operatore sanitario in forza al Carcere del Marino di Ascoli. 

 

LA PREMESSA – La struttura ascolana da qualche anno dispone del Reparto di Salute mentale, con tre posti a disposizione dei detenuti che necessitano di osservazione psichiatrica di circa un mese e che possono arrivare anche dall’Emilia Romagna (Ascoli fa parte, infatti, dello stesso Provveditorato). Il reparto richiede assistenza medica e infermieristica h24 ed il Distretto di Ascoli ha organizzato la copertura di tutti i turni.

 

IL FATTODurante la somministrazione di un farmaco ad un detenuto del “Rsm” del carcere di Ascoli, questo reagisce male e sferra un pugno all’agente di Polizia penitenziaria. L’infermiere che ha fatto l’iniezione, ancora con la siringa in mano, d’istinto si tira indietro e, nella concitazione del momento, si punge con l’ago che era appena stato utilizzato per il paziente.

 

Si sa che l’inconveniente può capitare, sebbene non vengono riconosciute le indennità di rischio per gli operatori sanitari che lavorano nella Casa circondariale.  Inaccettabile il seguito.

 

Scatta, per l’infermiere la legittima paura che il paziente possa avere qualche malattia infettiva altamente trasmissibile attraverso il sangue, come Hiv ed Epatite C. Viene pertanto richiesto al paziente di sottoporsi allo screening, anche per capire il da farsi: lui si rifiuta e nessuno lo può obbligare al prelievo.

 

Sono state fatte telefonate anche in altre strutture dove il detenuto era stato ospitato, per sapere se fossero custodite cartelle con referti di prelievi. Ma niente. La risposta è stata la stessa da parte di tutti: la persona in questione ha sempre rifiutato i controlli.

 

La regola vuole che, non potendo conoscere la storia clinica del paziente, si adotti per precauzione la profilassi per l’Hiv: 28 giorni di cura con un retrovirale, un potente mix di farmaci atti ad arginare l’eventuale rischio di contagio. Talmente potente che, dopo i primi 10 giorni, chi assume questa sorta di “bomba” deve sottoporsi ad esami per monitorare eventuali danni ai reni.

 

Ed in ogni caso, non c’è la certezza del successo in caso di effettivo contagio da Hiv. Non esiste strumento di prevenzione contro l’Epatite C. Solo controlli periodici a cui, chi ha anche il lontano sospetto, deve sottoporsi dopo sei mesi. E nel frattempo?

L’operatore può solo tenere le dita incrociate, sperare che tutto finisca per il meglio, tenendosi però nel cuore e nella mente il tremendo dubbio, perché l’Hiv può avere effetti anche molto tardivi.

 

 

 

 


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