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Le storie di Walter: Elisa Floridi va in pensione 

ASCOLI - E' stata, per oltre quarant’anni, una professionista esemplare all’interno dell’ospedale “Mazzoni”. Coordinatrice infermieristica del blocco operatorio per otto diverse specialistiche, si è sempre spesa per migliorarne, continuamente, l’efficienza. Il rigoroso scrupolo professionale e lo spiccato senso del dovere, innati, le sue principali qualità che hanno contribuito, ingenerosamente, a mostrarla come una eterna "rompiscatole". Ma sempre e solo, semmai, nell’esclusivo interesse dell’utenza
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Elisa Floridi

 

di Walter Luzi

Quarantasei anni di… “contribuzione”, come dice lei, spesi tutti, dal primo all’ultimo, dentro l’ospedale “Mazzoni” di Ascoli. Elisa Floridi, una istituzione vivente, praticamente, lì dentro, va in pensione. Sarebbe rimasta anche. Ancora per un altro po’ magari. Giusto il tempo di vedere ultimati, finalmente, i lavori infiniti di ristrutturazione del “suo” blocco operatorio. Ma, ormai, ha quasi perso la speranza.

 

Una vita lavorativa di dedizione assoluta, e di battaglie, la sua. Contro i limiti umani, e del sistema. Per migliorarsi, e migliorare anche gli altri, sempre animata dal rispetto, e dall’esclusivo interesse, dell’utenza. E poi quella contro il male, combattuta, per anni, al fianco del marito. Raccontando la storia di Elisa facciamo un piccolo viaggio nella Sanità pubblica locale. Insieme ad una professionista che l’ha vissuta da dentro. Con impegno quotidiano. E la schiena dritta.

 

L’ASSUNZIONE NEL 1979 – Elisa Floridi viene da un piccolo paese del reatino. Concerviano, estremo lembo orientale della antica Sabina. Fiera oppositrice di Roma, terra di combattenti indomiti, rimasta sui libri di storia, almeno quelli di una volta, solo per il rapimento delle loro giovani e belle fanciulle da parte dei romani. Elisa, della sua terra, si è portata dietro appunto queste doti. La fierezza, e la bellezza. E’ brillante nei suoi studi. Frequenta prima, nella capitale, il corso inaugurale per il conseguimento del diploma universitario triennale in Infermieristica. A Tor Vergata. Prosegue poi conseguendo brillantemente la laurea triennale a Chieti, e poi la Magistrale a L’Aquila.

Durante il suo girovagare con i libri sotto il braccio, nel 1976, conosce Pino, Giuseppe all’anagrafe, figlio di una coppia di sardi trapiantati in Ascoli. E’ un amore a prima vista. Si sposano l’anno dopo. Avranno tre figli maschi: William, Walter e Christian. Elisa entra nella Sanità nel 1979. Dopo aver fatto il reparto-scuola in Cardiologia si ritrova per l’interinato in Medicina.

I primi tempi sono duri per tutti. Dopo la prima maternità pensano bene di trasferirla in Pediatria, ma rimane poco anche lì. «Quando mi chiamò il primario dell’epoca, il dottor Tavoletti – ricorda Elisa – per propormi il passaggio alla sala operatoria gli dissi che per me era una cosa completamente nuova. Ma con lui c’erano già delle mie compagne di corso, e allora accettai. Feci subito il corso per strumentista, o meglio, assistente ausiliaria della sala chirurgica».

 

LA COORDINATRICE DI FERRO Nel 2001 Elisa è abilitata a funzioni direttive come coordinatore infermieristico. Vincitrice di concorso ovviamente. Per carattere, sul lavoro, è stata sempre molto esigente. Con se stessa, e con gli altri. E adesso non è che cambi qualcosa. Anzi. Nel suo reparto si fa subito la nomea di una severa, pignola, perché, in assenza ancora di ogni tracciabilità, è molto scrupolosa, soprattutto con i nuovi.

Forse anche per questo motivo, chissà, finisce presto trasferita in Unità Coronarica, con il dottor Moretti. «E’ uno dei primari a cui devo di più – confessa Elisa – mi ha ben inculcato i concetti di protocolli, organizzazione e procedure. Voleva mandarmi fino a Glasgow per specializzarmi con gli impianti di pacemaker, ma non ne avemmo il tempo».

Non passa infatti nemmeno un anno che il dottor De Luca la richiama, con la massima urgenza, in sala operatoria. Hanno un problema. Perché senza di lei, la pignola rompiballe, sono andate “smarrite”, nel frattempo, un paio di forbici. Una quisquilia. Da quel giorno Elisa non ha più smesso di coordinare. Che vuole dire studiare le soluzioni migliori, aggiornarsi continuamente, e formare il personale con nuove mentalità. Cozzando a volte anche contro i mal di pancia di un ambiente dove i concetti di tracciabilità e rintracciabilità possono mettere, solo a sentirne parlare, l’orticaria. Ma a volte sarebbe una questione, solo di buon senso, che è sempre alla base delle sue tante “battaglie”. Come nel caso della guardia chirurgica, che, con gli anestesisti, sono attivi 24 ore su 24, ma che, in caso di emergenza, per un intervento di urgenza, devono però aspettare l’arrivo da casa degli infermieri reperibili. E non siamo su “Scherzi a parte”.

 

METTIAMOCI DALL’ALTRA PARTE – La Floridi non è tipa da cercare raccomandazioni, o compromessi di comodo. Pur cordiale e di brillante compagnia, non è portata alle public relation interessate, o all’adulazione dei potenti. «Ho sempre pensato alla Sanità – prosegue Elisa – come se ne fossi io il fruitore. Ho sempre cercato di immaginarmi dall’altra parte. Poi, un brutto giorno, quando ci sono finita davvero con la malattia di mio marito, ho capito appieno l’importanza del ruolo dell’infermiere. Un addetto al pubblico servizio di rilevante importanza. E’ sempre lui la persona più vicina al paziente. Mantenere alta la soglia critica di tutto quello che si fa intorno ad un paziente è fondamentale.

E’ l’infermiere che annota le sintomatologie, che somministra le terapie, che dà l’alert. Addetto al pubblico servizio per di più armato. Perché una siringa, una penna, una firma su una scheda diventano armi. E poi non scordiamoci mai del lato umano. Di fatto credo che noi sanitari dovremmo fare, prima di tutto, assistenza spirituale ai nostri pazienti. Un ruolo importante, mortificato, quasi sempre, nella realtà quotidiana. Perché non ce n’è mai il tempo, perché si è in pochi nei reparti, e si è costretti ad andare sempre di corsa.

Soprattutto durante il covid abbiamo dovuto allontanare i pazienti persino dai loro parenti. Ci si è prodigati, in quel periodo buio, per cercare di dare notizie all’esterno, di tenere i collegamenti, per quanto possibile, ma è stata, comunque, una pagina vergognosa. Ricordo, in proposito, che all’epoca ho dovuto litigare anche per far approntare per tempo una sala operatoria covid riservata per le emergenze, quando eravamo ancora eravamo una città covid free».

 

L’INCOMPIUTO – Il suo rammarico più grande è per la grande opera incompiuta. Lasciata a metà del guado. Il traghettamento lungo, laborioso, travagliato del “suo” blocco operatorio verso il completamento.

«Un blocco operatorio nuovo – spiega Elisa – un fiore all’occhiello, una sorta di meravigliosa cattedrale nel deserto con delle modernissime sale Iso 5 servite da percorsi di accesso rimasti però promiscui. Ho speso anni a sgolarmi per il suo completamento. Quando, sotto la precedente direzione del direttore di Area Vasta 5 Cesare Milani, che aveva ben individuato le maggiori criticità, sembrava ormai fatta, credo gli sia mancato poi il necessario supporto.

Ho lasciato, come non avrei mai voluto, una pseudo centrale di sterilizzazione diffusa su due piani, ancora in attesa di accorpamento, ed una ottimizzazione di tutti gli ambienti correlati al nuovo blocco (depositi, archivi, magazzini, attesa) ancora di là da venire. In un perimetro lavorativo quotidiano non facile da vivere, proprio perché incompiuto sotto il profilo impiantistico-strutturale, continuano a prodigarsi infermieri e oss, che saluto e ringrazio ancora per la collaborazione che mi hanno dato in tutti questi anni».

 

L’EREDITA’«In un contesto di informatizzazione aziendale – continua Elisa Floridi –  “a macchia di leopardo”, come la vedova importuna con il giudice iniquo, descritta nella parabola del Vangelo di Luca, a furia di chiedere alla fine qualcosa ho ottenuto. Grazie ad un perito informatico ho potuto mettere a punto, e lasciato in dote, tre programmi informatici. Per la gestione dei turni di servizio, per l’archiviazione del turnover di tutto il materiale di transito (circa novemila voci) e per la gestione del parco tecnologico (circa seicento apparecchiature). Uno strumento che io ritengo preziosissimo per snellire le procedure ed evitare errori, nato nell’indifferenza generale. Peccato. Un grazie, almeno, poteva starci. Come i graditi suggerimenti per un eventuale, sempre possibile, miglioramento. Ora possiamo confidare solo nel nuovo direttore generale,  Massimo Esposito, e in un suo risolutivo intervento. Alla consegna delle mie dimissioni l’ho relazionato su tutte le situazioni che ho lasciato, e lui ne ha preso nota, con interesse, per iscritto. Staremo a vedere».

 

TEMPO DI BILANCI – «All’ospedale di Ascoli non mancano i buoni professionisti – continua Elisa – ma, secondo me, solo una buona organizzazione. E, in qualche caso, strumenti al passo con i tempi. Ma i buoni professionisti ci sono sempre stati. Adesso abbiamo problemi di carenza di personale, ma qui il discorso si farebbe complesso. Per il resto c’è timore del tracciare. Della rendicontazione.

Nella confusione invece si sta tutti più tranquilli. Alla faccia delle norme. Il dottor Maresca, secondo me, è stato il direttore per eccellenza. Mi ha aiutato tantissimo nell’impegno, costante e appassionato, per cercare di migliorare la qualità del servizio all’utenza. Ma anche per un benessere organizzativo generale, che arrivasse a tutti, pazienti ed operatori. Sarei rimasta volentieri altri due anni se avessero messo mano seriamente alle opere di cui abbiamo già parlato.

Il lavoro non mi ha mai pesato. Neanche quando restavo in ufficio per dodici ore filate con lo stipendio tabellare. Perché per i coordinatori non è previsto lo straordinario, e neppure hanno diritto all’indennità di reperibilità. Ma reperibile lo sono stata sempre. E, in caso di necessità, ti chiamano continuamente. Ho operato sempre con alto senso del dovere. Un senso civico che è innato. Ma di cui poi paghi lo scotto. Quando non riesci a tornartene a casa, se prima non hai finito tutto quello che devi fare. Mi vanto però di non avere mai scritto una lettera di richiamo ai tanti infermieri che ho gestito.

E, negli ultimi anni, erano cinquantacinque i miei collaboratori. Ho lasciato tutti i loro curriculum intatti. L’ho fatto perché riconosco che gli operatori spesso sono costretti a lavorare nelle condizioni peggiori. Ho sempre cercato di addestrarli, formarli, istruirli tenendo bene a mente che non operavano in condizioni ideali. Riconosco di essere stata, a volte, forse, anche troppo severa, ma le cose che studiavo le potevo far mettere in pratica solo con rigore. Nell’esclusivo pubblico interesse».

 

LA SECONDA LAUREA – Appassionata di ogni forma di bello e di buono che possa offrirti la vita. L’immensità della natura, come l’arte, o la cultura. Con le loro mille espressioni per arrivare a riempire il cuore, e illuminare le menti, del genere umano. Amante delle buone letture come dei silenzi infiniti della montagna. Escursionista ed impegnata nel sociale, Elisa fa anche parte dell’associazione, di sole donne, International Inner Wheel, una delle organizzazioni di volontariato femminile più diffuse nel mondo, portatrice dei valori morali universali più nobili.

«Durante la lunga malattia di mio marito – conclude lei – mi sono laureata anche in Scienze Religiose, alla sede distaccata dell’Università Lateranense di Ascoli, poi trasferita ad Ancona. Studiavo durante tutte quelle notti insonni mentre lo vegliavo. Sono state materie di studio, credo, anche strettamente inerenti alla mia professione: Psicologia, Pedagogia, Didattica. C’è bisogno di un recupero di questa sfera spirituale, così mortificata al giorno d’oggi. Io credo nella Provvidenza, in questo Spirito consolatore. Credo nell’Oltre la vita. Questa mia laurea, maturata durante i cinque anni della sua malattia, doveva servire anche per convincerlo, lui comunista berlingueriano, come amava definirsi, che non era finito tutto qua. Un tentativo di regalargli almeno la speranza che esista una nuova vita. Oltre. Per tutti noi. Dopo. Ho cercato di condizionarlo con il mio Credo.

Siamo un po’ come bimbi nel pancione materno. Due universi paralleli che non possono ancora comunicare. Ma che da un posto così buio ed angusto, nasciamo poi in un mondo immenso. Inconcepibile prima. Io e lui non ci siamo mai detti bugie. Abbiamo continuato a bisticciare fino all’ultimo giorno. Quando tornavo a casa dopo gli esami, ne ho superati una cinquantina, voleva essere sempre il primo a sapere come era andata, e il punteggio conseguito. Quando prendevo un bel voto a quelli più difficili e temuti, soleva chiosare, sorridendo: “E per forza ti è andata bene. Per te ha pregato un comunista”».


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