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A Spelonga torna la “Festa Bella”: la storia e la tradizione in un’intervista a Dario Nanni

DOPO il terremoto e la pandemia covid, nell'Arquatano finalmente riprende la più importante rievocazione popolare, sia per il valore storico che religioso. A cadenza triennale, è la celebrazione di un fatto realmente accaduto: la partecipazione di diversi spelongani alla "Battaglia di Lepanto"
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L’arrivo a Spelonga

 

di Gabriele Vecchioni

 

(foto fornite da Dario Nanni)

 

Da qualche tempo, per cause diverse (terremoto, pandemia), nell’Arquatano non si celebrano feste e ricorrenze. Quest’anno, finalmente, si riprende con quella che può essere considerata la più importante rievocazione, sia per il valore storico e religioso sia per la partecipazione popolare: è la Festa Bella di Spelonga (il nome-logo esatto è festaBella). Tra le tante celebrazioni che si tengono, soprattutto nel periodo estivo, quella che «ha una rilevanza che trascende dal momento di festa, per quello che rappresenta per la comunità – un atto di fede e di coraggio è infatti all’origine di tale celebrazione – è la Festa Bella di Spelonga che ripropone, a cadenza triennale, la celebrazione di un fatto realmente accaduto: la partecipazione di diversi spelongani alla Battaglia di Lepanto (N. Galiè e G. Vecchioni, 2006)».

 

Dario Nanni con l’australiana Maria Ciancotti (spiegazione nel testo)

Ci accompagna, in questo ideale itinerario nella memoria storica del territorio, un appassionato conoscitore della storia locale, l’architetto Dario Nanni.

 

Dario Nanni è un architetto libero professionista; arquatano di nascita, vive ad Ascoli Piceno e ha ricoperto la carica di Presidente dell’Ordine degli Architetti PPC (Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori) della provincia picena; Past President della sezione ascolana del Club Alpino Italiano, è istruttore della Scuola di Scialpinismo del Piceno. Autore di volumi di storia locale (e sull’alpinismo piceno), è un ricercatore attento nei suoi campi di interesse. A lui abbiamo chiesto di ripercorrere con noi la storia dell’importante, antica festa popolare, riscoprendone le radici storiche.

 

Prima di porre qualche domanda al nostro interlocutore, un brevissimo inquadramento storico dell’evento, ripreso da “Arquata del Tronto. Il comune dei due Parchi Nazionali”, un volume di qualche anno fa (2006), scritto insieme con l’amico Narciso Galiè: «Il 7 ottobre 1571 fu combattuta, nel golfo di Lepanto, in Grecia, una grande battaglia navale tra le potenze europee cattoliche e le forze turche, provenienti dai loro domìni sparsi per l’Asia, l’Africa e la stessa Europa. Al giorno d’oggi, il fatto appare lontano e forse poco importante, ma all’epoca fu un’impresa eccezionale, che segnò per sempre la storia dell’Occidente. La battaglia di Lepanto, l’ultimo scontro in mare che vedrà impiegare navi a remi, annientò infatti il mito dell’invincibilità turca, fermando il processo di islamizzazione dell’area mediterranea, considerato allora quasi inevitabile».

 

Checco Ciancotti, Zambanera, emigrato in Australia nel 1959, partecipante a quasi tutte le edizioni della Festa Bella. La tradizione continua con la figlia Maria che, da Perth in Australia, dopo la morte del padre, continua a partecipare alla Festa.

La Festa Bella, una tradizione che si rinnova ogni tre anni. Quest’anno, una festa particolarmente attesa…

 

La Festa Bella, è vero, ha una cadenza triennale e nell’edizione dell’agosto 2106 proprio nei giorni dei festeggiamenti il nostro territorio fu investito da quel sisma tremendo che tutti ricordiamo e i cui effetti sono ancora, purtroppo, ben visibili ancora oggi; peraltro l’area colpita era già in forte sofferenza per una lunga crisi economica e sociale. Con questa seconda edizione post-sisma, come anche con l’altra del 2019, la voglia di affermare concreti segnali di riscatto, attivando processi di rinascita per il territorio, è grande e permea ogni iniziativa della comunità locale e in modo speciale la Festa Bella che ne è l’evento più rappresentativo.

 

Verso Passo Il Chino

La Festa Bella è sempre stata un’occasione importante di socializzazione, un modo di incontrarsi e di ribadire la propria identità. Prima di parlare della Festa, un pensiero ai paesani assenti, a quelli che non potranno partecipare a questo appuntamento…

 

La comunità si ritrova con il proprio senso di appartenenza e la forza delle proprie radici culturali in precisi momenti dell’anno e in alcune manifestazioni in cui tutti gli appartenenti alla piccola collettività spelongana si riconoscono e partecipano: la FestaBella è senza dubbio il più importante tra questi. Nel corso degli anni, a testimonianza del forte attaccamento a questo evento da parte degli abitanti, soprattutto di quelli emigrati all’estero, si verificava che questi ultimi programmassero spesso il loro ritorno in patria proprio in coincidenza con l’anno della festa, mentre nelle comunità spelongane dei residenti all’estero, in Australia, America, Canada, Venezuela, Belgio, Inghilterra, Francia  ecc. si attivava una raccolta fondi che nei decenni del dopoguerra si rivelava decisiva per i festeggiamenti.

 

Riproduzione della bandiera turca sullo sfondo delle montagne

Due fatti significativi mi vengono in mente. Uno legato alla storia della festa del 1961 quando ai due Santesi (gli organizzatori della festa) Noè Schiavoni e Giggino Paoli mancavano circa centomila lire per pagare i fuochi (Lu Spare) e non sapevano proprio dove “sbattere la testa”, ma Omar Quaglia, uno spelongano che risiedeva e lavorava a Roma, risolse immediatamente il problema: fatto un giro tra i compaesani presenti nella capitale raccolse la somma necessaria e Lo Sparo in onore della Madonna della Salute potè essere fatto.

 

L’altro è legatao alla famiglia Ciancotti di Spelonga, gli Spacchetta: quattro fratelli emigrati in Australia e Canada; ebbene, ogni tre anni qualcuno della famiglia è sempre presente alla Festa Bella. Quest’anno, dopo la morte di Checco mitico Zambanera che fino a quando ha potuto è sempre tornato per partecipare, abbiamo con noi alla Festa la figlia Maria, che da Perth (Australia) è già a Spelonga.

 

Preparativi per il trasporto

Vorrei ricordare anche la figura di Don Paolo Bucci, parroco di Spelonga per più di cinquant’anni, deceduto qualche anno fa proprio nel giorno della battaglia di Lepanto (7 ottobre). Don Paolo era una persona molto sensibile per la cultura e la storia locale e ha garantito sempre, alla Festa Bella, il rispetto degli aspetti culturali legati all’evento.

 

La tradizione vuole che alla battaglia di Lepanto abbiano partecipato diversi ascolani e arquatani o, meglio, spelongani. Non è questa la sede per approfondire gli eventi storici, seppure importanti; ricordiamo solo che Giuseppe Fabiani, in un suo lavoro, quantifica in ben 500 gli elementi che dal Piceno avrebbero preso parte al combattimento, sotto il comando di Guido Guiderocchi (in realtà, il nobile ascolano non partecipò alla battaglia perché morì in un incidente alle porte della città picena nel marzo del 1571).

 

La prima foto alla bandiera turca dispiegata (ph Alberto Scaramucci, 1983, spiegazione nel testo)

Sì è vero. Il grande storico ascolano Fabiani formula, nel suo volume Ascoli nel Cinquecento, una prima ipotesi secondo la quale gli spelongani avrebbero potuto far parte del contingente di circa cinquecento uomini, quello appunto comandato dal Guiderocchi, «perito in servizio». Gli uomini di questo gruppo che partì da Ascoli erano stati arruolati e quindi posti al servizio della Repubblica di Venezia. Lo storico ascolano non aggiunge altro né ci indica la fonte di queste informazioni; oggi, possiamo ricollegare a quanto egli afferma alcuni fatti che ci indicano come Paolo Giordano Orsini (Duca di Bracciano e cognato di Marcantonio Colonna) avesse stipulato un appalto con la Repubblica di Venezia, nell’aprile del 1571, per fornire circa 1500 fanti da destinare alla flotta, e sempre nello stesso mese il Nunzio comunicò a Roma che l’Orsini chiedeva il permesso «per la commodità dell’imbarcare, di far la massa dei suoi mille e cinquecento fanti vicino ad Ancona» (Le Marche montagnose e miserabili erano da sempre un vivaio di soldati).

 

La fatica per l’alzata dell’albero

L’Orsini era stato governatore di Ascoli e capo del consiglio dei Cento e della Pace nel 1560 nominato da Papa Pio IV [Medici, quello della Fortezza Pia di Ascoli Piceno, NdA], e nel 1566 viene anche mandato a difendere le coste adriatiche minacciate dai turchi, alla testa di 4000 fanti; alla luce di questa sua conoscenza e frequentazione della terra picena, si può ragionevolmente ritenere che, per la fornitura di fanti a Venezia, il reclutamento venisse fatto nell’Ascolano. Il contingente piceno di cui ci parla il Fabiani, guidato dal Guiderocchi e destinato alla Serenissima, molto probabilmente rientrava tra in quell’appalto stipulato da Paolo Giordano Orsini con Venezia.

 

Fabiani avanza anche una seconda ipotesi: a formare un contingente ascolano e, quindi, a ingaggiare probabilmente anche gli spelongani, sarebbe stato Alessandro Farnese, in occasione della sua visita ad Ascoli avvenuta il 9 maggio del 1571, cinque mesi prima della battaglia, al seguito di sua madre, Margherita D’Austria; in questo secondo caso, i montanari arquatani avrebbero partecipato allo storico evento imbarcandosi a Genova.

 

L’alzata (foto CP)

Come mai, tanti “montanari” a combattere in mare? Puoi spiegarci l’anomalia?

 

Il fatto che anche gente di montagna, proveniente come nel nostro caso, dall’entroterra appenninico, venisse arruolata e destinata a imbarcarsi sulle galee, era una circostanza del tutto normale, in quanto trovare tutti  gli uomini necessari da impiegare come rematori (componente fondamentale per una galea), costituiva un grosso problema, spesso insormontabile, tanto da rendere necessario il ricorso sistematico ai prigionieri o ai condannati per reati comuni, i cosiddetti “sforzati” o “galeotti” che scontavano la loro pena sulla galea.

 

Il trasporto del “palo” attraverso i boschi

Nel sec. XVI, i paesi di montagna erano popolati e pieni di giovani, ma le condizioni di vita delle popolazioni erano davvero misere e molti, quando si presentava sulla piazza del paese il reclutatore che con il tamburo chiedeva se c’era qualcuno pronto a partire, magari agitando il sacchetto con i danari dell’anticipo, molti, messi di fronte alla prospettiva concreta di percepire subito il gruzzolo di fiorini, lasciandosi alle spalle la fame e la miseria, con la possibilità di “girare il mondo”, non esitavano a farsi avanti arruolandosi e partendo volontari.

 

Nel corso del 1° Convegno di studi legato alla Festa Bella, “Le marche e l’Islam” (2003), lo storico sanbenedettese Gabriele Cavezzi rese noto uno studio di Laura Ciotti basato sulle fonti archivistiche dell’Archivio di Stato di Ascoli dove, nell’appendice documentaria, sono elencati i nominativi di quelli che sono i «rematori forniti dalla comunità di Ascoli», in adesione al reclutamento disposto da Paolo III, nel 1538. Nella stessa occasione fu illustrato un altro documento (del 1570), proveniente dall’Archivio di Stato di Macerata «Notula et registro delli remiganti o galeotti che sono obbligati a servire per la magnifica comunità di Macerata nelle galere di nostro signore che s’armano in Ancona contro i Turchi ..» dove, su circa 40 reclutati, 5 provengono da Macerata e 14 da Fermo.

 

Il campo dei partecipanti durante la notte (foto di Niko Orsini)

Uno dei motivi della scelta potrebbe essere l’abilità degli spelongani come boscaioli (nei cantieri navali sarebbero stati chiamati “maestri d’ascia”): la tradizione vuole che molti degli alberi maestri delle navi cristiane provenissero dal Bosco Martese, sui Monti della Laga.

 

Questa storia dei “maestri d’ascia” nostrani e del fatto che alberi delle navi provenissero dai Monti della Laga la potremmo definire senza esitazione…una leggenda metropolitana! La costruzione delle galee avveniva quasi esclusivamente a Venezia, nella fabbrica dell’Arsenale che ne sfornava in grande numero di esemplari; questa dell’Arsanà di Venezia era, nel sec. XVI, la realtà tecnologica e produttiva più antica del mondo: tutti la riconoscono, oggi, come uno dei maggiori complessi produttivi nel mondo occidentale. Nell’Arsenale veniva impiegata manodopera fortemente qualificata e ben remunerata che lavorava il legname proveniente dai boschi di proprietà della Serenissima che erano appositamente selezionati, controllati e riservati esclusivamente a questo scopo; da qui, tronchi e legname arrivavano a destinazione sfruttando la fluitazione sui corsi d’acqua. Per la costruzione di una galea la quantità di legno necessaria era piuttosto rilevante: occorrevano infatti circa 600 piante di rovere, 35 di larice, 40 di abete e centinaia di faggi per i remi e di noci per i timoni. In un contesto simile appare piuttosto improbabile l’ipotesi secondo la quale qualche maestranza o parte del legname potessero provenire da Spelonga o dalla Laga (località non proprio vicine a Venezia).

 

Fasi finali dell’alzata dell’albero

L’ “albero” si taglia nel vicino Bosco del Farneto, la selva compresa tra la valle del Tronto e il Monte Comunitore.

 

I tempi in cui si andava a prendere l’albero a San Cerbone, nel Bosco Martese, sono ormai lontani, una dettagliata cronaca del 1936 scritta dal nostro compaesano Giuseppe Coletti e pubblicata su “Vita Picena” ci racconta di giovani che partono per il bosco addirittura la sera del mercoledi e arrivano, con il tronco, dopo quattro giorni in paese, a mezzogiorno della domenica. Oggi una simile impresa sarebbe impossibile in quanto richiederebbe un allenamento al lavoro fisico e un’attitudine allo sforzo e alla fatica che non c’è più… ma ti assicuro che anche andare nel Bosco del Farneto, certo più vicino e facilmente accessibile di San Cerbone, e per tre giorni tirare l’albero, non è uno scherzo!

 

Il toponimo “Farneto” viene da farnia, una quercia, ma l’albero è un faggio o un abete…

 

Sì, è vero. Nel bosco del Farneto, luogo dove si taglia l’albero attualmente, e che appartiene alla Comunaza Agraria di Trisungo (che consente volentieri questa pratica e cui va la riconoscenza e il ringraziamento degli spelongani), troviamo molte specie arboree tra cui prevalentemente faggio ed abete.

 

Raccontaci brevemente dei Santesi, del Capo palo, del trasporto del tronco sramato, una fatica epica alla quale partecipano volontari entusiasti.

 

Manifesti con il programma delle manifestazioni

L’organizzazione, preparazione e gestione della Festa Bella è cosa assi complessa, se non altro in quanto ormai siamo oltre i trenta giorni di festeggiamenti, e a tutto questo pensano i Santesi, termine con cui a Spelonga si designano coloro che hanno proprio questa funzione organizzativa nelle feste patronali, nella celebrazione del Santo potremmo dire.

 

Negli ultimi anni, visto l’impegno richiesto, i Santesi per la Festa Bella sono passati da due a quattro; i Santesi di quest’anno sono Ignazio, Daniele, Alessandro Di Vittori e Riccardo Camacci. Per la gestione del taglio, trasporto e alzata dell’albero c’è invece una figura apposita con competenze più specifiche. Nella storia della festa si ricordano, in questo ruolo di Capo palo, figure ormai mitiche; una di queste per esempio e quella di Silvio Paoli, “Lu Spagnule”: persona di corporatura esile e minuta d’aspetto ma dotata di un forte carisma personale che ne faceva un “capo” indiscusso. La sua severa determinazione nell’impartire le disposizioni di manovra agli uomini al tiro dell’albero, pretendendo sempre il più assoluto e rigoroso silenzio, anche da parte degli spettatori, è ormai passato alla storia.

 

Il trasporto dell’albero in alcuni tratti del percorso presenta difficoltà che a prima vista possono sembrare insormontabili, si pensi alla risalita del Monte Comunitore da Passo Il Chino, dove si superano pendenze fortissime. In questi tratti è sempre presente anche un forte pericolo e una grande preoccupazione per l’incolumità di coloro che “tirano” e per incidenti che potrebbero loro capitare, in quanto impegnati in queste condizioni difficilissime ci sono sempre circa 120/150 persone che è sempre arduo coordinare e guidare. Ma fino ad oggi («Madonna te n’aringrazie!», dicevano i vecchi) non si sono registrati incidenti significativi.

 

Nelle recenti edizioni, questo difficile e impegnativo ruolo del Capo palo è stato egregiamente ricoperto da Remo Pichini ”Mutannò” che dopo molti anni di “servizio” – da tutti molto apprezzato – proprio quest’anno, ha passato la mano a Guido Franchi che non è certo un novizio, in quanto è presente al trasporto del Palo fin dai primi anni 60 del Novecento e che comunque  aveva affiancato  Remo Pichini nelle ultime feste.

 

Il racconto della Festa (spiegazione nel testo)

L’ultimo era lungo 30 m e pesava venti quintali (2000 chili!), vero?

 

Gli alberi che si tagliano per la festa sono lunghi quasi sempre sopra i 30 metri e con queste lunghezze parliamo di pesi di svariate decine di quintali, sicuramente.

 

E si arriva all’appuntamento di Passo il Chino, posto panoramico, un autentico traguardo…

 

L’arrivo a Passo il Chino avviene in genere nel pomeriggio del secondo giorno, quando l’albero trasportato fino al campo dove è allestita la struttura ricettiva e dove ci si rifocilla, nei pressi del passo, prende le mosse per affrontare l’impervia salita del Monte Comunitore, questa sì una vera e propria prova collettiva di abilità e di forza.

 

Sulla bandiera turca conservata a Spelonga, nella parrocchiale di Sant’Agata, circolano diverse speculazioni, Quella più accreditata vuole che Carlo Toscani (un cognome presente nei registri parrocchiali ancora nel sec. XVII), uno dei “marinai” spelongani, l’abbia strappata a una nave nemica con un’azione ardita (un blitz, diremmo oggi); tornato a casa, l’avrebbe depositata ai piedi della statua della Madonna della Salute presente in chiesa. Proprio questo cimelio (una bandiera di colore rosso con il caratteristico simbolo della mezzaluna) è al centro della celebrazione popolare che si tiene durante la Festa…

 

Sulle origini e sulle vicende legate alla bandiera che la tradizione vuole proveniente da quello  scontro navale non abbiamo a disposizione, finora, fonti documentali che ne parlino; la tradizione ci dice  appunto di centocinquanta spelongani partiti per Lepanto e di Carlo Toscano, uno di loro, che poi avrebbe riportato in paese il drappo strappato nella vittoria contro turchi del 7 ottobre del 1576. Effettivamente il cognome Toscano che attualmente non è più presente tra la popolazione locale lo era invece nel 1638, come testimoniato dal registro della Confraternita del SS. Rosario che riporta la presenza di diversi confratelli con questo cognome. Nella pergamena di istituzione di questa confraternita (1637), che tutt’ora si conserva a Spelonga, il Maestro Generale dell’Ordine dei Predicatori Domenicani Frate Nicola Rodolfo in Santa Maria Sopra Minerva in Roma, dispone di celebrare la festa del Santissimo Rosario nella prima domenica di ottobre proprio in ricordo della vittoria «contra turcos».

 

Addirittura, sempre la narrazione popolare ci parla di una donna che partita a posto del fratello, avrebbe lei strappato la bandiera dalla galea turca. Il fatto è che su questa bandiera non sappiamo molto; lo storico ascolano Fabiani ne pubblica anche una foto nel suo libro “Ascoli nel Cinquecento”, ma non aggiunge informazioni sulla provenienza; altre foto disponibili presso la Soprintendenza sono state scattate negli anni trenta del ‘900, quando la bandiera era custodita non nella chiesa di Sant’Agata, come lo è ora, ma in quella di Santa Maria, l’altra chiesa di Spelonga, demolita nel 1934. Inoltre sempre di quegli anni (1936) è la catalogazione della bandiera nell’Inventario degli oggetti d’arte italiana.

 

Lo stato dell’arte sulla conoscenza delle vicende legate a questo vessillo è più o meno questo. Nel corso degli anni sono fiorite molte altre storie e aneddoti su come sarebbe stata presa, su come sarebbe giunta a Spelonga e chi l’avrebbe portata e anche sul fatto che arrivò macchiata di sangue nemico poi qualcuno la lavò, ecc. ecc.  Ma, come scrive il Prof Alessandro Barbero, che ha firmato le prefazioni di due nostri libri sulla storia di Spelonga e di Arquata, la prima cosa da chiedere a uno storico che ci racconta qualcosa è: Ma tu come fai a saperlo? E immagino, che nessuno di coloro che riportano questi aneddoti sia in grado di rispondere.

 

La mia opinione, del tutto personale, è che per la diffusione di molti di questi aneddoti che circolano sulla bandiera e sulla partecipazione spelongana, la poesia estemporanea locale con la potenza evocativa dei suoi versi in ottava rima abbia giocato un ruolo determinate. La poesia dei cantatori a braccio è stata in passato, nel centro Italia, una realtà molto diffusa, con un forte radicamento soprattutto nei territori montani della nostra zona; ancora oggi si apprezza tutto il suo fascino, tant’è che nella Festa Bella è prevista proprio una esibizione di questi poeti locali. I poeti, da sempre, hanno cantato le storie legate alla battaglia, alla bandiera (si pensi solo alla meravigliosa ottava di Francesco Casini “Un inchino io farei alla bandiera…”) ma anche alla Madonna protettrice e a tanti altri temi. Con la forza evocativa dei loro versi hanno creato storie, suggestioni, scenari, fatti di gesta epiche ed eroi valorosi che, col passar del tempo, sono diventate nella tradizione popolare la narrazione di riferimento con un valore anche “storico” colmando, di fatto, quel vuoto di informazioni e la sete di conoscenza che si aveva rispetto a questo evento.

 

Da dove trae origine il nome Festa Bella e come è cambiata la festa nel corso degli anni

 

I festeggiamenti, nel corso degli anni, sono sempre stati in onore della Madonna della Salute, protettrice di Spelonga. La Festa della Madonna della Salute ricorre ogni anno, ma ogni triennio lo svolgimento assumeva, per tradizione, una veste più “solenne”, con tre giorni consecutivi di festeggiamenti, nella seconda decade di settembre, con il trasporto e l’innalzamento dell’albero (lu treve) nella piazza.

 

Nel gergo popolare per distinguere l’anno in cui i festeggiamenti sarebbero stati più importanti e con il trasporto dell’albero, si diceva che era l’anno della “festa bella”, con la celebrazione sempre in onore della Madonna della Salute.

 

Nel 1983, quindi in tempi moderni, si sentì la necessità di approfondire e valorizzare al meglio gli aspetti storici e i tratti tradizionali della festa e del paese. Si realizzò, quindi, una piccola pubblicazione (“Aspelonga”), con la collaborazione di Don Paolo Bucci,  Quinto Fabriziani  e mia, ma anche di Gabriele Di Vittori e altri, che, per la prima volta illustrava aspetti storico-artistici del paese, soffermandosi anche sulla Battaglia di Lepanto, in relazione con la festa; un primo prodotto editoriale al quale avrebbero fatto seguito molti altri,  fino a quello di quest’anno “Arquata e il suo Contado, dissertazioni sulla vita sociale del secolo XVI tra delitti, processi, inventari, promesse di matrimonio e doti” di D. Nanni e G. Lalli, appena pubblicato e che si presenterà il  21 Agosto a Spelonga.

 

Con l’occasione si aprì anche la teca che custodiva da sempre la bandiera turca che venne  dispiegata e ne fu scattata, da Alberto Scaramucci e dal sottoscritto, per la prima volta, una  foto a colori. Ma l’intuizione più importante, che avrebbe segnato una svolta nell’immagine dell’evento fu quella di dare una riconoscibilità forte e immediata alla festa,  attraverso lo “sdoganamento” e l’uso ufficiale, anche un po’ enfatizzato, del termine popolare con cui ci si era sempre riferiti ad essa ma che era rimasto per lo più confinato in ambito locale/familiare: i festeggiamenti triennali in onore della Madonna della Salute  avrebbero assunto la denominazione di “Festa Bella” (o meglio, “festaBella”).

 

Questa idea – di Quinto Fabriziani e mia – si concretizzò subito con la realizzazione del manifesto simbolo della festa dove si possono veder due grandi scritte “Spelonga”, in alto, e “festaBella”, in basso, che inquadrano la foto a colori (allora, scattata da poco), del drappo di Lepanto; i Santesi in carica quell’anno erano Stefano Camacci e Altiero Di Vittori (“La Caccia”). Effettivamente, c’è da registrare che il logo “festaBella”, nel corso degli anni, ha svolto e continua a svolgere egregiamente la sua funzione comunicativa.

 

Arrivato “alla Spelonga”, l’albero trova pronta la “nave”. Il paesano che impersona Marcantonio Colonna, l’ammiraglio della flotta cristiana, sistema in cima al tronco la copia della bandiera turca e viene effettuata l’ “alzata”, rigorosamente a mano. Unico aiuto, corde e scale: ti ricordo una frase di cinquant’anni fa da “Il Nuovo Piceno”: «Tirato con lunghe funi, sostenuto da decine di scale, l’albero lentamente viene innalzato tra la folla, esultante e raccolta».

 

A dire il vero, quando l’albero domenica scorsa, 7 agosto, è entrato in paese non ha trovato la “nave” pronta, in quanto la costruzione della sagoma navale di cui l’abete sarà l’albero maestro, comincerà, come tradizione vuole, la settimana successiva a quella dell’alzata. Quella dell’alzata dell’albero è una fase molto impegnativa per labilità la forza e il coordinamento che richiede ai manovratori, ma anche molto suggestiva perché è un vero spettacolo, da ammirare.

 

All’albero, che misura circa 35 m, viene aggiunto un altro tronco di una decina di metri, e innalzare e piantare al suolo questo colosso di quasi 50 metri non è proprio uno scherzo. La tecnica per questa manovra è rigorosamente quella che ci viene dalla tradizione, e come dicevi tu, è fatta solo con l’impiego di scale e corde; le scale poste a contrasto tra terreno e fusto con funzione di puntoni che spingono verso l’alto l’albero staccandolo da terra, mentre dalla parte opposta tre grosse funi, una centrale e due laterali, tirano il tronco. Le funi sono determinanti soprattutto nella fase finale quando il tronco, molto distaccato dal suolo e quasi vicino alla verticalità, non è più raggiungibile dalla spinta delle scale che, data la forte inclinazione del tronco perdono la loro efficacia.

 

Chiudiamo questa breve chiacchierata con un invito…

 

L’invito che rivolgo a tutti lettori, non può che essere quello di partecipare alla festaBella, evento unico e straordinario, e di venire a Spelonga con entusiasmo per conoscerne anche altri interessanti aspetti della storia, dell’arte e delle tradizioni che questo antico centro custodisce.

 

A questo punto, io mi sentirei di fare anche una considerazione che credo sia importante porre come riflessione che credo di potermi “permettere”, visti i miei  51 anni di festaBella sulle spalle… da quando, sedicenne, vi presi parte per la prima volta: tutti noi spelongani abbiamo profondamente a cuore le sorti ed il futuro della nostra festa che una tradizione secolare ci ha consegnato e che di padre in figlio ci tramandiamo con un obbligo morale di preservare e custodire gelosamente  il suo valore, la sua autenticità, la sua essenza. Questa consapevolezza ci dovrebbe, però, fare da guida nel saper riconoscere e  nell’evitare accuratamente quelle scelte sbagliate che nuocciono profondamente alla festa, quegli atteggiamenti superficiali e approssimativi che sviliscono la tradizione, quella scarsa attenzione e sensibilità verso i contenuti e gli aspetti culturali che ci getterebbero  immediatamente nel calderone delle “sagra di paese”: Questi potenziali rischi sono sempre in agguato ed è necessario tenerli sempre bene in mente, specialmente nel nostro tempo dove apparenza e superficialità, a scapito di approfondimento e sostanza, la  fanno da padrone. Ecco, tutti noi dovremmo sentire forte questa responsabilità, di fronte ai rischi di “snaturamento” che la Festa corre; soprattutto coloro che sono investiti della responsabilità organizzativa dell’evento debbono effettuare scelte consapevoli e coerenti con questi principi. Ma sono certo che sapremo essere all’altezza.


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