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Le storie di Walter: l’addio a Mario Marozzi

ASCOLI - Nella chiesa di San Filippo e Giacomo l’estremo saluto. Tutto il quartiere delle Tofare si è stretto intorno alla sua famiglia. I messaggi dei figli. Il suo impegno civile e l’amore per il bello e per gli altri. Le imprese della sua vita sempre volte al Bene Comune
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Mario ai tempi del barretto all’Annunziata

 

di Walter Luzi

 

L’ultimo applauso per Mario Marozzi. Lo hanno salutato così i tanti amici del quartiere Tofare che hanno affollato la chiesa di San Filippo e Giacomo. Stretti intorno alla moglie, ai figli, ai nipoti di un uomo che è riuscito a lasciare un’impronta profonda durante la sua vita. Non è facile. Non è da tutti. Perchè un cuore puro come il suo ha potuto concepire, e realizzare, durante la sua esistenza, solo opere disinteressate. Autentiche imprese in qualche caso, interpretando e facendosi portatore del comune sentire, sempre fautore del bene collettivo. Con una predisposizione innata alla socializzazione, al contatto umano mai superficiale, di comodo, o di convenienza. Che hanno fatto nascere tante amicizie durate una vita intera.

 

A Carnevale è Papa Ratzinger

UN AFRICANO ALLE TOFARE

 

Mario Marozzi nasce in Africa, figlio di ascolani, Giovanni e Francesca, coloni in Eritrea. Quando rientra in Italia la sua famiglia va per un po’ ad abitare in Piazza San Tommaso, a Porta Romana, prima di trasferirsi, alla fine degli anni Cinquanta, alle Tofare. Quartiere popolare nuovo di zecca. Casermoni pieni di coppie giovani con figli piccoli, e grandi desideri di un futuro migliore. Un ribollire di energie nella prima campagna ascolana ad essere divorata da cemento e asfalto. Case, che rappresentano l’unica ricchezza per chi le abita, in mezzo al più brutto nulla. E’ in questo contesto che Mario Marozzi, ed altri intrepidi, vollero portare, qualche anno dopo, il bello. I profumi e i colori dei fiori, il verde dei primi alberi. Dopo le medie Mario frequenta la scuola di Avviamento commerciale. E’ qui che conosce Antonietta. Lei è la figlia dell’oste Pietro Traini, che all’inizio di via Sassari, proprio all’incrocio con la Piceno Aprutina, ha aperto, con la moglie, una osteria e una piccola trattoria, con un campo da bocce lì di fronte. Si sposano nell’estate del 1968. Lui, dopo breve trascorso calcistico con le giovanili della Del Duca, e, lavorativo, alla Ceat, viene assunto alle Poste. Prima nel Fermano, e poi nella sua città. Nella sede centrale di Via Crispi conosce e lega molto con il fotografo Enzo Morganti. La prima di una lunga serie di amicizie vere. Nate, chiacchierata dopo chiacchierata, con il tempo giusto, quello necessario, prima di aprire le proprie anime. Amicizie forti, ed eterne, come quella nata con l’artista Giuseppe Marinucci. Un’altra fra mille.

 

LA FESTA DEI FIORI

 

Mario Marozzi è stato fra le anime della Festa dei Fiori, che nasce nel 1970. Non era un leader, ma un catalizzatore di energie e di eccellenze con capacità di coinvolgimento degli altri disarmante. Caparbio ed infaticabile nel perseguimento degli obiettivi comuni, era abilissimo nel trasmettere entusiasmo e fiducia a tutto il comitato. Nel fare i programmi non si accontentava. Portava ad esibirsi alla festa del suo quartiere i complessi musicali migliori, magari di tendenza, che cantavano già i brani in inglese, o ad ospitare le performances più spettacolari, come le corse dei Go-kart, e le eccellenze in ogni campo. Il meglio, in una parola, che ci si poteva permettere. Sfruttando, per primi, tutti i talenti locali. Come Umberto Lanciotti, che sapeva cucinare per tutti le penne all’arrabbiata più buone di sempre. O Saturnino Celani, futuro brillante musicista, che portava le serenate sotto i balconi ricolmi di gerani in fiore insieme al suo papà, e ai loro violini. O Gigi Valenti, di San Filippo, che di mestiere faceva il muratore, ma che cantava alla Festa dei Fiori, con la sua voce da tenore. O il professor Pasquale Zuppini, che scriveva da par suo le solenni motivazioni delle assegnazioni dei Premi Umanità. Fra i tantissimi altri. Non c’è mai il banale copia-incolla con l’edizione precedente della festa, e l’obiettivo privilegiato non sono gli utili di bilancio, ma i rapporti umani. Sempre, e a prescindere da tutto il resto. Le costanti irrinunciabili sono l’attenzione per l’ambiente, il bello, come i fiori e il verde, il miglioramento del vissuto quotidiano e della qualità della vita. Per tutti. Gli alberi piantati in quegli anni da giovani coppie di sposi sono ancora lì, anche se alcuni matrimoni sono finiti da in pezzo. Senza trascurare la crescita culturale. Nel cortile del complesso Gescal, dove abita il suo amico professore Tonino D’Isidoro, porta le esibizioni degli allievi dell’Istituto Musicale Spontini, e il balletto di danza classica di Caterina Ricci. La carrozza d’epoca per portare in scena La Cenerentola la fornirà al comitato la famiglia nobiliare Alvitreti.  Mario Marozzi precorre i tempi parlando di ecologia già negli anni Settanta. La bicicletta resterà sempre il suo mezzo di trasporto preferito, un grande amore che trasmetterà anche ai figli. Sara, Giampiero e Stefano, che gli daranno sei nipoti. Come quando non ha i soldi per fare benzina alla sua auto. Per arrivare alla festa di Campolungo, nella campagna di origine della moglie, allora si va tutti in bici. Lui, a bordo del suo ciclomotore, li spinge tutti, a turno, con la mano sulla schiena durante le salite. E con gli spicci della benzina per l’auto risparmiati ci compra loro le noccioline. Metafora della sua visione della vita. «Ci predicava dietro in continuazione – racconta sempre la figlia primogenita Sara – ma quando avevamo bisogno di incoraggiamento, anche nei momenti più difficili e delicati, non ci faceva mai mancare il suo sostegno».

 

Quintanaro con Porta Maggiore

LA CONQUISTA DEL BARACCONE

 

A ridosso del quartiere delle Tofare c’è una vasta area demaniale dismessa dall’Esercito. Lu baraccò. Una inutile bruttura a cielo aperto che potrebbe diventare una risorsa, una vasta area abbandonata dai militari vista come potenziale ricchezza in più per il quartiere. Mario Marozzi capeggia, ancora una volta, questa sorta di… esproprio proletario. Il muro di cinta, mattone dopo mattone, viene demolito più volte, nottetempo, a proprio rischio e pericolo, dai residenti alla fine degli anni Settanta. Ammoniti, passibili di sanzioni, non demordono neppure quando i varchi aperti nella cinta vengono rimurati dalle autorità competenti. Mura nate per la guerra abbattute dagli uomini per la pace, e la prosperità, comuni. Mario stesso, dopo l’occupazione popolare, fresa, con il trattore che usa nel suo orto di Piattoni, la pietraia del campo di gioco affinchè possano spuntare, presto, fili d’erba. E pianta insieme agli altri residenti i primi pali di legno delle porte. E tanti alberi. La collettività si riappropria del suo territorio. I bambini, e non solo, del quartiere, si conquistano, letteralmente, il loro campo di gioco. Mario pensa anche ad una collaborazione con la locale scuola di arte edile per la realizzazione di strutture minime, come un luogo di ritrovo per giovani ed anziani. Lo concepisce come un regalo per tutte le Tofare. Un luogo libero, fruibile da tutti senza vincoli od oneri. Senza rovinose ingerenze della politica, o del business. Si batterà poi, con gli altri residenti, per il mantenimento della linea di autobus urbano all’interno del quartiere. Anche con blocchi stradali, sit-in, o altre iniziative memorabili. Come le cinquemila lettere spedite al Presidente della Repubblica per invocare la chiusura della vicina distilleria, fonte di miasmi irrespirabili per la popolazione. Sempre al fianco degli ultimi organizza la Festa della Vita coinvolgendo persino Costantino Rozzi nella giornata dedicata ai diversamente abili. E’ un vulcano di iniziative in perenne attività.

 

Come trasformò l’area giochi, con annesso barretto, all’Annunziata

IL BARRETTO DELL’ANNUNZIATA

 

La nuova avventura di Mario Marozzi al parco dell’Annunziata parte nel 1985. Poco prima del suo impegno in politica come presidente della Circoscrizione San Filippo-Porta Maggiore. Democristiano, era orgoglioso di essere stato, alle elezioni comunali, il secondo candidato più votato della città. Ma non raccontava di rispendere in opere per la comunità tutto il compenso che percepiva per quella carica. Ora che, da baby-pensionato, ha finito di crescere i suoi tre figli, ha più tempo da spendere per gli altri. Anche per un’altra, nobile, causa. Il recupero del parco giochi dell’Annunziata e del vecchio barretto, da tempo, entrambi, in stato di completo abbandono. Un posto vandalizzato per drogati. Ripulisce tutta l’area, rimette in funzione i giochi per i bambini, riporta la vita, e gli ascolani, in uno degli angoli più suggestivi della città. Con iniziative di carattere culturale di ogni tipo, e con il ballo. Anche se c’è un’operazione insita che lo addolora. Lui che ha già difficoltà a gestire le proprie emozioni. La sua fatica quotidiana, e non retribuita, per ripristinare nell’area le condizioni minime di igiene pubblica e di decoro urbano, scompare infatti di fronte alla disperazione di un giovane che firma la sua resa con un buco nel braccio.

«Soffriva soprattutto per questo – rivela la figlia Sara – quando ogni mattina presto si faceva il giro di tutto il colle e del parco, anch’essi, all’epoca, in stato di degrado e abbandono. In mano una pinza da caminetto e un grosso secchio bianco nell’altra, che riempiva, o quasi, di siringhe usate, dopo il solito giro ogni mattina. Mi chiedevo del perché avesse riaperto un bar, se poi passava molto del suo tempo a fare l’operatore ecologico. Non faceva il commerciante, ma puro volontariato. E con quei ricarichi fallimentari che applicava sulle bibite, ti puoi immaginare che lauti incassi…». E invece il barretto di Mario Marozzi, avamposto di umanità, resisterà sull’Annunziata, per quasi vent’anni, fino al 2004. Un altro miracolo.

 

Alla guida dell’auto per festeggiare la prima Serie A dell’Ascoli

L’AMORE PER ASCOLI

 

Quando l’Ascoli, nel 1974, viene promosso per la prima volta in serie A, una foto storica ritrae Mario alla guida della sulla sua Cinquecento scappottata nel festoso corteo in centro per celebrare un giorno storico. A bordo tutti i giovani che sono riusciti ad entrarci dentro, con le loro bandiere bianconere al vento attraverso il tettuccio aperto. Si impegnerà poi, all’inizio del nuovo millennio, per far tornare nella solenne processione in onore di Sant’Emidio l’antico carro agricolo trainato dai buoi. Li scova lui personalmente, girovagando a lungo per le campagne dell’ascolano e del fermano, alla ricerca della coppia di buoi marchigiani più belli. Al santo patrono ha anche dedicato una poesia, dove auspica un impegno degno dei suoi uomini più importanti  e più amore e rispetto da parte degli ascolani stessi, che devono impegnarsi anche loro per meritarne la straordinaria bellezza.

In versione cuoco

La Quintana e il Carnevale, le espressioni più celebri dell’ascolanità, non possono vederlo soltanto spettatore. Si maschera spesso, la più ricordata e recente quella nei panni di Papa Ratzinger, fresco dimissionario. Con i due figli è, per  diversi anni, figurante nel corteo storico dietro il gonfalone del sestiere di Porta Maggiore, di cui sarà anche consigliere. Una passione che uno dei due, Stefano, il più legato alle tradizioni ascolane, conserverà per sempre. Sestierante militante con Porta Maggiore, ha decorato di nero-verde per molti anni l’asfalto del ponte nelle settimane pre-Quintana con il nome d’arte di Saffo. Chiara, la moglie, ne è stata la dama. Ha preso casa in centro, con vista sulle torri della sua città, e messo nome Emidio a suo figlio, solo perché è quello del santo patrono. Stefano inoltre fa parte del direttivo dell’Associazione Carnevale di Ascoli. E’ quello della famosa mascherata, insieme alla moglie, di Furio e Magda che si è meritata anche i ringraziamenti di Carlo Verdone in persona. Buon sangue non mente.

 

«Mio padre – ha detto Sara al termine delle esequie – non era certo perfetto, ma era un puro. Limpido e trasparente come il vetro. E, come il vetro, fragile e vulnerabile. Perchè temeva di non fare abbastanza. Perchè, a volte, si caricava di pesi troppo grandi per chiunque. Aperto agli altri. Vero. Sensibile verso i più deboli e le persone in difficoltà, le più bisognose di affetto, a cui ha aperto sempre la nostra casa. Ci ha insegnato l’amore incondizionato per il Prossimo, e per le cose belle del Creato. Ci ha mostrato la meraviglia anche soltanto di un tramonto, e il rispetto per tutti con l’esempio. Non sapeva cosa fossero la cattiveria, l’ipocrisia o la smania di apparire. Tutto quello che ha fatto lo ha fatto in libertà. Dando il meglio di sé. E tirandolo fuori dagli altri. Coinvolgendoli con il suo saper essere. Perchè superavano insieme ogni divergenza di vedute, ogni contrasto, pur di riuscire a realizzare bei progetti. Perchè i ricordi di cose belle, come le amicizie vere, durano per sempre».

 


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