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Associazioni in rivolta per l’abbandono delle case basse: «Vanno salvate, sono la nostra storia»

SAN BENEDETTO - Le storiche "case basse", ultime testimonianze della civiltà marinara sambenedettese, sono in via d'estinzione. Sei associazioni scrivono al Comune, alla Soprintendenza e alla Regione Marche per salvaguardarle e riqualificarle
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Le associazioni del territorio chiedono il recupero delle case basse di San Benedetto

 

di Giuseppe Di Marco

 

E’ una lunga ed accorata lettera, quella che sei associazioni del territorio hanno inviato all’Amministrazione comunale, alla Soprintendenza e alla Regione Marche per salvare le case basse della città: un patrimonio unico, testimone della civiltà marinara sambenedettese, ora in via di estinzione.

 

L’appello è stato sottoscritto dal Circolo dei SambenedettesiAssociazione Pescatori SambenedettesiCircolo NauticoGruppo Fai San BenedettoLions ClubRotary Club e anche dal Premio Truentum 2019 Giacomo Vespasiani.

 

La “casa bassa” viene descritta come «elemento fondamentale per la conoscenza della comunità dei pescatori che ha fatto la storia della città è la struttura urbana e il sistema abitativo “casa bassa” ne costituisce il nucleo centrale e il segno caratteristico – scrivono i referenti delle associazioni – La Marina , dopo il piano regolatore del 1793 redatto dal capomastro fermano Paglialunga, aveva mantenuto a lungo il suo assetto urbanistico, cambiando solo in tempi recenti il nome delle vie allora denominate in base ai mestieri che vi si svolgevano – Via dell’ancoraggio, Via dei Vetturini, Via dei Cordari, Via dei Calafati – e acquisendo il dominio dei relitti di mare (le nuove terre della maréne emerse per il progressivo allontanamento del Mare) che determinarono la grande espansione demografica del borgo. Un fenomeno che avvenne attraverso la costruzione di pagliari, nel nuovo nucleo dei pajarà, e di piccole abitazioni in mattoni, le cosiddette case basse».

 

Secondo la ricostruzione dello storico Giuseppe Merlini, «la casa bassa rappresenta la tipica abitazione marinara della costa marchigiana. Questo particolare tipo di abitazione, definito e classificato in base alle sue caratteristiche morfologiche dimensionali, è più o meno equamente diffuso su tutto il litorale e rappresenta spesso la tipologia predominante nei borghi marinari che si sono sviluppati tra la fine del XVII e il XIX secolo».

 

Si tratta, come riporta l’archivista, di abitazioni generalmente di piccole dimensioni, con la presenza del solo piano terra e solitamente monolocale. Il bagno, ove presente, è costituito da un buco sul muro direttamente collegato con una fossa assorbente esterna. Prive di acqua corrente, l’illuminazione si ottiene mediante l’unica finestra presente sulla facciata o con candele, lumini o altro. Anche l’arredamento è ridotto al minimo indispensabile e consta solitamente di un semplice tavolo con qualche sedia, accanto ad un camino per cucinare, un letto e pochi utensili. Sono costruite con materiali poveri e spesso prive di pavimento, realizzato con semplice terra battuta.

 

«Oggi questo patrimonio abitativo è in gran parte perduto – continuano le associazioni – e occorre intervenire con misure urgenti di tutela per salvaguardare gli ultimi segni storici e architettonici di una tipologia residenziale che rischia la totale estinzione. Attraverso una attenta ricognizione nel centro storico della città di San Benedetto si può constatare come siano rimasti pochi esemplari di “casa bassa”: una non molto significativa in Via Palestro, una in Via Laberinto, ma soprattutto il blocco di case basse tra Via Cairoli e Via degli Orti, il più significativo e conservato, con area verde intorno, che può costituire un esempio rappresentativo sia della tipologia architettonica che della modalità abitativa».

 

La richiesta è inequivocabile: «Non vogliamo assistere impotenti alla sparizione di quest’altro pezzo di storia e facciamo appello all’Amministrazione comunale, alla Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio, alla Regione Marche e a tutti i sambenedettesi sensibili alla storia cittadina, perché questo patrimonio venga salvato per evitare una perdita altrimenti irreversibile. Inoltre ci impegniamo, insieme agli enti pubblici, a mettere a disposizione le nostre organizzazioni per partecipare ad ogni iniziativa anche di tipo finanziario per acquisire al patrimonio pubblico questi beni culturali perché si possa procedere successivamente alle attività di restauro e di finalizzazione ad uso sociale e culturale delle “case basse”».


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