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Santa Rufina: la montagna romantica di Domenico Cornacchia

QUALCHE mese fa è stato presentato un volume che racconta una realtà territoriale vicina, quella di Santa Rufina, piccolo centro ai piedi della Montagna dei Fiori, al confine tra Marche e Abruzzo: un viaggio nel tempo e nello spazio di una terra prossima. L’autore, Domenico Cornacchia, ha risposto alle nostre domande
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di Gabriele Vecchioni

 

 

Qualche mese fa è stato dato alle stampe un volume (Resto qui) relativo a una realtà territoriale vicina alla città picena, Santa Rufina, un pugno di case alle falde del versante settentrionale della Montagna dei Fiori, al confine tra le regioni Marche e Abruzzo. Il centro è conosciuto per la chiesa omonima (secc. XII-XIII), della diocesi di Ascoli Piceno; la struttura si alza poderosa, a ridosso di altri edifici, con il suo alto campanile (una turris speculatrix riciclata, parte del sistema difensivo di Ascoli medievale, in collegamento “a vista” con la torre del monastero di San Giorgio ai Graniti, a Castel Trosino).

 

In questo articolo l’autore, Domenico Cornacchia, dottore in Agraria e residente (uno dei cinque!) proprio nel piccolo centro abruzzese, risponde alle domande sul volume, già presentato con successo in diverse sedi, tra le quali Ascoli, Teramo, Roma e il prestigioso Caffè letterario Gambrinus a Via Chiaia di Napoli.

 

L’autore Domenico Cornacchia e il suo volume

Domenico, abiti a Santa Rufina. Un borgo isolato, autonomo, con gli orti e il bosco “annessi”; e la chiesa… Perché un libro su Santa Rufina?

 

Sono nato ad Ascoli Piceno ma ho sempre vissuto qui, in questo piccolo grande posto che ha plasmato una parte del mio carattere fin da quando ero piccolo. Tradizioni, ricordi, passioni, hanno fatto parte della mia vita e di quella delle persone che vivono in questi luoghi. Ho sentito la necessità di riportare nero su bianco tutto quello che nel corso degli anni ho ascoltato dalle persone più grandi di me. L’inesorabile trascorrere del tempo porta a cancellare le memorie che, se non vengono trascritte, vanno dritte nel dimenticatoio. La finalità è stata proprio questa, scrivere le memorie e le storie di chi ha vissuto questi luoghi, dal secolo scorso fino ai giorni d’oggi.

 

Anche se il sottotitolo e la copertina fanno riferimento a S. Rufina, il libro non è solo su questo luogo. Questa piccola borgata, dove la mia famiglia vive da oltre cinque generazioni, è collocata al centro di un comprensorio costituito da altri paesini, oggi per la maggior parte con case disabitate. Il nucleo tematico dello scritto fa riferimento ad aspetti antropologici e sociali dell’intero comprensorio, tratti che si possono ritrovare in quasi tutte le zone collinari e montane dell’Appennino centrale: abitudini, tratti caratteriali, preparazioni di cibo e molto altro che, nella seconda metà del secolo scorso, facevano parte della quotidianità delle persone del luogo.

 

Le case di Santa Rufina di Valle Castellana immerse nel verde e, in basso, l’incanto dell’inverno (foto D.Cornacchia)

Cosa rappresenta il titolo “Resto qui”?

 

Il titolo “Resto qui” è un titolo forte, che apparentemente lascia spazio a un solo significato. In realtà non è così.

Ho vissuto sempre qui e sono felice di vivere in mezzo alla natura ma, allo stesso tempo, ho un bisogno irrefrenabile di viaggiare, di vedere posti nuovi. Mi reputo un “cittadino del mondo” che torna sempre al luogo che sente suo. Viviamo in un comprensorio tra i più belli dell’Italia, incastonato tra il mare e la montagna. A portata di mano abbiamo il Parco Nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga, Il Parco Nazionale della Maiella, i Monti Sibillini. Abbiamo delle montagne dove è possibile sciare osservando il mare.

“Resto qui” non significa restare a vita in un luogo senza mai spostarsi, vivere una vita limitata (e passiva) al posto in cui si vive. Aspettare il trascorrere del tempo senza fare nulla. Anzi…

Per me, per apprezzare al meglio i luoghi del cuore bisogna girare il mondo, conoscere persone nuove, avere occhi diversi. Portare in questi posti il bello che si osserva da altre parti, facendoli crescere e arricchendoli sotto tutti i punti di vista.

 

Oltre ad aver scritto un libro piacevole da leggere, hai compiuto un’operazione culturale, raccontando, e fissando nella sacralità di un testo scritto, fatti e tradizioni che rischiavano di perdersi nelle nebbie del tempo, essendo legate al tramandamento orale. Quasi una ricerca del “tempo perduto”…

 

Marcel Proust nel suo romanzo “Alla ricerca del tempo perduto” sottolinea l’importanza della memoria e di quegli eventi che inesorabilmente erano svaniti e perduravano soltanto nel ricordo dell’autore. Anche io, in un certo senso, sono stato spinto da ciò nello scrivere il libro. La caratteristica orale delle tradizioni e del modo di operare nella società è sempre stata un vincolo per le persone del luogo, poiché molte caratteristiche importanti e caratterizzanti del luogo scemavano nel tempo, perdendosi o distorcendosi nel continuo “passa parola”. Magari un giorno qualcuno potrà sapere che questi luoghi hanno avuto una storia fatta di sacrifici e di persone. Magari leggendo il libro potrà riaffiorare qualche bel ricordo della propria infanzia.

Alla fine, il ricordo è un modo d’incontrarsi di nuovo.

 

L’autore sulla Montagna dei Fiori, uno dei pochi posti d’Italia dove è possibile sciare osservando il mare (foto D.Cornacchia)

Ora, una domanda che avevo preparato ma alla quale, in fondo, hai già risposto… Nel paesaggio, l’osservatore può leggere la testimonianza dell’azione antropica e vedere, nello stesso tempo, i segni del presente e del passato: è un patrimonio che si trasmette da una generazione alla successiva. Nel caso di Santa Rufina la trasmissione è stata, per lungo tempo, orale, sempre a rischio di scomparsa. Lo scopo del tuo libro è quello della salvaguardia delle tradizioni e della cultura del posto.

 

Come accennavo precedentemente, l’oralità che permetteva la maggior parte della comunicazione di eventi e tradizioni dei personaggi del libro era, in un certo senso, una conseguenza degli enormi deficit di letto-scrittura che caratterizzava le persone nel Novecento, in Italia. Scrivere d’altronde è “scolpire nel marmo”. La scrittura rimarrà per sempre anche per le generazioni future.

 

Il messaggio del tuo volume trascende, però, dal localismo: le conclusioni si possono riferire anche ad altri territori, meritevoli di ben altra attenzione. Conoscere l’ambiente alto-collinare e montano, custodirne il patrimonio fisico e culturale per proteggerlo ed evitare la sua trasformazione in parco-divertimenti per cittadini in cerca di evasione.

 

Sì, è di fondamentale importanza custodire il patrimonio fisico e culturale dei nostri luoghi. Abbiamo il dovere morale di non dimenticare la storia, di crescere dagli sbagli fatti in passato, di vivere in armonia con la natura e con quello che ci circonda. Ma questo non vale solo per l’ambiente alto collinare e montano, ma per tutti gli ambienti con cui interagiamo ogni giorno. Le persone dovranno essere sempre più consapevoli dell’impatto che hanno sull’ecosistema, a maggior ragione per le zone di montagna dove la natura fa ancora da padrona e il rispetto e l’equilibrio è alla base di tutto. Chi frequenta la montagna, nella maggior parte dei casi, ha già un grande rispetto per la natura e per il prossimo: basta notare come, durante una passeggiata in montagna, ci si saluta e ci si sorride con chiunque si incontri. Questo viene trasmesso dalla sacralità del posto, in questo caso la montagna, che unisce e rende tutti uguali.

Una delle frasi più belle che porto con me è quella di Walter Bonatti, il più grande alpinista di tutti i tempi: «La montagna mi ha insegnato a non barare, a essere onesto con me stesso e con quello che facevo»

 

Oggi i frequentatori della Laga e dei suoi borghi cercano la sensazione di libertà che dà la wilderness di ritorno: grazie allo spopolamento e all’assenza di manutenzione, la natura sta (ri)conquistando i suoi spazi, gli arbusti invadono i campi abbandonati e i boschi arrivano alle case. Tu racconti un’altra Laga, quella della fatica, della vita “guadagnata”, della solidarietà e del buonsenso…

 

Gli arbusti hanno sempre invaso i campi e lo faranno sempre. È la natura stessa e l’ecosistema che ci circonda che farà in modo di arrivare sempre al raggiungimento di un equilibrio. Sarà sempre così. Anche in passato lo era, con la differenza che prima ogni piccolo fazzoletto di terra veniva lavorato per poter mangiare e sopravvivere. Non ci si poteva permettere il lusso di avere terre incolte, come neanche quello di disprezzare madre natura. Oggi la situazione è molto diversa. Si torna a vivere questi luoghi perché c’è un filo invisibile che unisce le persone a questo, e magari si torna a lavorare piccoli fazzoletti di terra proprio per riavvicinarsi ai ricordi, alla natura e a godere dei suoi preziosi frutti.

 

Per conoscere la cultura vera dell’Appennino, raccontata dal lavoro prezioso e paziente dei suoi abitanti, si devono seguire le tracce (con quella che gli antropologi chiamano “osservazione partecipata”) di chi in montagna non ci andava per diporto ma per lavorare.

 

Gli abitanti di un luogo ne sono anche i custodi. Come è stato per il mio libro, gli abitanti del posto hanno permesso di scrivere queste pagine grazie ai loro saperi, i loro vissuti e le loro emozioni che vorrei fossero custodite nero su bianco nel rispetto di chi ha lasciato traccia in questi luoghi. Prima queste montagne erano dei “giardini fioriti”, proprio perché ogni persona coltivava i terreni per sopravvivenza. Allo stesso tempo era un lavoro prezioso che arricchiva i territori con culture diverse, biodiversità, fauna selvatica, convogliamenti di acqua, ecc.

 

Permettimi una digressione. Spesso l’escursionista percorre un tracciato per il semplice piacere del gesto fisico, della performance…  seguire i sentieri, però, permette di “leggere” le opere dell’uomo, di capire il perché delle sue scelte e verificare che la montagna è un ambiente ricco di vita vissuta e non soltanto un “bel posto”. Il fascino dell’escursionismo (anche culturale) non sta solo nel raggiungi­mento della mèta o nella ricerca del paesaggio “bello” ma anche nell’identificazione dei segnali che si incontrano; per comprendere la storia dei borghi del nostro Appen­nino, occorre capire l’importanza di un sentiero, il perché dell’esistenza di una mulattiera (per arrivare dove? per raggiungere pascoli o aree di lavoro?) e la storia “minore” della gente che abitava in quei posti.

 

Ognuno di noi sceglie di intraprendere il proprio percorso con un obiettivo. Che sia quello del rilassamento, che sia della performance o semplicemente solo perché si ha la necessità di stare a contatto con la natura. Ognuno di noi camminando lungo un sentiero ha le proprie emozioni e i propri pensieri riguardo a ciò che si incontra lungo il tracciato. Quando cammino su alcuni sentieri, per me è inevitabile pensare a quello che è successo in passato, alle fatiche, ai canti che riempivano l’aria, alle persone che hanno attraversato quei tracciati.

 

Mia nonna percorse tre volte in un solo giorno il tratto S. Rufina-Rosara (dall’altra parte del fiume Castellano) per pascolare il gregge, altri del posto si caricavano a spalla l’aratro di un quintale e mezzo portandolo per chilometri in salita, su strade mulattiere per poter lavorare le poche terre a disposizione. Per non parlare di chi andava a lavare i panni al fiume o chi doveva andare a piedi, all’alba, al mercato di Ascoli Piceno per barattare e vendere i pochi beni a disposizione.

Ognuno di noi in un percorso ha le proprie emozioni.

 

I centri più isolati e con meno servizi, cominciano a svuotarsi nel secondo Dopoguerra, a partire dagli anni ’50, un fenomeno che dura fino agli anni ’70 del secolo scorso. Un esodo verso la città, accentuato dal desiderio di vivere una vita più comoda.

 

La “comodità” ha contribuito fortemente allo spopolamento di queste aree, che hanno sofferto e soffrono tuttora la mancanza di servizi minimi adeguati e vicini a quelli che si hanno in città. Infrastrutture, lavoro, scuole, sport. C’è da lavorare tanto per avere dei servizi efficienti in modo che chi volesse vivere questi posti non senta la necessità di andarsene per trovarli da altre parti.

 

Il versante settentrionale della Montagna dei Fiori. Santa Rufina è al centro della foto, riconoscibile per l’alto campanile (foto G.Vecchioni)

Per scrivere il tuo libro hai compiuto un’indagine sociale e storica, ricostruendo lo sviluppo temporale del rapporto uomo-ambiente a Santa Rufina e, dopo la ricostruzione geografica, topografica, economica e sociale sei arrivato a “fotografare” la situazione attuale. È un lavoro con una forte valenza culturale, perché permette il recupero degli elementi caratteristici di una civiltà che rischia di essere cancellata dal trascorrere del tempo. Leggendo le tue pagine si (ri)scoprono tradizioni, stili e ritmi di vita diversi: conoscere il passato è la condizione preliminare, imprescindibile, per dare significato all’affermazione “Senza memoria non c’è identità”.

 

Noi costruiamo il nostro io autobiografico in base alle esperienze che abbiamo vissuto, anzi direi soprattutto grazie ai ricordi che noi abbiamo di ciò che è stato e fatto. Quindi credo sia un modo per arricchirsi, conoscere e interagire con le varie culture e tradizioni umane. Senza conoscere il passato è impossibile costruire un futuro migliore. Abbiamo ancora tanto da imparare. Riguardo la storia, le guerre, la natura, i cambiamenti climatici. Se non si ha memoria non si può avere futuro. Se non si impara dagli errori del passato ne commetteremo sempre altri uguali o forse peggiori.

 

Questo percorso ideale nella memoria del tuo territorio, dove si respira il vissuto di una terra benigna ricca di storia e di fascino (si capisce leggendo le tue righe), alla ricerca del senso dei luoghi, dove ti ha portato?

 

Mi ha portato a conoscere me stesso e le persone che avevo intorno. A fare un viaggio nella storia e nei loro vissuti. I sorrisi delle persone che ho intervistato, i loro occhi lucidi nei racconti, resti di ricordi che, spolverati, tornavano alla luce. È stato un lavoro che mi ha permesso di confrontarmi e mettermi a nudo con chi avevo dinanzi. Mi ha portato a far conoscere le memorie anche al di fuori della terra dove sono scritte e di dare voce a chi quella voce non l’ha avuta mai.

La vita passa, i ricordi e le persone restano.

 

Bene, Domenico, grazie per il tempo che ci hai dedicato e per le tue risposte che ci hanno permesso di ribadire l’appartenenza a una terra caleidoscopica di paesaggi integri e di cultura antica, romantica ma saldamente ancorata al presente; qui il confine più che dividere, ha unito, permettendo scambi proficui, economici e culturali.

 

Alcuni degli incontri per la presentazione del volume. In alto, l’affollata conferenza alla Libreria “Rinascita” di Ascoli (foto D.Cornacchia)

 


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