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Scritto sulla pietra: gli architravi incisi del Cinquecento ascolano

ASCOLI - Una delle caratteristiche della città è quella di essere una “città di pietra”, costruita fin dall’antichità utilizzando la pietra locale, il travertino. Alla stessa pietra gli abitanti hanno affidato allocuzioni scolpite che hanno sfidato il tempo, portando fino a noi il loro messaggio di saggezza
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L’epigrafe forse più famosa della città in Rua Lunga (spiegazione nel testo)

 

di Gabriele Vecchioni

 

(foto di Carlo Perugini e Gabriele Vecchioni)

 

In araldica, si denomina “arma parlante” lo stemma che presenta immagini che richiamano in maniera esplicita il nome del borgo o il gentilizio al quale è riferito. Un esempio è quello dello stemma comunale del vicino centro abruzzese di Colonnella che ha effigiata una piccola colonna o, per rimanere nelle Marche, il comune di Montegallo che ha nello stemma un gallo rampante su una figura araldica convenzionale (monte all’italiana).

 

La stella a cinque punte (pentacolo di Salomone) incisa sulla parete del Palazzetto Bonaparte (foto Carlo Perugini)

Con “pietre parlanti” si indicano, invece, le iscrizioni lapidee che riportano date, aforismi, modi di dire, anche preghiere. Esse sono piuttosto frequenti nelle vie del centro storico della città di Ascoli; sono un centinaio ma, probabilmente, il numero è più elevato.

 

Non lontano dal centro piceno, il borgo di Paggese, nell’Acquasantano, è conosciuto come “il borgo delle pietre parlanti” per il fatto che diverse costruzioni hanno architravi e pietre di travertino scolpite con detti e sentenze (nel paese antico se ne trovano circa trenta).

 

In questo articolo ci occuperemo proprio delle iscrizioni cinquecentesche che si rinvengono lungo le vie del centro storico ascolano. Per il ridotto spazio a disposizione, ne vedremo solo alcune, quelle più facilmente “scopribili”, lasciando a chi fosse interessato il piacere della ricerca (e del ritrovamento).

 

Architrave inciso a Palazzo dei Capitani in Piazza del Popolo

L’usanza di incidere frasi, motti sapienziali o altro sulle pietre, soprattutto sugli architravi dei portoni d’ingresso (quasi un biglietto da visita lapideo del proprietario e del suo modo di affrontare al vita), è molto antica, già conosciuta presso i Romani. La consuetudine si diffuse rapidamente anche in città delle Marche e dell’Umbria, come ricorda il Rodilossi nel suo Ascoli, città d’arte (1983). L’autore, scrive che “In Ascoli, porte e finestre cominciarono a fregiarsi di iscrizioni, di motti arguti e densi di sapienza spicciola quanto profonda nella prima metà del sec. XVI», e cita una frase di E. Giovannetti che, in un articolo sul Giornale d’Italia (Il travertino parlante, 1937), scrisse che “il travertino ascolano con le sue iscrizioni in latino e in volgare, parla assai meglio che un libro stampato. Alcuni di questi motti che adornavano le case del Rinascimento sono scomparsi, ma i più ci sono ancora e danno ad Ascoli il suo originalissimo aspetto di “città dell’umanesimo unica al mondo”.

 

Luca Luna, appassionato divulgatore di cose ascolane, riferendosi alle iscrizioni lapidee, scrisse (in Pagine ascolane dalla penna di un salentino, 1993) che sono tante quelle “che fregiano portali e finestre delle case rinascimentali ascolane. Tutte portano il marchio della saggezza spicciola e pragmatica che la dice lunga sulla morale quotidiana e pratica dei proprietari. Gente piccolo-borghese, contadina, artigiana che ha voluto esteriorizzare, sintetizzare e perpetuare nel tempo i propri sentimenti e ideali di vita. Storie di uomini e di idee”.

 

Il portale di Rua Lunga, al civico 19

Ancora Luna cita Guido Piovene che scrisse di “un travertino d’un grigio caldo uniforme senza intonaco… tutto ornato, lavorato, istoriato…e su ogni porta e finestra vedi frutta, fogliami, cariatidi femminili, fiori, animali, stelle…”. E ancora: “Il duro travertino, estratto dalle cave picene sin dai tempi più remoti. Su quel calcare brunito e arricchito dalla patina dei secoli, si può leggere il vissuto di tante stagioni. I momenti di gloria e di stasi, i sensi di vita e di morte, le pestilenze e le carestie che hanno intessuto l’ordito e la trama della vita cittadina”.

 

Dopo le citazioni di studiosi di storia locale che hanno analizzato il fenomeno, prima di esaminare qualcuna di queste epigrafi, poche frasi relative al materiale sul quale sono incise, il travertino, ben conosciuto già dagli Etruschi e dai Romani, che lo utilizzarono per diverse costruzioni, tra le quali il Colosseo, i muri di sostegno e il basolato della Via Salaria.

 

Al civico 33 di Via delle Torri

Una degli attributi più famosi della città picena è “città del travertino” (leggi qui l’articolo). È forse banale ripeterlo ma è proprio così che il centro storico della città appare al visitatore, un continuum di piazze e di palazzi costruiti utilizzando la pietra locale che, col tempo, ha assunto molteplici gradazioni di colore e le ha dato una caratteristica ineguagliabile. Il travertino è una pietra ben lavorabile e per gli esperti lapicidi ascolani era facile utilizzare gli architravi rinascimentali delle case come un foglio su cui scrivere, in latino o in volgare, le massime e i pensieri suggeriti dal proprietario.

 

Ma torniamo all’argomento dell’articolo, la prassi di “scrivere sulla pietra” motti, frasi, proverbi o il semplice nome del proprietario dell’immobile, è stata molto comune in città nel periodo tra Umanesimo e Rinascimento, quello compreso tra la seconda metà del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento. È possibile effettuare un vero e proprio itinerario cittadino alla ricerca di queste emergenze; noi ci limiteremo a considerare solo alcune delle scritte disperse lungo le vie e le rue del centro storico della città, per non privare dell’ineffabile piacere della scoperta il turista interessato che camminerà tra i magnifici palazzi del centro, alla ricerca delle iscrizioni sui portali decorati con immagini e simboli antichi. Un esempio per tutti, lungo la rua che dalla Cattedrale arriva a Piazza Viola, c’è il rinascimentale Palazzetto Bonaparte – descritto (1835) dal fermano Giambattista Carducci come “elegantissimo edifizio” – dalla facciata istoriata da enigmatiche incisioni legate alla figura di Francesco Calvi (FRANCISCUS CALVUS CANONICUS ASCULANUS recita la scritta sull’architrave del portale), ecclesiastico e appassionato di arti magiche.

 

Al civico 300 di Corso Mazzini: “Non fare agli altri…”

A Piazza del Popolo, centro storico, artistico e sociale della città, troviamo una delle incisioni più note, sulla facciata del Palazzo dei Capitani (a destra del portale, sopra a una finestra). La scritta epigrafica DIFFICILE PLACERE MVLTIS ricorda una grande verità, che “È difficile piacere a molti”.

 

A Porta Romana, in Rua Lunga, la stretta via che collega Corso Mazzini con Corso di sotto, non lontano dal Teatro romano, si trova l’iscrizione forse più famosa (e più “vera”): CHI PO NON VO, CHI VO NON PO, CHI SA NON FA, CHI FA NON SA, ET COSI EL MVUNDO MAL VA – MDXXVIIII. Risale al 1529 e testimonia che già allora c’era scarsa fiducia nel corretto funzionamento della società civile.

 

Nella sua opera già citata, Luca Luna commenta: «Questa iscrizione, posta sull’architrave di un portale al n. 19 di Rua Lunga, sembra sia stata scolpita oggi, tanto è attuale e bruciante il messaggio umano e politico che la pervade. La datazione risale invece al 1579. Otre 400 anni sono passati, senza che quell’insegnamento abbia perso minimamente lo smalto della sua giovinezza, la validità del suo messaggio».

 

In Via delle Torri (numero civico 33), in pieno centro storico, il proprietario di una casa ha fatto incidere, sul portale d’ingresso, la massima CHI ALTRI TRIBULA AXE NON DA PACE 45 [Chi fa penare gli altri non dà pace a sé stesso, (15)45].

 

Lungo Corso Mazzini si trova la maggior parte delle iscrizioni ascolane, un vero e proprio lapidarium, molto interessante per le massime filosofiche e di buon vivere che esse riportano. Eccone tre particolarmente significative:

 

  • DISCE PATI SI MAGNA QVERIS (su una finestra di Corso Mazzini, al numero civico 17; Trad.: Impara a soffrire se vuoi ottenere grandi cose).
  • CHI MORTE TEME DE VITA NON E DEGNO (vicino alla precedente, su un portale, al numero civico 19).
  • QVOD TIBI NON VIS ALTERI IHS FECISSE CAVETO MDLV (sull’architrave di un portale, al numero civico 300, poco prima della cosiddetta Chiesa del Carmine. Trad.: Stai attento a non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te, 1555; la sigla IHS è il nomen sacrum, il cristogramma, simbolo religioso). L’iscrizione è, in realtà, una citazione biblica, dal Libro di Tobia.

 

Due architravi in Corso Mazzini con due “preghiere” (la scritta recita “In te confido, Signore”)

In Via d’Argillano, non lontano dalla Fontana dei Cani, un portale è istoriato con un verso tradotto del greco Esiodo: VIRTUTE(M) POSUERE DEI SUDORE PARA(N)DAM [Gli Dei hanno stabilito che la virtù si acquista col sudore].

 

Sul portale della chiesa di San Serafino, in Via dei Cappuccini (in tutt’altra zona della città) si legge PER PARVA AQVIRVNTVR MAGNA [Con le piccole cose si acquisiscono le grandi].

 

Per concludere, una curiosità. In Rua della Campana, vicino alla chiesa di San Pietro Martire, una bella casa di travertino ha un portalétto con l’architrave murato con la scritta (HYLARIUS TULLIUS) al contrario: una svista o… il “montatore” non sapeva leggere?

 

Qui ci fermiamo, ripetendo quanto già scritto in precedenza: “perdendosi” tra le rue e le piazze della città si scopriranno queste testimonianze della saggezza popolare di un tempo: incisioni antiche ma sempre “nuove”.

 

In Rua della Campana, la casa e la porta con l’architrave murato al contrario (spiegazione nel testo)

La scritta in Via d’Argillano (foto G. Zucchetti, spiegazione nel testo)


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