L’odissea di Marco e Antonella: «In 15 giorni quattro accessi al pronto soccorso e ancora nessun ricovero»

ASCOLI - Una paziente ed il marito dinanzi ad un flipper estenuante fatto di rimpalli e attese: «Da mesi le sue condizioni si sono aggravate. Ma nonostante sia fragile e conosciuta dal reparto, ogni volta che i valori peggiorano la procedura imposta è sempre la stessa. Non chiediamo privilegi, ma solo ascolto, dignità e il diritto alle cure che ogni cittadino dovrebbe avere»
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di Luca Capponi 

 

Quattro accessi al pronto soccorso nel giro di pochi giorni, sempre in ambulanza, sempre con le stesse procedure, sempre con lo stesso epilogo: una flebo, ore di attesa e poi il ritorno a casa. È l’odissea che stanno vivendo Marco Giorgi e la moglie Antonella, entrambi residenti a Castel di Lama, già provata da una situazione di salute estremamente delicata.

Marco e Antonella

 

Antonella è seguita da quasi quarant’anni dalla nefrologia di Ascoli Piceno, oggi in carico all’ambulatorio MaRea predialisi. Da mesi le sue condizioni si sono aggravate, soprattutto a causa dei valori sballati della calcemia, che le provocano crisi ricorrenti. Ma nonostante sia una paziente fragile e conosciuta dal reparto, ogni volta che i valori peggiorano la procedura imposta è sempre la stessa: passare dal pronto soccorso dell’ospedale “Mazzoni”.

 

«Non chiediamo favoritismi — attacca Marco — chiediamo solo buon senso, umanità e coerenza. Se una persona sta male e peggiora, chi si prende la responsabilità?».

 

Il primo episodio risale al 20 gennaio, ore di attesa e poi il ritorno a casa senza aver potuto parlare col dottore, stanca e demotivata. Poi il 22 gennaio. Le analisi del mattino risultano preoccupanti, tanto che il laboratorio li richiama immediatamente. Antonella si sente male, la famiglia avvisa la nefrologia: la risposta è quella già sentita molte volte: «Bisogna passare dal pronto soccorso». Dopo ore di attesa e una flebo, Antonella viene rimandata a casa. «Ma se una persona fragile non ce la fa ad aspettare, cosa succede?», si chiede Marco.

 

Il Pronto Soccorso dell’ospedale di Ascoli

Nel pomeriggio del 27 gennaio giorno la scena si ripete. Stavolta il medico del pronto soccorso parla telefonicamente con la primaria della nefrologia.

 

«Per telefono, nemmeno è venuta a vederla — racconta Marco — e questo nonostante la conosca da anni».

 

Alla fine la decisione è la solita: flebo di calcio e dimissioni. Una nefrologa in pensione, consultata dalla famiglia, ricorda che la correzione della calcemia è solo il primo passo e che servirebbe un monitoraggio continuo. Ma questo monitoraggio, ad Antonella, non viene mai garantito.

 

Il terzo accesso è di oggi 4 febbraio, ancora una volta in ambulanza. «Speriamo che questa sia la volta buona – scrive Marco – e che finalmente qualcuno si decida a trattenerla per accertamenti seri, non la solita flebo e via».

 

Ma al momento non c’è ancora una presa in carico definitiva.

 

A complicare ulteriormente la situazione c’è il contesto familiare. Marco e Antonella hanno una figlia con disabilità gravissima, non deambula, non parla, ed è affetta da disturbo dello spettro autistico. Antonella stessa è una persona fragile.

 

A maggio è previsto un delicato intervento alla paratiroide a Pisa, ma secondo gli specialisti interpellati — endocrinologa e medico di famiglia — quello di Antonella non è oggi un problema paratiroideo, bensì una situazione che richiederebbe un ricovero immediato per ulteriori accertamenti.

 

«È possibile che una paziente fragile, in carico da decenni, venga rimbalzata da uno specialista all’altro senza una soluzione?», domanda Marco nella pec inviata alla direzione sanitaria dell’Ast. «È accettabile passare ogni settimana dal pronto soccorso senza una presa in carico definitiva? È umano affrontare tutto questo nell’indifferenza?».

 

Nella pec la famiglia ricostruisce punto per punto cosa è accaduto nelle ultime settimane, chiede un ricovero urgente e un monitoraggio continuo, e ribadisce la propria fiducia nel lavoro dei professionisti, ma anche la necessità di un atto di responsabilità.

 

«Noi non chiediamo privilegi, ma solo ascolto, dignità e il diritto alle cure che ogni cittadino dovrebbe avere», conclude Marco.

 

La famiglia è ora in attesa di una risposta ufficiale dalla direzione sanitaria.


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