
Il bove tra le vie di Offida
di Maria Grazia Lappa
foto di Pierluigi Giorgi
A Offida ha vinto la tradizione. E lo ha fatto con la grazia delle cose antiche, quelle che resistono al tempo come i muri di pietra del centro storico, illuminate da una giornata quasi primaverile, tiepida e generosa.

Grande festa in centro
Nel pomeriggio di oggi, venerdì 13 febbraio, la città si è riversata nelle strade come un fiume in piena, ma non era solo folla: erano volti, storie, mani intrecciate per il rito carnascialesco del “Bove finto“. Grandi e piccoli, padri e figli.
Le fasi sono sempre le stesse, scandite da gesti che si ripetono identici da secoli; eppure i visi cambiano, si rinnovano, si somigliano. È così che il tempo passa: come un testimone che scivola da una generazione all’altra, e nella corsa non si perde nulla, anzi tutto si trasforma in memoria viva.
Il bianco e il rosso dei guazzarò hanno acceso la piazza di una luce antica. Quelle tonache semplici, ornate a mano con scritte e disegni, non sono soltanto un costume: sono una dichiarazione d’appartenenza, un abbraccio collettivo. Sotto il cielo limpido, la comunità si è stretta attorno al suo rito più caro, quello che affonda le radici nel Cinquecento, quando un bue vero veniva donato al popolo come promessa di sostentamento e di primavera.

Oggi quel bue è finto, ma l’emozione è autentica.
Dopo il colpo che annuncia l’inizio, il corteo si è mosso dal cuore del borgo verso il quartiere Borgo dei Cappuccini. E quando il Bove Finto è apparso, la gioia è esplosa. Ha cominciato a correre, a girare su se stesso, a sfidare la folla con scarti improvvisi e traiettorie imprevedibili. Attorno a lui, un’umanità festante lo incitava, lo rincorreva, si lasciava travolgere dai suoi cambi di direzione come in una danza sfrenata, primitiva e felice.
È una corrida simbolica, una rincorsa collettiva alla vita. Urla, fischi, risate si mescolano nell’aria come un canto scomposto ma armonioso. Per un giorno si concede l’eccesso, si sciolgono le briglie, qualcuno perde la misura — ma anche questo fa parte del rito, di quell’ebbrezza che sa di libertà e di attesa della bella stagione.

E poi arriva il crepuscolo.
La luce si fa più morbida, quasi malinconica. Il Bove viene ucciso simbolicamente: la testa che batte contro la colonna del palazzo comunale di piazza dl Popolo, il fazzoletto rosso a coprirne il muso. È un gesto antico, teatrale, carico di significato.
Subito dopo prende forma il corteo funebre. Cantando l’inno del Carnevale, “Addio Ninetta addio”, il paese accompagna il suo bue nell’ultimo giro tra le vie. È un addio che non è mai definitivo, perché tutti sanno che tornerà.

La festa continua nelle piazze e nelle case aperte, tra congreghe e tavole imbandite, tra bicchieri alzati e abbracci che profumano di amicizia. Offida si fa casa per tutti, spalanca porte e cuori.
Qualche inciampo, qualche ferita, qualche eccesso di troppo richiede l’intervento dei soccorsi. Ma anche questo scivola via nella memoria di una giornata intensa, vissuta fino in fondo. Ora l’attesa si sposta verso martedì 17 febbraio, quando la fantasmagorica sfilata dei Vlurd tornerà a incendiare la notte. Perché qui il Carnevale non è solo una festa: è un’eredità, un battito collettivo, una promessa che ogni anno si rinnova.
E sotto quel bianco e rosso, tra le pietre antiche, Offida continua a raccontare la sua storia d’amore con la tradizione.


Il bove tra le vie di Offida

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