La montagna sacra e l’eremitismo

REPORTAGE - La città di Ascoli è “protetta”, a settentrione e a meridione, da due poderose montagne che, oltre alla loro presenza paesaggistica, sono state importanti, storicamente, per essere state la “casa” di tanti eremiti che qui avevano trovato, tra i boschi e i ricoveri in grotta, la sede ideale e l’isolamento, per mettere in pratica la loro spiritualità 
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I resti del romitorio di San Benedetto de Flaviano, sul versante occidentale della Montagna dei Fiori (ph G. Vecchioni)

 

di Gabriele Vecchioni

 

Nella solitudine, gli eremiti trovavano la forza di cercare Dio: essi lasciavano vo­lonta­ria­mente la società civile dei propri simili, per pregare e fare pe­ni­ten­za, ricercando una percezione nuova del sé, secondo il dettato di San­t’A­go­sti­no (Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas – Non andare fuori, rientra in te stesso, è nel profondo dell’uomo che risiede la verità).

 

Vediamo come le due montagne di Ascoli sono legate alla religiosità.

Il Monte dell’Ascensione, fondale settentrionale della città, è stata lo scenario dell’avventura umana di Domenico Salvi, più noto come Meco del Sacco, controverso personaggio vissuto tra il Duecento e il Trecento. Meco, contemporaneo di Cecco d’Ascoli, ha una storia interessante che lo vede cavaliere templare, agostiniano e anti-francescano (accusava i seguaci dell’assisiate di aver tradito i suoi ideali, accumulando enormi ricchezze). Il movimento del Savi ebbe molti adepti, penitenti che lo seguirono sul Monte dell’Ascensione: erano i Sacconi perché vestivano rozze tuniche in tela di sacco. Di Meco si diceva che fosse morto e poi risorto (dopo tre giorni, come Cristo) e che avesse risuscitato sette morti. Subì processi per eresia (denunciato dai francescani e condannato a essere «abbruciato con tutti i suoi libracci») ma alla fine fu prosciolto dalle accuse ma non riuscì a tornare nella sua città natale perché morì di peste ad Avignone, allora sede papale.

 

La piccola grotta del Beato Corrado, scavata nella parete di travertino di Colle San marco (ph D. Cornacchia)

Dalla parte opposta, a sud, si erge la Montagna dei Fiori. Anch’essa è una “montagna sacra”, anch’essa vide personaggi la cui figura spicca tra la massa dei penitenti: Agostino, l’eremita-eroe che si oppose agli invasori e fu massacrato dai Longobardi; il Beato Corrado, che qui visse insieme al futuro Papa Niccolò IV e tanti altri anonimi eremiti che tra le balze di questa montagna trascorsero una vita di preghiera e di penitenza per la redenzione dell’umanità tutta.

Un’escursionista in uno degli ipogei meno conosciuti della Montagna dei Fiori, la Grotta della Margherita (ph G. Vecchioni)

 

Nell’articolo, però, non ci occuperemo dei singoli personaggi ma del cosiddetto “movimento eremitico”, un fenomeno antico che ebbe il massimo sviluppo in epoca medievale, trovando terreno fertile tra la gente e una location ideale tra i rilievi dell’Appennino, e del processo di sacralizzazione della montagna.

 

La Montagna di Fiori è conosciuta come la “Montagna d’Ascoli” ma, in realtà, è per gran parte abruzzese. L’Abruzzo è caratterizzato da un territorio montano che copre i due terzi del­la sua superficie; oltre ai massicci montuosi più noti (la Majella, la po­de­rosa catena del Gran Sasso, il gruppo del Velino-Sirente), un posto di rilievo lo me­rita il pic­colo gruppo laterale dei Monti Gemelli, il più vicino al mare, in “com­pro­prietà” con le Marche. La sua natura calcarea ha favorito la formazione di ipogei, molti dei quali furono occupati, nei secoli del Medioevo, dai “cercatori di Dio”, gli eremiti

 

Qui una breve storia della sacralizzazione della montagna e del fe­no­me­no del­l’eremitismo ad essa legato. Ricordiamo, però, che esistevano an­che moti­vazioni sociali che spingevano a questa for­ma estrema di com­por­ta­men­to. Ignazio Silone scrisse della fuga dal mondo come ri­­spo­sta estrema alla di­sgre­ga­zione so­ciale e culturale dovuta al crollo dell’impero romano; per molti cri­stiani, essa fu «la forma più accessibile di sal­vez­za e di e­levazione da una con­dizione u­mana dura, servile e prossima alla disperazio­ne».

Un visitatore all’eremo di Santa Maria Maddalena, sul versante meridionale della Montagna Nostra (ph A. Palermi)

 

Le tante grotte sparse sul rilievo sono state frequentate fin dall’antichità remota da cac­ciatori nomadi. Era l’epoca della nascita dei riti propiziatori e la grotta, con la sua par­ticolare conformazione uterina e la sua atmosfera misteriosa era uti­lizzata per ospi­tare i rituali magici. Più tardi, le cavità vicine alle sorgenti d’acqua furono sede di culto per le divinità pastorali, in particolare Ercole, il semidio ado­rato dagli antichi pastori-guer­rieri italici.

 

Dall’Alto Medioevo, e in alcuni casi fino all’epoca rinascimentale, la Chiesa sostituì, negli antichi santuari pagani, lenta­mente ma in maniera capillare, le precedenti divinità con i propri santi; questi presentavano spesso caratteristiche simili a quelle degli dei e dei se­midei so­stituiti, le stesse virtù prodigiose e una iconografia equivalente: nel caso della Montagna dei Fiori il parallelo era tra Ercole e San Michele Arcangelo, poi di­ven­tato San­t’An­gelo (nel rilievo della Montagna dei Fiori sono ben due le grotte-ere­mi con que­sto nome, Sant’Angelo a Ripe e Sant’Angelo in Volturino). Nella devozione popolare, il santo fu rappresentato come un giovane guerrie­ro, immagine della perfezione, uccisore del dragone, cioè de­bellatore delle forze maligne; in sostanza, un eroe come l’Ercole precristiano, che aveva sconfitto un altro drago, l’idra a sette teste.

 

In questi eremi, i culti religiosi si sono succeduti senza soluzione di con­tinuità, passando dal paganesimo al cristianesimo, in una prosecuzione di culto mil­le­na­ria, un e­vento grandioso e affascinante. Gli eremiti vi si insediarono proprio per­ché la popo­la­zione del luogo considerava tali luoghi già sacri e questo favoriva le pratiche devozionali. Oltre alla loro «missione» spirituale, gli eremiti ebbero an­che il ruolo di “combattere” (e sconfiggere) le antiche divinità nei luoghi più im­pervi e nei santuari delle riottose tribù pastorali.

 

Nel comprensorio dei Monti Gemelli, le Gole del Salinello e le zone limitrofe co­stitui­sco­no un’area di singolare concentrazione di questi luoghi di culto. L’aspra morfologia ha si­curamente attirato quel­li che ricercavano nei luoghi isolati e raggiun­gibili con dif­ficoltà la soli­tu­dine e il silen­zio ne­ces­sari per la me­di­tazione e l’ascesi: la na­tura ha sempre eser­citato un for­te richiamo sull’uo­mo, in par­ti­co­lare i luo­ghi selvaggi (nel senso di “pri­mi­tivi”) e, in fon­do, la montagna è sem­pre sta­ta con­siderata, nelle diverse cul­ture, la casa di Dio o il tra­mite per arrivarci.

 

La scala di pietra nel cunicolo di accesso all’eremo di San Marco (ph G. Vecchioni)

Nac­que­ro così cenobi, celle eremitiche e mo­nasteri, per te­stimoniare l’av­vento di una nuova via di sal­vezza del­l’a­nima; dalla grot­ta si passò al­la costruzione di u­na cappella, in intimità con la roccia: l’eremo co­sti­tuisce una tappa di tran­sizione fra la pri­mi­tiva grotta cultuale e la chiesa (nel senso di edificio religioso).

 

Qualche anno fa, il medievalista Fran­co Car­di­ni definì “bosco dell’anima” i luoghi dove si ri­tiravano gli eremiti, personaggi de­cisi a “la­sciare il mondo” e vivere, da soli o in comu­nità, seguendo la parola di Dio. Chi sceglieva la via della fede in quel pe­riodo sto­rico andava in cerca di luoghi disabi­tati, lon­tani dai con­sorzi umani (i deserta, i luo­ghi non-abitati). Nell’Europa dei primi secoli del Mille, i de­ser­ta e­rano le foreste: la figura del monaco, nel­l’Al­to Me­dio­evo, era quindi strettamente legata al bo­sco. Il bosco è il tempio più antico, primi­tivo luogo di culto. Es­so, per i latini, era sacro a Diana, regina ne­morum, dea della luce e del chiarore im­prov­viso, che appare inopinatamente nelle radure lu­minose (il lu­cus origi­nariamente indicava la radura, solo più tardi il temine fu esteso al­l’intero bo­sco). I latini distinguevano il lucus dal nemus, il bo­sco in­frammezzato di pascoli e utile al­l’uomo, e dalla silva, incolta e impe­netrabile.

 

Con il tramonto del paganesimo le antiche d­i­vinità, ormai degradate a demoni immondi, saranno affrontate e sconfitte dagli anacoreti che, scegliendo proprio le selve e i luoghi de­serti per la loro ascesi, li santificheranno alla nuova religione. Numerose leggende agiogra­fiche descrivono in termini mitici que­sta fase, e­saltando la lotta dell’eroico solitario contro draghi e serpenti, sim­boli dello spa­zio informe e disordinato che l’ “uomo di Dio” ri­conquista e assimila al cosmo cri­sti­a­no (A. Antinori, 1997).

 

La grotta di Sant’Angelo in Volturino (ph E. Micati)

Il binomio strettissimo eremo-montagna è ormai interiorizzato nel modo di sen­tire co­mu­ne e una tradizione millenaria lega la montagna alle manifestazioni del­la fe­de, sia co­me luogo della ierofania, la manifestazione del sacro, sia come spa­zio dove ri­cercare il pro­prio ideale ascetico nella solitudine o nella vita in comu­nità.
Lo storico delle religioni Mircea Eliade spiega come la mon­tagna sia uno dei punti in cui la divinità decide di rivelarsi sulla terra (co­me nel caso della teofania del Monte Sinai), e il trascendente può manifestarsi nel­l’imma­nen­te; quando questo accade, viene santificato lo spazio profano che garantisce al­l’uo­mo il mantenimento dell’alleanza divina: «il luogo si tra­sfor­ma così in una fon­te inesauribile di forza e di sacralità, che con­cede al­l’uomo, all’unica condi­zione di penetrarvi, la partecipazione a quella forza e la comu­nione con quella sacralità». Gli eremi sono situati in montagna o, comunque, in aree malage­voli, alle quali si giunge con fatica: «l’eremo bisogna meritarselo».

 

Chiudiamo queste brevi riflessioni con una frase di A. Poli: «L’e­remo è il “deserto”, il romitorio con desiderio riscoperto nelle foreste, nelle grotte e sulle mon­ta­gne delle nostre regioni. Il monaco [il termine viene dal greco mo­nos=solo, NdA] è l’uomo solo che la­scia il mondo per il luogo non abi­tato, dove l’isolamento dovrebbe favorire lo svuota­mento dalle passioni interiori per potersi colmare della divinità».


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