di Luca Capponi
Le aggressioni al personale sanitario, purtroppo, risultano in forte aumento. E raccontano di un contesto, quella ospedaliera, alle prese con mille criticità spesso di difficile gestione, che abbandona alla mercè degli sconsiderati soprattutto infermieri ed operatori, quelli che ogni giorno faticano per mantenere decoro dignità ad un servizio sempre più carente, in prima linea.

Le aggressioni al personale sanitario, purtroppo, risultano in forte aumento.
L’ultimo caso riguarda una giovane cittadina sambenedettese, infermiera presso il vicino pronto soccorso di Sant’Omero, piccolo comune abruzzese posizionato sul confine con le Marche. Il suo racconto parla di un infortunio ed una prognosi di sette giorni per una contusione al gomito, frutto delle escandescenze, chiamiamole così, di un paziente.
Ma, badare bene, non si tratta della prima volta. Solo qualche settimana fa una sua collega si era presa un pugno in faccia rimediando conseguenze facilmente intuibili, mentre due anni fa la sua auto, insieme ad altre cinque vetture parcheggiate fuori dal pronto soccorso, è stata danneggiata pesantemente da una persona che ci si era messa a saltare sopra, procurando alle sue tasche 1.500 euro di danni.
Scene da film, verrebbe da dire, e invece altro non è che uno spaccato di realtà.

L’ospedale di Sant’Omero
«Purtroppo ci sentiamo abbandonati, in tutto l’ospedale c’è un solo vigilante che ovviamente non riesce a seguire tutto ciò che accade – racconta l’infermiera che, giustamente, ci tiene a restare anonima -. Nella notte tra martedì e mercoledì un paziente con problemi psichiatrici, dopo essere stato dimesso, ha insistito per rimanere in pronto soccorso e dormire lì. Ai nostri tentativi di spiegargli che non si poteva, ha risposto mettendosi a dormire su una barella, dove lo abbiamo trovato poco dopo. Abbiamo avvertito i carabinieri, ma nel frattempo ha reagito male, spingendomi e facendomi cadere addosso ad un’altra barella».
Il risultato del gesto violento è ben immaginabile: dolore, spavento, ansia ed un’amara consapevolezza.
«Siamo soli, il personale è poco, così come l’attrezzatura è insufficiente – aggiunge -. Avremmo anche potuto lasciare una barella a quella persona, anche se non ne aveva bisogno, ma non ce n’erano più di utilizzabili. Questa è la realtà, e noi possiamo fare ben poco, anzi ci prendiamo ogni giorno insulti e intimidazioni di ogni tipo per colpe non nostre. A me hanno più volte augurato di morire, c’è anche chi ha minacciato di picchiarmi».
Alla fine, nonostante tutto, stavolta le infermiere hanno deciso di non sporgere denuncia visto lo stato mentale dell’aggressore. Ciò però non intacca minimamente tutto quello che di negativo si trovano ad affrontare quotidianamente. E di cui a molti sembra importare poco.
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