Ci sono simboli che, proprio perché dovrebbero unire, finiscono per dividere. E ci sono discussioni che, nel tentativo di stabilire chi abbia ragione, finiscono per raccontare qualcosa di più delle intenzioni di chi le ha innescate. È quanto accaduto in Consiglio comunale a San Benedetto, dove la proposta di esporre permanentemente la bandiera della pace nella sala consiliare e sul municipio ha incassato una bocciatura che va ben oltre gli otto voti favorevoli e i quattordici contrari. Perché, a ben guardare, il punto non era soltanto un vessillo da appendere a una parete o da issare sulla facciata di Palazzo.
Fabrizio Leone, primo firmatario dell’ordine del giorno insieme ad altri sette consiglieri di opposizione, ha provato a riportare la discussione alle fondamenta. L’articolo 11 della Costituzione, il ripudio della guerra, i valori di solidarietà e cooperazione internazionale richiamati dallo Statuto comunale. E ancora, l’arcobaleno come emblema di colori diversi che convivono senza annullarsi. Nessuna pretesa di risolvere i conflitti mondiali con un pezzo di stoffa (che Leone aveva già provato a portare in Consiglio nel giorno del suo insediamento) ma la volontà di affidare alle istituzioni locali un segno visibile, accompagnato da iniziative educative nelle scuole. «L’educazione è l’arma per la pace», ricordava Maria Montessori. Un principio che, almeno sulla carta, dovrebbe mettere tutti d’accordo.
Eppure, proprio qui è cominciato il dissenso. Domenico Pellei ha riconosciuto la nobiltà dell’intento, mettendo però in guardia dal rischio di trasformare un valore universale in uno slogan politico. La pace, ha argomentato, non si esaurisce nella sua rappresentazione simbolica: significa anche difendere chi viene aggredito, tutelare il diritto internazionale, garantire sicurezza e sostenere la diplomazia. Il riferimento all’Ucraina è diventato così il terreno sul quale misurare le differenze tra chi considera legittimo anche l’invio di armi a sostegno di Kiev e chi ritiene necessario interromperlo. Due visioni diverse, ha osservato Pellei, che convivono persino tra i firmatari dell’ordine del giorno.
Un ragionamento che ha trovato la replica appassionata di Paolo Canducci. Certo, una bandiera non ferma i missili e non protegge le popolazioni, ma i simboli, per loro stessa natura, servono a rendere riconoscibili i valori nei quali una comunità vuole identificarsi. Il consigliere di Alleanza Verdi Sinistra ha allargato il campo, contestando le contraddizioni della politica nazionale nella gestione dei conflitti, dal Medio Oriente all’Iran, e interrogandosi sui risultati di anni di riarmo. Soprattutto, ha rivendicato il ruolo di un Comune nella costruzione di una cultura della pace, a partire dai giovani e dalle scuole. Non la pretesa di sostituirsi alla diplomazia internazionale, dunque, ma la convinzione che anche le comunità locali abbiano una responsabilità educativa.
Martino Danilo Di Biase (Noi Moderati – Scelgo San Benedetto) ha riportato invece la questione sul terreno dell’identità politica del vessillo. La bandiera arcobaleno, a suo giudizio, non sarebbe più un simbolo realmente trasversale, ma avrebbe assunto una connotazione tale da non poter rappresentare indistintamente tutti i cittadini. Da qui il richiamo alle insegne istituzionali: il tricolore, la bandiera europea e il gonfalone comunale. Una posizione che, pur appellandosi al carattere inclusivo delle istituzioni, finisce per sollevare una domanda: un simbolo aggiuntivo, proposto senza sostituire quelli ufficiali, può davvero mettere in discussione l’appartenenza di tutti alla stessa comunità?
Aurora Bottiglieri del Partito Democratico ha ricordato che in passato il municipio aveva ospitato a lungo la bandiera dell’Ucraina. Perché, allora, quella della pace avrebbe dovuto suscitare tante resistenze? La consigliera del Partito democratico si è detta sorpresa di fronte a una discussione che immaginava destinata a un esito scontato, sottolineando il messaggio che le divisioni degli adulti rischiano di trasmettere alle nuove generazioni. Antonio Sante Alfonsi, dal canto suo, ha chiesto un minuto di silenzio per i bambini e i civili che muoiono nei conflitti.
A chiudere il cerchio, con un’altra lettura ancora, è stato Lorenzo Marinangeli. Il consigliere di Insieme per San Benedetto (ex Lega) ha sostenuto che la bandiera della pace, come altri simboli della storia collettiva, sia stata progressivamente appropriata da una parte politica. Ha richiamato le manifestazioni che, pur presentandosi come pacifiche, degenerano in violenze, contestando quella che considera una doppia morale di una parte della sinistra.
E così, mentre si discuteva di pace, il confronto è scivolato sulle appartenenze, sulle incoerenze attribuite agli avversari, sulle guerre lontane e sulle contraddizioni della politica nazionale. Tutti a rivendicare il valore della pace, ma non tutti disposti a riconoscersi nello stesso segno.
La bocciatura dell’ordine del giorno, in fondo, lascia una questione aperta che non riguarda soltanto una bandiera. È legittimo discutere il significato politico di un simbolo, così come è legittimo interrogarsi sull’efficacia concreta delle iniziative istituzionali. Ma se persino un richiamo alla pace diventa terreno di sospetto, il rischio è che il confronto si esaurisca nella contesa su chi abbia il diritto di rappresentarla.
La bandiera non avrebbe fermato una guerra, né risolto le contraddizioni della politica internazionale. Avrebbe potuto, però, testimoniare una scelta di campo sul piano dei valori, senza impedire a nessuno di dissentire sulle strategie per raggiungerli. Invece, a San Benedetto, il vessillo arcobaleno è rimasto fuori dalla porta. E viene da chiedersi se, nel timore di attribuire un significato politico a un simbolo, non si sia finito per attribuire alla pace stessa un significato divisivo.















