
L’interno del Meletti
di Walter Luzi
I Caffè ottocenteschi europei discendono dalle agorà della Grecia antica. Luoghi di incontro e confronto, aggregazione, riflessione, degustazione lenta di cose buone. Da dove, seduti comodi, guardare l’universo circostante e la realtà del proprio tempo, viene più facile. E appagante. Il Caffè Meletti di Ascoli ha diritto e merito di occupare un posto nel non lunghissimo elenco dei musei continentali dell’ospitalità. Per bellezza e stile. Per il fascino del suo passato che non si spegne certo nel presente, e sarà patrimonio inestimabile da ben custodire anche nel futuro. Frutto dell’inventiva, dell’ingegno, della passione e della straordinaria capacità, per i tempi, del primo vero, grande, imprenditore ascolano. Silvio Meletti.

Silvio Meletti (1856-1929)
Il suo fiore all’occhiello dell’azienda figurerà fra i locali storici più ammirati e famosi d’Italia, crocevia di letterati e politici, personaggi facoltosi e nobili di altri tempi. Ma anche di gente comune, di estrazione popolare e meno abbiente, a cui Silvio Meletti, come ai suoi dipendenti per primi, rimarrà sempre legato.
Il suo Caffè cuore della vita culturale, politica e sociale della città per oltre mezzo secolo prima del triste declino e della indecorosa chiusura. Una delle troppe vergogne cittadine a cui pone fine la benemerita Fondazione della Cassa di Risparmio di Ascoli Piceno, che acquista l’immobile, di proprietà della Società Caffè Meletti, alla fine del 1996. Troppo importante il suo recupero. Grazie ad una sensibilità che interpreta la memoria collettiva e l’amore di un popolo intero per un luogo diventato, con orgoglio, bandiera nel mondo.
Non è solo il recupero di un edificio dal rilevante valore storico e artistico, ma, soprattutto, la restituzione alla città di un simbolo, di una meta turistica irrinunciabile per ogni ospite, e, alla collettività, di un prestigioso luogo di identità, di aggregazione sociale e di stimolo culturale. Ma la storia del Caffè storico ascolano affacciato su Piazza del Popolo è legata a quella dello straordinario personaggio che l’ha creato.
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Una pubblicità del Meletti

Un pezzo raro della collezione di Erminia Tosti Luna sulle pubblicità Meletti di tutti i tempi
Silvio Meletti
La prima bottiglia di Anisetta Meletti nasce il giorno che, con la presa di Porta Pia si compie la vera unità d’Italia, il 20 settembre 1870. Silvio ha 14 anni. Nella liquoreria al civico 228 di via Pretoriana che il papà Antonio, un ex cuoco e fattore, ha ereditato dalla famiglia della moglie Teresa Orlandi. Da tempo Silvio studia come rendere più amabile e gustoso il mistrà fatto in casa che producono. Si è appassionato subito alla distillazione, l’arte dei monaci di trasformare le erbe in liquori. Presto si staccherà dalla bottega paterna. Ha talento, e voglia di far bene. Portando via con sé un vecchio alambicco del padre e un testo antico in francese del 1774 sull’arte di fabbricare liquori.

I primi alambicchi per la distillazione

Cartolina pubblicitaria Meletti anni ’40
Come rappresentante dei dolciumi torinesi Venchi inizia di pari passo a promuovere, paese per paese, di tutto il Piceno e del vicino Abruzzo, la sua squisita Anisetta che in Ascoli già tutti conoscono. Otto anni dopo, nel 1878, le sue intuizioni e il suo innato genio imprenditoriale lo spingono ad aprire la sua liquoreria nei prezzi della attuale piazza Roma, che allora si chiamava Montanara. Si vede subito che a lui piace fare le cose in grande, sempre con raffinata magnificenza e un buon gusto raro, allora come oggi, alle nostre latitudini.

Il primo reparto di produzione dell’Anisetta
Scriverà di lui, e di uno dei frequenti rinnovi del suo locale, la Gazzetta di Ascoli Piceno nel 1884: “…la liquoreria che ha tutto riformata a nuovo con lusso ed eleganza fra noi senza pari… incoraggiamo questo bravo giovine, che non tralascia di spendere premure, fatiche e denaro per soddisfare alle esigenze del pubblico e contribuire al lustro e decoro della città nostra nella quale mancava un locale di tale genere…”.
E, successivamente, in cronaca locale sempre su Silvio Meletti scrive il Corriere d’Ascoli: “…la birreria Meletti ha coperto una delle più deplorevoli lacune…e pare di trovarsi molto lontane dalle nostre parti, che in fatto di iniziative e di coraggio tengono il passo della lumaca…”.

Meletti fornitore della Real Casa Savoia
Sempre nel 1878 Silvio partecipa alla quarta esposizione universale di Parigi dove riscuote con il suo distillato made in Ascoli Piceno, il primo successo internazionale. A Torino, capitale del Regno fino al 1865, culla di Caffè e caffetterie frequentati da oziosi, ma anche magistrati, ministri e ufficiali, il 22 luglio 1879 la Real Casa gli concede la facoltà di usare lo stemma reale sulle insegne e sulle etichette delle bottiglie della sua Anisetta.

Anni ’40
Dopo Parigi Silvio si concentra sull’aumento dei volumi produttivi e sull’eccellenza della materia prima, accuratamente coltivata e selezionata. Quella pimpinella anisum che cresce di eccellente qualità, fra le migliori d’Italia, nelle argillose terre del Piceno.
Ne incentiva dunque presso gli agricoltori la coltivazione, e ottimizza la produttività senza snaturare minimamente le collaudate metodiche di distillazione. Nel 1882 viene eletto presidente della società operaia di mutuo soccorso ascolana che ricoprirà per quasi un trentennio, animato da un rispetto e una gratitudine profondi, sempre manifestati, in ogni maniera, per tutti i suoi collaboratori.

Silvio Meletti in mezzo alle famiglie dei suoi dipendenti per la festa del Primo Maggio 1920


Silvio Meletti con la moglie e i figli
Cinque anni dopo, in zona Pennile, Meletti apre una nuova distilleria che oltre all’Anisetta produce anche mistrà, grappa, amari e vermouth. È, infaticabilmente, al fianco dei coltivatori per anni, nel cercare di debellare l’infestazione dei bruchi devastatori che minacciano i raccolti. Sul campo, adottando tecniche che oggi definiremmo green, ecosostenibili, senza uso di sostanze che avrebbero inevitabilmente inquinato il prodotto. Annota meticolosamente ogni passaggio, ogni esperimento, in appunti autografi su decine e decine di quaderni. Un patrimonio di esperienze e conoscenze da tramandare con lungimiranza alle future generazioni che verranno.
E con esso i segreti di una ricetta che è conosciuta ed appartiene, ancora oggi, solo ai discendenti diretti dei Meletti. Nel 1896 Silvio si ammala gravemente e deve lasciare, per qualche tempo, il timone dell’azienda, che risente, come tutta la filiera, della flessione della produzione dovuta alla sua prolungata assenza. Quando si rimette riesce, con tenacia, a risollevare le sorti della sua ditta, finita ormai sull’orlo del fallimento, impiantando un’altra distilleria vicino alla nuova stazione ferroviaria di Ascoli, inaugurata nel 1886. Nel 1909, riassestate decisamente le finanze, compra l’area di migliaia di metri quadrati con la villa annessa, dalla famiglia Spalazzi.

I mezzi di trasporto delle prime Anisette

La distilleria Meletti in aperta campagna della periferia ascolana

Un carico di anisetta in partenza dallo stabilimento ascolano

Operaia della ditta Meletti al confezionamento

La famiglia di Silvio Meletti sulla terrazza del Caffè
Appena due anni dopo, all’esposizione universale di Torino 1911, Meletti ottiene il massimo riconoscimento con la sua Anisetta. Il suo amico ed estimatore, il ministro Francesco Saverio Nitti, lo propone al presidente del Consiglio, Giovanni Giolitti, per la nomina a Cavaliere del Lavoro. È il primo a fregiarsi di questa onorificenza ad Ascoli. È il 20 gennaio 1918.

Meletti sponsor dello sport cittadino
Silvio Meletti muore nel 1929, a 73 anni. Lascia al figlio Aldo la sua eredità, ma dopo appena due anni anche Aldo muore di polmonite. Tutto il peso dell’attività ricade allora sulla vedova, Anna Maria Piavi, con i due figli ancora piccoli, che non si perde d’animo e guida l’azienda di famiglia negli anni più difficili segnati dalla guerra.
Ma i Meletti sono abituati a lottare, a vincere, ma anche a saper risollevarsi dopo le sconfitte, e i colpi bassi del destino. Per aspera ad astra recita, non a caso, il motto di famiglia. Attraverso le avversità fino alle stelle. Con il figlio Silviano superano gli anni duri del secondo dopoguerra, ripartendo quasi da zero a vendere, una bottiglia dopo l’altra, la loro Anisetta. E cavalcando poi il ritrovato benessere portato dal boom economico degli anni Sessanta.
L’avvento di frigoriferi e televisori nelle case richiede l’aggiornamento dei prodotti e delle strategie comunicative che per la ditta Meletti sono state sempre importanti. Dalle cartoline alle vignette, ai manifesti firmati dai disegnatori più in voga, alle inserzioni sui giornali, fino alle sponsorizzazioni in tutte le discipline sportive più popolari e prestigiose del tempo.


Oggi i discendenti di Silvio Meletti, Silvio, Aldo, Matteo e Mauro continuano a tenere alto il nome dell’azienda di famiglia. Una dinasty a cui mai sono venuti meno lo spirito e i valori del grande padre fondatore.
Il Caffè Meletti
Da una planimetria catastale risalente al 1458 risultano due distinti edifici insistenti sull’area, arretrati rispetto alla facciata del Palazzo dei Capitani. Le prime foto, del 1863, testimoniano in effetti dei due fabbricati su due piani, ma con un fronte divenuto più avanzato rispetto al monumentale Palazzo a fianco. La presenza di guardiole laterali e i nomi con cui sono conosciuti (Il Picchetto, o Quartiere dei soldati e Il Bettolino) ne rivelano la chiara destinazione militare per la guarnigione di stanza.

Il Caffè Meletti nel 1907
Nel 1880 i due edifici vengono acquistati, e subito demoliti, dalla Provincia di Ascoli per fare spazio al nuovo Palazzo delle Poste. I due piani sono ultimati nel 1885. Il geometra Ciotti reinterpreta in chiave più moderna, contemporanea, gli schemi rinascimentali degli altri edifici affacciati su Piazza del Popolo. Mantiene i portici al pianterreno e le finestre lunettate al piano nobile, dove, però, le mura sono intonacate e la protezione della terrazza è affidata ad una balaustra anziché ai merli.

Il Caffè Meletti alla sua apertura nel 1907
Ai pittori Giovanni Picca e Filippo Fiorentini sono affidati i decori, rispettivamente, del portico e del salone. Nel 1903 l’Amministrazione Provinciale, a secco di fondi come oggi, si affretta a mettere il palazzo all’asta, per finanziare i dispendiosi lavori di costruzione della propria sede di Piazza San Filippo, oggi piazza Simonetti. Non fa precisamente un affare la pubblica amministrazione, che riesce a ricavare dalla cessione dell’immobile circa la metà (24.150 lire) di quanto aveva speso, diciotto anni prima, per edificarlo.
L’asta se la aggiudica il giovane e brillante imprenditore locale Silvio Meletti. I lavori di trasformazione in Caffè e birreria, su progetto dell’ingegner Enrico Cesari, si protraggono per quattro anni. Il soffitto del grande salone al pianterreno viene affrescato da Pio Nardini. Al primo piano si realizza un ristorante, al secondo un’abitazione, arretrata per fare spazio alla panoramica terrazza con affaccio mozzafiato sulla piazza del Popolo. Arredi interni molto curati con vetrate e specchiere, sedie e mobili di Thonet.

Una delle scene de “I delfini” girate dentro al Caffè Meletti
L’allestimento interno è in perfetto stile Liberty. Il preferito dalla nuova borghesia imprenditoriale, galvanizzata dall’entusiasmo per progressi della scienza e della tecnica sanciti dalle esposizioni universali di Parigi e Torino del 1900 e 1902. Liberty stile predominante dell’epoca, libero dai vincoli della tradizione classica e proiettato verso la creatività moderna.
Cornice ideale, dunque, il nuovo Caffè Meletti, a celebrare il successo, il dinamismo e l’inventiva del giovane Silvio. Inaugurazione pubblica del nuovo Caffè, il 19 maggio 1907. Sulle cronache de Il lavoro l’opera è descritta come degna di una capitale.
I testimonial
Di quell’uccellino meccanico nella gabbietta appesa alla colonna di ghisa, presente oggi anche nel logo del locale, Silvio Meletti se ne innamorò alla esposizione di Torino del 1928. Un gioiello dell’oreficeria meccanica tedesca che scodinzola e cinguetta, e che ne ha viste tante in quella location privilegiata dal grande cinema. Diversi sono stati, infatti, i registi che hanno scelto il Caffè Meletti come set per i loro film. Francesco Masetti, nel 1960, con I delfini. Pietro Germi, nel 1971, con Alfredo Alfredo, Giuseppe Piccioni, nel 1987 con Il grande Blek, fino al recentissimo, 2022, L’ombra del giorno, sempre con Piccioni alla regia.

Riccardo Scamarcio e Benedetta Porcaroli all’interno del Meletti nel film “L’ombra del giorno”
Anche il cantautore romano Marco Stazi ha voluto ambientare all’interno dello storico Caffè ascolano le riprese del videoclip di lancio del suo disco Le miroir brisè. Anche star di Hollywood e icone del nostro cinema hanno assaggiato le sue specialità. Come l’Anisetta con la mosca, che non è una mosca, ma un chicco di caffè annegato nel bicchiere per esaltare l’aroma del distillato. Degustato così, dentro quel tempio di bellezza eterna, prende ancor più sapore.
O come la pasticceria del Meletti, rinomata, con i cioccolatini riempiti di anisetta, e i suoi dolciumi artigianali unici, ricchi di gianduia, panna crema al marsala, zabaione e zucchero caramellato. O come la celeberrima pasta “Pierina”, ripiena di crema e canditi, così chiamata in onore della moglie di Silvio Meletti, Pierina Morganti. Anisetta musa ispiratrice di Trilussa e Pietro Mascagni che usava definirla “un mistrà all’acqua”. Ma anche Hemingway e Sartre, Puccini e Gigli, Piovene e Soldati, Guttuso e Licini, De Beauvoir e Del Monaco, fra i tanti altri vip, che sono passati dal Caffè Meletti. Persino un re in persona, Vittorio Emanuele III°, estimatore reale dell’Anisetta, nel 1910. Caffè Meletti tappa fissa per turisti e maschere anche durante i Carnevale in piazza di ogni epoca. E sede, per molti decenni, del “Senato ascolano”.
Il Senato di Meletti
Il Caffè Meletti ha sempre rappresentato per Ascoli, come il Pedrocchi per Padova, il Greco per Roma, il Bicerin per Torino o il Florian per Venezia, un luogo di incontro e degustazione lenta, di piacere per la gola e per lo spirito, ma, almeno per il suo primo mezzo secolo di vita, anche un segno prestigioso e inequivocabile di distinzione sociale, di ostentata condizione economica elevata. E, nel contempo, anche espressione di quel vezzo tipicamente provincialotto di apparire, di farsi vedere lì dentro per darsi un tono. Per dimostrare a tutti di essere, come si direbbe oggi, in. È stato anche luogo abituale e privilegiato di riunione del cosiddetto “Senato ascolano”.
Una delle immagini più iconiche del Senato del Caffè Meletti


Versi in rima sui baci all’Anisetta

L’indimenticato giornalista Tito Marini in una caricatura di Tullio Pericoli proprio davanti al Caffè Meletti
Un consesso di notabili e facoltosi locali che non si limitavano a commentare, ma, spesso, anche a indirizzare e condizionare la vita politica e amministrativa della città. Negli anni Venti i maturi habituè dell’aperitivo delle 11 al Meletti si autodefinivano Balilla. Per autoironia sulla loro non più verde età, e strizzando l’occhio al regime. Politici come Enrico Teodori e Giovanni Tofani, imprenditori come Pippo Cesari e Romano Ferri, nobili dal sangue blu come il conte Luigi Mercatili e il barone Domenico Garzia, medici come Cesare Bellati e Achille Capogrossi, professori come Camillo Acqua e Vincenzo Pilotti, giornalisti come Giuseppe Secondo Squarcia e tenori come Luigi Marini, fra gli altri.

Foto ricordo di gruppo alla festa di riapertura del Meletti
Nomi che ricordiamo grazie a Tito “Titì” Marini, che di quei sinedri raccolse memoria e di quelli successivi sarà fra i più giovani partecipanti e futuro cantore. Tutti, rigorosamente, come sempre, solo uomini. Dopo la guerra, la caduta rovinosa del fascismo consigliò il cambio del nome “Balilla” nel più solenne e autorevole “Senato”. Ci fu ricambio, dettato dalle frequenti dipartite, anche fra gli adepti.
Entrarono quelli del circolo culturale “Trufo” orfani di Pippo Pierucci. Si aggregarono professionisti come Oliviero Mazzocchi, Ilare Martini, Adone Gatti, Francesco Cimica, Luigi Leporini e Domenico Perugini, generali dell’Esercito come Domenico Blasi e Mario Miani, avvocati come Domenico Tomassini, Giulio Nunzio Teodori, Davide Ciampini, Giuseppe Rosati, Stefano Piavi e Tito Alessandrini, dottori come Paolino Teodori e Gino Petronio. Nei primi anni Sessanta il conte Francesco Merli fu eletto alla presidenza dopo la scomparsa di Garzia, ma l’arrivo dei turbolenti anni Settanta segnò la fine del Senato cittadino di Meletti. E di un’epoca.
La rinascita
Fino a tutto il 1989 il Caffè storico è stato gestito direttamente dalla famiglia Meletti. Il presidente della Cassa di Risparmio di Ascoli, Vincenzo Aliberti, ne propone subito l’acquisto, ma non trova la necessaria sponda in consiglio di amministrazione. La Caffè Meletti s.r.l. passa di mano il primo marzo 1990. La acquista la Directional Projects s.p.a. che quattro mesi dopo, il 30 giugno 1990, ne abbassa le serrande. Una chiusura, a oltre ottant’anni dall’apertura, dettata dall’esigenza irrimandabile di eseguire lavori di restauro che, però, non inizieranno mai.

Gli uomini della Fondazione Cassa di Risparmio di Ascoli protagonisti del recupero del Caffè Meletti
Sono gli anni più tristi per il Caffè Meletti dietro quelle saracinesche sbarrate. Ma l’impresa di stipulare l’atto di acquisto della Caffè Meletti s.r.l. da parte della Carisap riesce sotto la presidenza di Franco Spalvieri, nel 1996. Quattro anni prima, nel 1992, la Fondazione Cassa di Risparmio di Ascoli è diventata, infatti, ente pubblico scindendosi dalla Cassa di Risparmio istituto di credito. Per l’acquisto la Fondazione sborsa tre miliardi di lire.
Oneri e onori dell’impresa di riportare agli antichi fasti il Caffè Meletti spettano, appunto, ad un pugno di uomini della Fondazione Cassa di Risparmio, che seguono, passo passo, con passione e dedizione, tutte le fasi delle lavorazioni, fino alla riapertura del 1999. Raffaele Elio Tavoletti, il presidente di quel primo consiglio di amministrazione, è il commercialista, Antonio Gentili il tecnico, Pietro Bachetti l’amministrativo. Quest’ultimo ha lungamente seguito a Roma, presso il neonato ufficio per le Fondazioni bancarie del Ministero del Tesoro, anche tutto il laborioso iter burocratico dell’acquisizione.

Immagine pubblicitaria Meletti all’interno del Caffè
Ogni giorno, per quasi tre anni, dal 14 aprile 1997, i tre seguiranno sul campo ogni fase dei lunghi lavori di recupero affidati all’impresa Luigi Travaglini che si aggiudica l’appalto sulle altre sette ditte in gara. L’impresa, per tutti, è ardua. Il ripristino delle funzionalità non può pregiudicarne l’estetica, i restauri prescindere dalla Storia, o l’adeguamento strutturale e impiantistico comprometterne il grande valore artistico. La direzione lavori è affidata all’ingegner Franco Semproni. L’architetto Aleandro Orsini e gli ingegneri Rolando Mariani e Giorgio Amatucci collaborano all’ambizioso progetto.
Le autorizzazioni necessarie, richieste e rilasciate, saranno, alla fine, settantatré. Tre le Soprintendenze marchigiane coinvolte: per i Beni Ambientali e Architettonici, per i Beni Artistici e Storici e per i Beni Archeologici. L’intervento richiede infatti rilievi geognostici per lo studio del terreno e il livello della falda acquifera sottostante su cui basare il consolidamento strutturale.
Alcuni previsti rinvenimenti archeologici (materiali ceramici del 1° secolo a.C. e alcune monete illegibili) in fase di scavo, non impattano eccessivamente sulle tempistiche. Si sondano anche le tinteggiature sovrapposte nel tempo sui decori del salone e le modalità originarie del trattamento del legno degli arredi.
Una delle immagini più iconiche dell’anisetta Meletti
Particolare cura verrà destinata anche al restauro degli arredi lignei, affidata alla ditta ascolana Filippo Franco, e al più idoneo ripristino dell’illuminazione originale. La ditta Ermete Crisanti di Lucca cura il restauro dell’apparato decorativo e pittorico.
Contestualmente si procede, ovviamente, anche alla messa a norma delle varie impiantistiche e dei servizi. Il conto finale dei lavori ammonterà, alla fine, a quasi quattro miliardi di lire. La fine lavori viene firmata il 29 giugno 1999. Il 15 novembre la Fondazione presenta ufficialmente alla stampa il monumento completamente restaurato.
Il 19 dicembre 1999 il Caffè Meletti riapre le sue porte al pubblico.
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