L’ombra che illumina: Marras e il sortilegio del Forte Malatesta (Foto)

ASCOLI - La mostra del grande artista sardo "Vedere per credere - L'ombra di Cecco" è da record. A quasi un anno dall'inaugurazione è la più longeva mai ospitata in loco. Gli spazi mistici dell'ex carcere ed un percorso immersivo unico, fatto di figure sfocate, lampi di ricordi, speranze sopite e preghiere soffocate. La figura dell'eretico ed i tesori sfuggiti al sisma, la memoria dei detenuti le geometrie ipnotiche di Santa Maria del Lago
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L’esterno del forte

 

di Luca Capponi

 

Il Forte Malatesta. I suoi scorci magici, i suoi angoli arrivati qui da epoche andate, la sua irregolare mistica capace di rapire l’anima. Di intrappolare storie tra le pietre antiche. Di illuminare sensibilità predisposte allo stupore.

Vista verso l’esterno

 

È successo così ad Antonio Marras. Il visionario artista sardo, personalità eclettica capace di muoversi con grazia tra diversi ambiti, dalla scultura alla pittura passando per disegni, installazioni ed opere di ceramica, si è imbattuto nell’ex carcere quasi per caso, da semplice visitatore. La folgorazione è stata però immediata.

 

Lì, tra quegli spazi perduti nel vuoto, tra l’eco di Cecco d’Ascoli e le memorie travolte dei detenuti, tra i tesori sfuggiti alla furia del sisma e le geometrie ipnotiche di Santa Maria del Lago, Marras ha immaginato il contenitore ideale. Tre giorni chiuso dentro, quasi a rivivere la stessa condizione di prigionia di chi visse e morì tra quegli spazi, per concepire la sua personale, selezionando opere affini e realizzandone di nuove.

 

Una trance creativa che ha visto nascere la mostra più longeva, quasi un anno di permanenza, mai ospitata al Forte: “Vedere per credere – L’ombra di Cecco”, infatti, si trova in loco dallo scorso 9 marzo. Se non è record poco ci manca. Queste, sono le ultime ore per visitarla e regalarsi una mirabile suggestione.

Uno dei passaggi della mostra

 

Figure sfocate, trafitte dalla paura, lampi di ricordi e speranze sopite, preghiere soffocate, eresie cristallizzate: nel percorso immersivo pensato da Marras tutto si confonde in un gioco di ombre, soffuso, dove la paura si mescola al ricordo, dove la sofferenza lascia spazio ad una musica che gira intorno.

 

Tra i momenti più simbolici ed evocativi ne scegliamo due. La statua della Madonna proveniente dall’Arquatano ferito dal terremoto, che si staglia in mezzo alla stanza avvolta da un telo, senza respiro, legata, immobile, rapita da una privazione. Immagine potente.

 

Poi, la stanza finemente arredata, minuziosa, ispirata al film di Visconti “Gruppo di famiglia in un interno” del 1974, dove “Testarda io” di Iva Zanicchi risuona quasi a rievocare un mondo onirico e controverso. Un’assenza che si fa presenza. Un luogo che sa di ombra, di piccola luce persa nel tempo.

 

Le foto 

 

 

 

 

 

 

 


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