di Elena Minucci

Roberto Pascucci con il suo basso a 7 corde
Da Ascoli a girare il mondo: la carriera di Roberto Pascucci è la storia di un musicista che ha trasformato la sua passione per il basso in una professione costruita con studio, determinazione e dedizione. Classe 1968, ascolano, Roberto è bassista, contro bassista, arrangiatore e compositore. Partito da Ascoli, ha costruito la sua carriera calcando i palchi di tutto il mondo. Specializzato nel basso a 7 corde, ha studiato con i più grandi come Massimo Moriconi, Stefano Scodanibbio e Alfredo Trebbi, iniziando sin da giovanissimo a collaborare con numerosi jazzisti. Con il tempo, il suo lavoro si è ampliato, arrivando a diventare anche arrangiatore e compositore. Tra le sue collaborazioni più significative, quella con Mogol, Neri Marcorè, Bonvicini, e Mogol. Con le sorelle Paola e Chiara Iezzi si è esibito in tour in tutta Italia e in Canada. Ha collaborato, inoltre, con alcuni artisti provenienti da Italia’s Got Talent e X Factor. Roberto Pascucci, nel tempo, ha sviluppato anche un’intensa attività di composizione e produzione artistica.
Lo abbiamo incontrato.
Roberto, come nasce la sua passione per la musica?
«La passione nasce molto presto. Ho iniziato con la chitarra e poi con il basso elettrico e il contrabbasso. La mia formazione nasce come bassista, ma nel tempo ho ampliato il mio lavoro anche come compositore. Ho suonato in orchestre di musica contemporanea e scritto musiche per musical e balletto autore di monologhi. Con il tempo ho capito che la musica sarebbe diventata una parte fondamentale della mia vita, non solo una passione ma una vera professione».
Lei è conosciuto come specialista del basso a 7 corde e del contrabbasso. Cosa la affascina di questi strumenti?
«Mi affascina la possibilità di esplorare nuove sonorità. Il basso a 7 corde, in particolare, offre una gamma più ampia di possibilità musicali e permette di costruire linee melodiche e armoniche più complesse. È uno strumento che richiede molta tecnica ma che regala grandi soddisfazioni».
Ci parli dei suoi progetti: “Milk” e “Basstronautz”.
«Il “Milk Jazz Trio” è nato nel 2008 insieme al pianista Gabriele Petetti e al batterista e produttore Riccardo Turco. È un progetto nato con l’obiettivo di poter suonare e sviluppare la mia musica. Ci siamo esibiti in molti festival in Italia e all’estero, incidendo anche due dischi. Successivamente è nato il progetto “Basstronautz”, un duo formato insieme a Tony Corizia, bassista, produttore, compositore e arrangiatore, con il quale abbiamo realizzato diversi album. Uno dei nostri dischi ha avuto un buon riscontro anche in Francia mentre la nostra rivisitazione del tema della serie televisiva “Space: 1999” è entrata nella top 100 di Billboards raggiungendo il 37°posto. Il brano “Play the Bass” invece, ha visto la partecipazione di Neri Marcorè. Nel 2024 è uscito “Il Resto E ‘Noia” (feat. Mita Medici), cover dell’omonimo brano di Franco Califano e contenuto nel Progetto “Sarò Franco”, premiato con la targa “Miglior Album A Progetto” al prestigioso “Premio Tenco”. Abbiamo inoltre pubblicato il libro “Bass Incons” in lingua inglese, poi tradotto in italiano, e stiamo valutando ulteriori sviluppi internazionali».
Nel corso della sua carriera ha collaborato con numerosi musicisti importanti. Qual è il valore di queste esperienze?
«Ogni collaborazione è una crescita. Suonare con musicisti diversi significa confrontarsi con linguaggi musicali differenti e imparare continuamente. È un’esperienza che arricchisce sia dal punto di vista tecnico sia umano. Ho iniziato a vent’anni, accompagnando diversi artisti. Per me è stata una palestra professionale. All’epoca ero molto emozionato, ma quelle esperienze mi hanno formato e reso più consapevole. Ricordo con piacere le esperienze nel pop con Paola e Chiara e nel jazz con musicisti come Paolo Fresu e Frank Gambale. Ho lavorato anche con artisti della musica italiana come Fabio Concato, con cui condivido una sensibilità musicale legata al jazz».
C’è un artista con cui avrebbe voluto collaborare?
«Sicuramente Pino Daniele. È uno degli artisti che ho sempre amato, per la sua capacità di unire linguaggi diversi in modo unico. Avrei voluto avere l’opportunità di lavorare con lui, perché rappresenta un esempio straordinario di identità musicale e libertà espressiva. E poi anche Fabio Concato, verso il quale provo una certa affinità, essendo anche io un cantautore».
Oltre all’attività artistica, è molto impegnato nella didattica con la scuola “Asso di basso” ad Ascoli. Cosa significa per lei insegnare musica?
«Insegnare è una responsabilità ma anche una grande gioia. Trasmettere conoscenze ed esperienza ai giovani musicisti è un modo per restituire ciò che ho ricevuto dai miei insegnanti. La didattica è una parte fondamentale della mia vita professionale».
Cosa direbbe ai giovani che vogliono intraprendere questa strada?
«Molti ragazzi che ho incontrato nel tempo sono diventati musicisti affermati. Il messaggio che cerco di trasmettere ai ragazzi è che il successo non è una scorciatoia né una follia televisiva: fare musica significa stare insieme, condividere e stare bene con sé stessi. Ai miei allievi dico sempre di diffidare delle scorciatoie: non esiste una via rapida per raggiungere certi livelli. Servono pazienza, umiltà, studio, organizzazione e talento, ma soprattutto la capacità di nutrire quel talento e di stare in mezzo agli altri. I grandi artisti che ho incontrato nella mia vita sono spesso persone molto tranquille e disciplinate. La musica è condivisione: se il talento non viene condiviso, rischia di rimanere fine a sé stesso. Credo che le nuove generazioni abbiano bisogno di opportunità concrete. I talenti vanno valorizzati quando sono giovani. Sarebbe importante creare eventi, festival o concorsi che possano incanalare l’energia dei ragazzi e offrire loro possibilità di crescita».
Cosa è la musica per lei?
«La musica è condivisione. Al di là della televisione, dei tour e dei riconoscimenti, credo che il valore più importante della musica sia anche sociale. Sono convinto che fare musica, in qualsiasi forma, anche come semplice passatempo, è qualcosa di estremamente positivo. La musica è come lo sport: rappresenta un grande valore aggiunto per la vita delle persone e invito tutti a perseguirla. Può anche diventare uno strumento educativo e sociale, capace di prevenire disagi e dare una direzione positiva alla vita dei giovani. Per questo è fondamentale il dialogo tra istituzioni, scuole e professionisti del settore musicale, costruendo progetti seri e duraturi, con obiettivi artistici e sociali».
Che tipo di genere predilige?
«Sono una persona molto curiosa, mi considero un “onnivoro” della musica: non mi fermo al jazz ma mi piacciono diversi generi musicali, come il rap, il trap, l’elettronica e la dance, purché ci sia qualità. Ascolto di tutto: da Stravinskij ai Metallica, dai Radiohead a Riccardo Cocciante, dai Coldplay a Moby . Non mi piacciono i “telebanismi” musicali. Viaggiando nel mondo, ti accorgi che le persone ascoltano i Ricchi e Poveri, Pupo ma anche Eros Ramazzotti. Apprezzo molto Achille Lauro. La musica è bella se fatta con competenza e originalità».
A Sanremo c’era anche lei.
«Ho partecipato a Sanremo, all’interno di una manifestazione collaterale al Festival, dedicata agli addetti ai lavori del settore musicale, organizzata dalla Siae. Si trattava di un contesto professionale rivolto a manager, autori e artisti, con la presenza di nomi importanti come Marco Masini e Arisa. In quell’occasione ho suonato in duo con il maestro Alessandro Olori, pianista, utilizzando il basso a sette corde. È stata un’esperienza significativa dal punto di vista professionale e umano, perché ha permesso di confrontarsi con altri autori e musicisti».
Guardando al futuro, quali sono i suoi obiettivi artistici?
«Continuare a fare musica, sviluppare nuovi progetti e collaborazioni e proseguire l’attività didattica. La musica è un percorso che non finisce mai: c’è sempre qualcosa da imparare e da condividere. Per quanto riguarda i progetti futuri, sono concentrato su un nuovo disco e sulla promozione del libro pubblicato recentemente. Sto lavorando anche alla realizzazione di alcuni concerti e sto valutando collaborazioni con manager internazionali, con l’obiettivo di sviluppare ulteriormente il mercato estero. Dal punto di vista musicale stiamo lavorando a nuova musica strumentale che unisce elementi dance, pop, funk e fusion. Parallelamente sto preparando anche un nuovo disco del trio “Milk”, orientato verso il jazz contemporaneo. Come produttore artistico continuo a seguire cantautori e progetti di nicchia, con un approccio artigianale alla musica. Credo molto nell’artigianilità: registrare strumenti suonati dal vivo, valorizzare i musicisti del territorio e lavorare in un’ottica di sostenibilità, anche economica e culturale. Mi piace l’idea di una musica “a chilometro zero”, fatta con passione e collaborazione».














