I gruppi consiliari di Ascoli Bene Comune, Ascolto & Partecipazione e Partito Democratico hanno abbandonato l’aula del Consiglio comunale durante le comunicazioni di apertura del sindaco Fioravanti (leggi qui) riguardanti l’inaugurazione di Palazzo Saladini Pilastri. 

I consiglieri Luzi, Cappelli, Traini, Dominici e Marcucci

 

«È stata una scelta forte e sofferta, ma inevitabile davanti a dichiarazioni che giudichiamo false, offensive e incompatibili con il rispetto dovuto a chi rappresenta una parte della città – spiegano i consiglieri d’opposizione -. Fioravanti ha affermato che i dipendenti comunali sarebbero stati bullizzati dall’opposizione dopo che alcuni di noi avevano sollevato dubbi sulla decisione dell’Arengo di farli uscire durante l’orario di lavoro per assistere all’inaugurazione di Villa Saladini Pilastri, il 6 ottobre 2026. I nostri dubbi sono legittimi: secondo quanto emerso, i dipendenti sono usciti durante l’orario di lavoro, timbrando il cartellino come se si trattasse di un’uscita per ragioni di servizio».

 

«Il sindaco ci ha poi accusati di aver strumentalizzato la partecipazione di bambini minorenni all’inaugurazione, immortalati mentre esponevano uno striscione con la scritta “Ti vogliamo bene Giorgia”, rivolto alla presidente del Consiglio Meloni, presente all’evento – è la prosecuzione -. Sul tema abbiamo presentato un’interrogazione consiliare a risposta scritta per ottenere i dovuti chiarimenti. Oggi Fioravanti è arrivato addirittura a sostenere che avremmo bullizzato anche quei bambini e che loro avrebbero paura a uscire di casa. Eppure, per quanto ci risulta, l’unico ad aver pubblicato sui propri canali social una fotografia con i volti dei bambini riconoscibili è stato proprio il sindaco. È una contraddizione grave, che richiede risposte, non accuse contro chi ha posto domande».

 

«Il sindaco ha pronunciato le sue parole con toni accusatori e con un obiettivo evidente: screditarci e dipingerci come violenti e facinorosi – va avanti la minoranza -.  Respingiamo queste accuse: sono infondate e non corrispondono a quanto accaduto. Oggi abbiamo lasciato l’aula dopo essere stati bersaglio di quella violenza verbale che il sindaco pretende di attribuirci. Siamo arrivati al limite. Non accetteremo che il Consiglio comunale diventi il luogo in cui il sindaco attacca e delegittima chi esercita legittimamente il proprio mandato, contando sul silenzio complice dell’intera maggioranza. Il Consiglio non è il palcoscenico personale del sindaco e il municipio non è casa sua. Sono istituzioni della città, di tutti gli ascolani».

Il Consiglio comunale della discordia 

«In quell’aula siedono consiglieri eletti da migliaia di cittadini – spiegano ancora -. Abbiamo il diritto e il dovere di controllare, criticare e contestare l’azione della maggioranza, anche quando le nostre domande sono scomode. Il consenso elettorale non autorizza nessuno a piegare le istituzioni alla propria volontà, né a scambiare il confronto democratico per un atto di obbedienza. Il metodo emerso oggi è inaccettabile: quando le risposte politiche mancano, si alzano i toni; quando il dissenso dà fastidio, si attacca chi lo esprime. Chi governa dovrebbe rispondere nel merito dei fatti, non ricorrere alle offese. Dovrebbe confrontarsi con noi, non tentare di metterci alla gogna davanti alla città. Denunciamo e respingiamo questo metodo senza esitazioni».

 

«La democrazia non finisce con il risultato elettorale – ribadiscono -. Vincere le elezioni significa assumersi la responsabilità di governare, non ottenere una licenza di insultare, intimidire politicamente o umiliare chi la pensa diversamente. La maggioranza amministra; noi, come opposizione, controlliamo, denunciamo, critichiamo e proponiamo. Nessun sindaco può cancellare questo principio, per quanto gli sia sgradito. La nostra uscita dall’aula non è una fuga dalle responsabilità. È una protesta politica chiara: non faremo da comparse in un Consiglio comunale in cui riteniamo sia stato calpestato il rispetto dovuto ai rappresentanti dei cittadini. Restare seduti in silenzio avrebbe significato normalizzare un comportamento che giudichiamo grave».

 

«Offendere l’opposizione significa mancare di rispetto anche ai cittadini che l’hanno votata – continuano dalla minoranza -. Ascoli Piceno merita istituzioni all’altezza della sua storia e della sua comunità, non un’arena di attacchi personali. Merita serietà, trasparenza, risposte e un confronto politico vero. Continueremo a esercitare il nostro mandato: contesteremo le scelte sbagliate, denunceremo ciò che non funziona e costruiremo un’alternativa per Ascoli Piceno. Non ci faremo intimidire e non permetteremo che le polemiche servano a spostare l’attenzione dalle responsabilità di chi governa».

 

«Il sindaco deve farsene una ragione – è la conclusione – l’opposizione esiste, ha voce e dignità, e noi non chiederemo il permesso per svolgere il nostro ruolo. Ascoli Piceno non appartiene a chi governa oggi. Appartiene a tutti gli ascolani, anche a quelli che non condividono le scelte di questa Amministrazione. È anche in nome loro che continueremo a far sentire la nostra voce. Il rispetto delle istituzioni non si proclama: si dimostra. Oggi, a nostro giudizio, il sindaco ha dimostrato di non averne, come ha fatto in molte altre occasioni. In aula consiliare ci ricorda incessantemente che potremo parlare solo quando vinceremo le elezioni, mostrando così completo disinteresse per quella parte di cittadini che si riconosce nelle proposte dell’opposizione e ha pieno diritto di essere rappresentata. Chi governa non comanda».

 

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