
Il cimitero di Grottammare
Archiviati Halloween e Ognissanti, lunedì 2 novembre il calendario cambia tono. È il giorno dei defunti, e la ricorrenza si fa più intima, velata di malinconia.
Siamo andati al cimitero di Grottammare. Si sentono soltanto i passi sulla breccia e la pioggia, sotto un cielo grigio e un freddo novembrino che da tempo non si faceva sentire così. Poi, varcato il cancello dell’entrata storica, il raccoglimento lascia spazio a un pizzico di amarezza.
L’atrio dell’ingresso storico ha l’intonaco scrostato e crepe lungo le pareti. Oltre l’arco, il viale dei cipressi accompagna il visitatore con il loro profumo resinoso, reso più intenso dalla pioggia. È un attimo, però. Poco più avanti, sotto il varco (aperto quando si ampliò il cimitero verso ovest) con la scritta “In aeterna pace”, si passa in un corridoio protetto da ponteggi, pannelli di legno e una rete sopra la testa, contro eventuali cadute di materiale.
La pace eterna promessa dall’iscrizione, oggi, passa sotto un tunnel di sicurezza.
Proprio accanto al portale c’è la ferita più grave. È la tomba della Confraternita dell’Addolorata di metà ottocento. Le tre arcate sono chiuse da recinzioni metalliche e teli blu strappati dal vento. Dietro, le volte hanno ceduto e l’armatura in ferro è a vista. In un’arcata il tetto non c’è più: si vede il cielo e dai resti del solaio pendono tondini arrugginiti. Tra le erbacce, calcinacci e macerie. Eppure sulle cancellate restano le cassette delle luci votive, i fiori, i lumini: qualcuno lascia un fiore, dove arriva attraverso la rete.
«Il crollo è dovuto alla mancata manutenzione – spiega Bruno Talamonti, assessore comunale di Grottammare alla Cura del territorio e Sicurezza – La tomba non è del Comune, è della confraternita».
Assessore, il cedimento risale a circa tre anni fa. Perché allora non si è ancora intervenuti?
«Perché là sotto c’è un numero imprecisato di casse schiacciate dal peso del crollo. In base alle lampade votive si pensava ci fossero una ventina di bare. Ce ne potrebbero essere oltre 40 e, tranne in alcuni casi, non si sa chi siano».
Tra loro, racconta l’assessore, anche i suoi familiari: «Ho due bisnonni lì dentro. Questa è la realtà».
Entrare è pericoloso, e il problema è proprio trovare chi possa farlo. «Bisogna tirare fuori tutto e, se possibile, dare un nome a quelle salme – continua Talamonti – Non si possono prendere i resti e spostarli, tutti mischiati, nell’ossario. La questione è complicata, anche a livello morale».
Servono però due competenze insieme, per la messa in sicurezza strutturale e per il recupero e la classificazione dei resti. Finora non si è trovato chi le abbia entrambe. «Una ditta che sappia fare tutte e due le cose non si trova. Forse in Italia non esiste». E i preventivi arrivati finora sono «esorbitanti».
L’idea dell’Amministrazione c’è già. Dopo la messa in sicurezza e il recupero delle salme, l’area verrebbe espropriata alla confraternita e al posto dei tre archi si ricaverebbero tre tombe: una andrebbe in dono alla confraternita, le altre due verrebbero vendute per coprire parte dei costi della ristrutturazione. «Questa è l’idea politica – ammette Talamonti – ma non è ancora pratica, perché ci sono problematiche enormi».
Nel frattempo, anche il portale accanto ha bisogno di interventi strutturali, che però non si possono fare da soli. «È tutto collegato – spiega ancora Talamonti – bisogna intervenire in tutto il blocco».
L’Assessore conclude sottolineando che non tutto è fermo, ricordando che la storica cappellina del 1875 è stata restaurata con fondi del bilancio comunale, è stata riaperta al pubblico l’anno scorso e, in alcune occasioni come quella del 2 novembre, vi si celebrano anche le messe.
Quello di Grottammare, lo ricordiamo, non è un cimitero qualunque. Custodisce le tombe ottocentesche delle famiglie storiche grottammaresi come i Laureati, Rivosecchi, i Fenili che ospitarono Franz Lisz, e vi riposano lo “scultore del vento” Pericle Fazzini, l’attore Mario Carotenuto e il poeta Mario Rivosecchi.















