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I migranti, i sacchetti
e gli errori della politica

ATTUALITA' - Cosa lega il tema dell'immigrazioni con le polemiche sulle buste a pagamento?
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di Pietro Frenquellucci
C’è qualcosa che unisce la crescita dell’intolleranza verso i migranti e le proteste per i sacchetti a pagamento nei supermercati per la frutta e la verdura? A prima vista le due questioni sembrerebbero talmente lontane da far propendere per un secco e deciso no. Non c’è nulla che possa mettere insieme le due cose nell’immaginario collettivo degli italiani tanto è infinitamente vasta la distanza che separa le due questioni.

Eppure, a ben guardare, in quell’universo di vita quotidiana che tiene teoricamente distinti i due problemi c’è un filo concreto, complesso e ormai non più tanto sottile, che le unisce. Almeno agli occhi di un numero di cittadini sempre crescente che non può più essere liquidato con espressioni del tipo “non capisci”, “l’accoglienza è un valore”, “sei un fascista”. Proprio nei confronti di questi italiani va fatto uno sforzo di chiarimento e di spiegazione reale – scevro da luoghi comuni – per evitare che si trasformino in maggioranza nel paese. A quel punto il problema diventerebbe irrisolvibile con tutte le drammatiche conseguenze sociali facilmente immaginabili.

Il problema è di una complessità senza precedenti per la sua vastità, per gli interessi geopolitici che coinvolge, per i drammi umani che rappresenta, per l’immensa quantità di dolore e di speranze che porta con sé. Le riflessioni che seguono, quindi, non possono che essere un tassello di un mosaico più ampio per la cui composizione è necessario, naturalmente, il contributo di tutti. A cominciare dall’analisi del ruolo che i migranti possono avere sul territorio nazionale fin dal giorno in cui sbarcano sulle coste del nostro paese.

In questo contesto la politica ha una funzione strategica e decisiva. E soprattutto positiva, ma a condizione che il messaggio lanciato ai cittadini sia trasparente, non contraddittorio e sganciato dalle convenienze del momento politico. Cosa peraltro fin troppo evidente. Gli esempi sono innumerevoli e non si riferiscono al naturale confronto dialettico tra i vari schieramenti, ma spesso le contraddizioni e i giochi di piccolo cabotaggio si manifestano all’interno di una stessa forza politica.

Vogliamo provare a fare qualche esempio? Parliamo del costo dell’accoglienza. Secondo quanto riportato lo scorso ottobre dal Fatto Quotidiano, in un articolo di commento al Documento programmatico di Bilancio con le linee guida della manovra per il prossimo triennio, nel 2018 l’Italia spenderà per l’accoglienza ai migranti una cifra compresa tra i 4,7 e i 5 miliardi di euro. Oltre un miliardo e mezzo di euro in più rispetto ai 3,3 spesi nel 2016. Ora, al netto dei contributi europei ma anche al lordo del fallimento delle politiche di condivisione dell’accoglienza con gli altri paesi dell’Ue, è chiaro che si tratta di un fiume immenso di denaro sottratto ad altri scopi. Sono anni che i cittadini sentono parlare della necessità dei tagli alla spesa e di Bruxelles che tiene nel mirino i conti del nostro paese appesantito da un debito pubblico immenso. Da anni sindaci, presidenti di Provincia e di Regione attaccano il governo per la riduzione delle risorse trasferite agli enti locali paralizzandone, di fatto, l’attività.

Con questa motivazione ci troviamo strade ridotte a piste da rally, ospedali senza manutenzioni, scuole prive di palestre o con soluzioni rabberciate, parchi pubblici nell’abbandono, investimenti ridotti a zero. Ai cittadini che chiedono il perché di questo stato di cose e di questo generale senso di abbandono (per avere un esempio non bisogna andare troppo lontano: basta arrivare alla fine di corso Trento e Trieste ad Ascoli nel punto in cui si può svoltare per il Lungo Tronto) viene generalmente risposto che non ci sono i soldi per rifare le strade, per sistemare le scuole, per pulire i parchi. Frasi ripetute da sindaci e presidenti di Provincia e Regione indipendentemente dall’appartenenza politica. Così i cittadini si mettono l’animo in pace: i soldi non ci sono e bisogna fare i sacrifici. Poi, all’improvviso, scoprono che ci sono quasi 5 miliardi a disposizione che vengono spesi per ben altro che i loro bisogni quotidiani. E allora ci scappa anche che qualcuno, e non solo qualcuno, si senta preso in giro e si arrabbi. Queste sensazioni, poi, scatenano l’insofferenza, la mancanza di fiducia nella classe dirigente, l’intolleranza verso coloro che, seppur assolutamente incolpevoli, appaiono responsabili, anche se indiretti, di questo stato di cose. In altre parole sembra che la gente dica: i governanti prima ci dimostrino di far funzionare il paese per quelli che già ci sono, poi apriamo le porte a chi vuole raggiungerci.

In altre parole ancora: un conto sono le porte sempre aperte della Casa Celeste a cui papa Francesco vorrebbe che tutti si ispirassero per l’accoglienza, ma che non ha costi materiali da sostenere, altre sono quelle di uno Stato, di un Comune, di una Provincia e di una Regione che devono fare i conti con le esigenze di bilancio.
Di fronte agli occhi degli italiani – quelli che lavorano e quelli che un lavoro non ce l’hanno o non lo cercano nemmeno più tanto sono disillusi e sfiduciati, quelli che fanno fatica ad arrivare a fine mese con la pensione sociale, quelli che hanno creduto per anni sulla necessità di fare sacrifici – ci sono quei ragazzotti che girano per le città in tuta con le cuffiette agli orecchi e l’immancabile telefonino in mano. O che si raggruppano ai giardini pubblici e alle fermate dei bus finendo per diventare, con l’atteggiamento di chi non ha nulla di cui dover rendere conto a chicchessia, una presenza ingombrante per molti. O peggio ancora quelli che con una buona dose di strafottenza ti aspettano all’entrata e all’uscita dei supermercati lanciandoti epiteti e definizioni non di rado indisponenti e fastidiosi. Forse dire tutto ciò con chiarezza può anche non riscuotere un gran gradimento, ma nascondersi la realtà di quello che tantissimi cittadini percepiscono e pensano, a torto o a ragione, è un errore strategico enorme.

Un errore politico che la classe dirigente non deve commettere e a cui non deve sommare un altro errore dettato da un’analisi superficiale e semplicistica di quanto sta accadendo: quello di ammantare lo stato d’animo di tantissimi cittadini con quella glassa appiccicaticcia e sempre pronta all’uso che è l’accusa di fascismo. Ma siamo sicuri che la vecchietta che esce dal supermarket con il sacchetto della spesa e si sente infastidita dal robusto immigrato che le rivolge i più svariati, e non richiesti, appellativi, sia fascista? Si fa fatica a crederlo soprattutto se si pensa che, all’inizio del fenomeno migratorio, quel senso di disagio non c’era. Anzi, l’apertura, la disponibilità e l’accoglienza hanno fatto registrare livelli condivisi davvero straordinari. Ora, è chiaro, qualcosa si è rotto. Il perché? Probabilmente perché è mancata, o quando c’è stata si è manifestata inadeguata e non credibile, l’azione mediatrice della politica. Ed è qui che il filo complesso di cui parlavamo all’inizio che parte dal nodo dei migranti si congiunge con i sacchetti a pagamento per la frutta e verdura nei supermarket.

Se qualcuno pensa che la protesta contro i sacchetti a pagamento sia legata al loro costo si sbaglia di grosso. Il motivo profondo è l’esasperazione per decisioni che non hanno motivazioni apparenti e che passano sopra la testa dei cittadini senza alcuna spiegazione. O meglio, senza nessuno che senta la necessità di spiegare le ragioni di una decisione in modo esauriente, chiaro e senza sotterfugi. Con la politica attuale, invece, i cittadini hanno la percezione di tornare ad essere sudditi e i sudditi, prima o poi, si rivoltano. Anche per i due centesimi da pagare per un sacchetto biodegradabile.


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2 commenti

  1. 1
    Valeria Salvi il 9 Gennaio 2018 alle 10:36

    Che piacere l’intelligenza!

  2. 2
    Antonio Falciani il 9 Gennaio 2018 alle 11:31

    Siamo in campagna elettorale? 🙂

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