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Asilo nido a rischio chiusura:
la Regione non paga più
e il Comune da solo non ce la fa

COMUNANZA - Il prossimo mese potrebbe essere l'ultimo per il "Bianconiglio”. Da due anni senza i fondi che arrivavano da Ancona, le rette pagate alla cooperativa "Il Mentore" non sono più sufficienti. Presto un incontro tra il sindaco Cesaroni e i genitori dei 21 bambini iscritti

L’asilo nido “Bianconiglio” di Comunanza

di Maria Nerina Galiè

Mamme e lavoro, un connubio sempre più difficile da portare avanti anche a Comunanza, dove già il prossimo mese l’asilo nido comunale “Bianconiglio”, gestito da dieci anni dalla cooperativa “Il Mentore”, potrebbe chiudere. Il motivo è economico: già da due anni la Regione Marche non eroga più i fondi a strutture di questo tipo, il Comune non può sostituirsi economicamente alla Regione e le rette non sono sufficienti a coprire la necessità. Che fare? La risposta dovrebbe uscire da un incontro in programma per la prossima settimana tra il sindaco Alvaro Cesaroni, la coop e le famiglie dei ventuno bambini iscritti. Ciascuno metterà sul tavolo le proprie carte per giungere ad una soluzione volta al mantenimento del servizio, prezioso per tutta l’area montana già provata dal terremoto e dove, nonostante tutto, il lavoro ancora c’è.

Un grosso aiuto fino al 2014 veniva dalla Regione Marche, con 24.000 euro l’anno, dimezzati nel 2015 e ridotti a 5.000 nel 2016 e che, dicono in Comune, devono ancora essere versati. Dal 2017 sono stati chiusi definitivamente i rubinetti. E’ pur vero che proprio dal 2017 l’Inps ha istituito il “Bonus asilo nido”, un contributo di 90,91 euro al mese per le famiglie che hanno figli iscritti ai nidi sia pubblici che privati. Il Comune fornisce lo stabile accollandosi manutenzione e consumi. E’ intervenuto con lavori di somma urgenza a seguito del terremoto. Ha integrato negli anni i fondi necessari a coprire le spese, anche se non direttamente ma attraverso elargizioni della Fondazione “Ermanno Pascali” del quale determina gli indirizzi. «L’asilo nido – dice Cesaroni – è un’istituzione importante che però lo Stato non riconosce come scuola e pertanto non ne sostiene i costi. D’altro canto il Comune può contribuire ma non farsene carico».

Il sindaco Alvaro Cesaroni

La cooperativa incassa le rette e provvede ai costi del personale, una cuoca e quattro insegnati, e di gestione. L’asilo è accreditato presso la Regione Marche e per questo deve mantenere determinati requisiti come mensa interna, formazione e titoli degli educatori, personale numericamente adeguato all’utenza con rapporto di 1 a 7, carta dei servizi e tanto altro. «In dieci anni di attività – spiega inoltre Roberta Moretti, vicepresidente de “Il Mentore” – abbiamo anche portato avanti numerosi progetti che hanno reso la struttura un fiore all’occhiello: il progetto natura, psicomotricità e inglese, per citarne alcuni».

I mensili, per essere sostenibili, non possono coprire per intero le spese di gestione. I finanziamenti esterni, regionali o comunali, sono necessari affinché sia reso un servizio. «Da settembre – continua la vice presidente – non percepiamo più nulla se non le rette. Le spese gravano sulle casse della cooperativa, adesso siamo al collasso».

E proprio sulle rette non indora la pillola il sindaco: «Bisogna rivederle, ripristinando equilibrio e giustizia partecipativa da parte delle famiglie». Esse vanno dai 190 a 400 euro al mese, in base alle fasce di reddito rilevate dall’Isee (indicatore della situazione economica equivalente). Un sistema che il primo cittadino proprio non condivide: «Il dato che emerge non rispecchia oggi la reale condizione delle famiglie. L’Isee non è più un mezzo attendibile per dare diritto alle agevolazioni, è piuttosto uno strumento di ingiustizia». Il primo cittadino sostiene inoltre che le tariffe del nido di Comunanza «non hanno pari in tutta la provincia». E che «ben vengano i figli di genitori che lavorano a Comunanza ma risiedono nei paesi limitrofi. Ma i costi di un servizio fornito al cittadino devono gravare sul bilancio del comune di appartenenza». Difficile prevedere come andrà a finire questa storia. Certo è che le mamme, se portano al nido bimbi in età prescolare, lo fanno perché devono lavorare. Se i mensili diventano troppo alti, metteranno le giovani donne davanti alla scelta: figli o impiego. Se il nido verrà lasciato in balia del libero mercato, non ci sarà più certezza sulla qualità del servizio.


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