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«Cercano il posto,
ma pochi vogliono lavorare»
Faraotti: «Dal 1979 mai una vertenza»

FOCUS ECONOMIA - Terza parte dell'intervista al deus ex machina di Fainplast tra occupazione, politica, sociale e attenzione al territorio: «Un politico non dovrebbe limitarsi al taglio dei nastri, ma conoscere le imprese del territorio, ascoltarne le istanze e star loro vicino non solo quando ha bisogno di voti»

di Pietro Frenquellucci 

Battista Faraotti è imprenditore dal 1979, un’esperienza quasi quarantennale che lo ha portato a conoscere nei dettagli più profondi il mondo del lavoro, i suoi lati positivi e quelli più difficili e controversi. Un’esperienza che dovrebbe metterlo al riparo da ogni sorpresa ma quando si tocca il tasto della disoccupazione giovanile gli si legge negli occhi una buona dose di incredulità.

Faraotti (secondo da sinistra) durante la fiera K2016 di Düsseldorf (foto dal sito Fainplast)

«Tutti vogliono il posto, ma pochi vogliono lavorare. -spiega raccontando un aneddoto- Qualche tempo fa abbiamo chiamato un ragazzo per un colloquio di lavoro. L’ho ricevuto io personalmente per capirne un po’ il profilo, gli obiettivi, le ambizioni. Mentre parlavamo ho notato che aveva un atteggiamento di sufficienza e allora gli ho chiesto che cosa c’era che non andava. Alla fine è sbottato e ha detto: “Perché mi avete chiamato? Io non ho nessuna intenzione di lavorare. Trovatevene un altro perché io me ne vado”. Cosa dire, mi cadono le braccia di fronte a certe situazioni. La storia di Fainplast è fatta di rapporti diretti con i dipendenti che per loro scelta hanno rinunciato alla presenza dei sindacati in azienda. Qui, per i nostri circa 120 dipendenti, i garanti dei rapporti di lavoro siamo io e la mia famiglia. Un esempio? A livello contrattuale riconosciamo ai nostri addetti circa il 30/40% in più di quanto previsto dal contratto nazionale. Per non parlare dei benefit, dai 1.000 euro netti per ogni figlio nato alla palestra  gratuita. Insomma, noi pensiamo a una redistribuzione del reddito dell’impresa in base al lavoro svolto e da quando sono imprenditore non ho mai avuto una vertenza in azienda».

Faraotti con la moglie Gigliola

In tema di occupazione Faraotti ha le idee molto chiare. «Incentivi o non incentivi, se ho bisogno di una persona l’assumo. Non mi piace illudere le persone. Mai fatti stage fine a se stessi, l’unico obiettivo è capire se una persona va bene, se è così la stabilizzo. Le imprese illuminate gli operai validi se li tengono a caro. Formare un dipendente mi costa molto per cui non lo mando via dopo qualche mese. Voglio essere ancora più esplicito: non mi piace ad esempio quella pratica di far firmare al dipendente il licenziamento in anticipo. La persona si sentirà sempre sul filo del rasoio. Questa cosa non mi piace e non l’ho mai fatta». E da imprenditore concreto qual è, passa subito a un esempio: «Per la società incaricata di realizzare la bonifica dell’area ex Carbon potremmo avere agevolazioni per circa 10.000 euro a dipendente, ma noi li assumeremo comunque. Ci servono. Il 90% dei nostri dipendenti è a tempo indeterminato».
C’è un grande equilibrio nel rapporto tra l’imprenditore Faraotti e quella variegata galassia che comprende incentivi, finanziamenti, agevolazioni, credito e così via. «Oggi ci sono molti fondi per la ricerca -dice- noi l’abbiamo sempre fatta a prescindere dalle agevolazioni. Non mi sono mai mosso sulla base degli incentivi disponibili, questi sono solo qualcosa in più. Non mi interessano le acquisizioni, la mia logica è quella della crescita costante e non esplosiva dell’azienda. Nel 2017 abbiamo registrato un +9% e per il 2018 l’obiettivo è un +6%. Noi puntiamo agli impianti, non alle strutture, così cresciamo e ci rinnoviamo. In questo modo si innesca un circolo virtuoso: se acquisto un nuovo macchinario avrò bisogno del personale che lo faccia funzionare e quindi creo occupazione. E la nuova occupazione è anche lo scopo finale dei finanziamenti previsti dal legislatore con il provvedimento “Industria 4.0” per cui i due obiettivi, produzione e occupazione, si saldano. E’ la produttività a determinare i costi e un operatore ti dà di più se gli metti a disposizione gli strumenti adeguati. In Fainplast stimiamo 1,2 milioni di euro di produzione per ogni dipendente».

Una veduta dall’alto dello stabilimento Fainplast

Dai finanziamenti pubblici alla politica il passo è breve e Faraotti non si tira certo indietro. «Chi ricopre certi ruoli deve avere buoni rapporti con tutti i politici a partire dalla Regione. -prosegue- Però non posso non constatare che il livello della politica è sceso davvero in basso. Non la si fa più per passione, per aiutare le persone e la società, ma per lavoro. Spesso i nostri politici non sanno nulla della città e questa è una cosa comune un po’ ovunque. Si guardi a Roma, ci vorrebbe una squadra che mettesse in riga tutto. Un politico non dovrebbe limitarsi al taglio dei nastri, dovrebbe conoscere le imprese del territorio, ascoltarne le istanze e star loro vicino non solo quando ha bisogno di voti. Se ad esempio un dirigente, spesso sono fuori ruolo per delle turnazioni incomprensibili, ritarda il rilascio di una licenza dovuta dovrebbe essere il politico a sollecitarlo. Quella del sindaco poi è una funzione davvero importante e dovrebbe essere giustamente retribuita. Se si pensa alle responsabilità che gli sono attribuite e si paragona il suo appannaggio con quello di parlamentari o consiglieri regionali ci si rende conto che c’è uno squilibrio inaccettabile».
Faraotti è molto legato al suo territorio. «Qui si sta bene» dice, ed è convinto che le imprese debbano fare la propria parte. «La solidarietà al territorio me l’ha insegnata mio padre quando mi fece rifare i banchi e il portone della chiesa di Fleno, una frazione di Acquasanta, dove vivono poche persone ma che per loro è importantissima. Come impostazione aziendale cerchiamo di indirizzare le nostre risorse per fare del bene laddove ce n’è veramente bisogno. Pochi anni fa abbiamo dato una mano alla Croce Rossa Italiana. In poco tempo abbiamo rifatto il parco macchine che ha consentito di riavviare al meglio l’attività del sodalizio».
Faraotti si ferma un attimo e conclude: «Qui si lavora bene, non c’è tensione sociale però se mi chiede se, potendo, riaprirei uno stabilimento ad Ascoli le risponderei di no. Troppo lontana per gli approvvigionamenti e il costo dell’energia è tra i più alti al mondo. Ma non ci fermiamo. Costruiremo un impianto a metano per produrcela da soli la nostra energia. Come abbiamo detto all’inizio, i problemi non devono diventare un alibi per non fare».

(3 – Fine)

Battista Faraotti si confessa: «Imprenditore sin dalla scuola Fare impresa? Visione e rischio»

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