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Donata 4 dir, Sentina a rischio:
no gas contro il nuovo progetto Eni

PORTO D'ASCOLI - Un incontro per parlare della nuova piattaforma in progetto nel mare Adriatico davanti alle nostre coste. Lo stesso Ministero dell'Ambiente definisce "molto grave" il danno che ne deriverebbe

di Serena Reda

Molti gli ospiti intervenuti ieri sera nell’anfiteatro Wojtyla della parrocchia Cristo Re a Porto d’Ascoli per parlare di temi ambientali sentiti nel territorio. Su tutti spicca il trait d’union della serata: il progetto di Donata 4 dir, la nuova piattaforma che l’Eni vorrebbe costruire a largo della Sentina.

Le carte parlano di una concessione per la coltivazione di idrocarburi. Gabriele Illuminati del comitato “No trivelle nel Piceno” spiega infatti che è in progetto una «nuova trivellazione antistante la nostra costa, precisamente tra Martinsicuro e San Benedetto ad una distanza di 14 miglia marine». Il pozzo avrà una profondità di 1881 metri ma la trivella si attaccherà ad una piattaforma esistente. La perforazione obliqua avrà dunque una perforazione effettiva di 3000 metri. Tempo stimato di lavoro entro i 90 giorni, mentre la coltivazione del gas durerà per sei anni. «Noi ci siamo allarmati” spiega Illuminati. “Continuare a investire sulle fonti fossili quando è universalmente riconosciuto che sono la maggior fonte di effetto serra e cambiamenti climatici che il pianeta sta subendo ci sembra fuori luogo». Non solo. L’Italia ha sottoscritto con altri 195 Paesi il famoso accordo di Parigi.  Il presidente legge anche un passaggio della convenzione internazionale: «Il cambiamento climatico rappresenta minaccia urgente e potenzialmente irreversibile per le società umane e per il pianeta. Ciò richiede la massima cooperazione di tutti i Paesi per ottenere la riduzione dei gas effetto serra». La trivellazione può portare tanti danni, anche alla fauna

Augusto De Sanctis, attivista del Forum abruzzese dei movimenti per l’acqua, afferma che se le persone si uniscono possono ottenere grandi vittorie. Cita quella di Ombrina: «Siamo riusciti a evitare che davanti alle coste teatine sorgesse una piattaforma importante». Parla poi di ricerca in mare di vene petrolifere con esplosioni. Le barche trascinano un apparato che produce esplosioni ad aria compressa. Servono per capire cosa c’è nel sottosuolo ma, oltre ad esplosioni continue, producono grandi danni alla fauna marina. Lo stesso Ministero dell’ambiente sa di questi danni. Viene testimoniato dal decreto di autorizzazione della piattaforma Clara. L’impatto, dal Ministero, viene definito anche “molto grave”. Il Ministero ammette anche l’aumento, vicino alla piattaforma, di bario e altri metalli pesanti fino a livelli abbastanza elevati. Altri problemi ci possono essere in fase di estrazione. De Sanctis porta l’esempio di una grande piattaforma di estrazione di gas. «La piattaforma Daria, nella zona di Ancona, ebbe una perdita di gasolio durante la manutenzione e vennero rilasciati idrocarburi in acqua. Non ci dobbiamo illudere che le piattaforme pericolose siano solo quelle di petrolio».

Il professor Enzo di Salvatore, docente di diritto costituzionale all’Università di Teramo, spiega che nel 2016 e 2017 il governo ha rivisto e semplificato le norme sulla valutazione d’impatto ambientale con un decreto legislativo. La normativa è stata semplificata. Grazie a questa semplificazione la durata della Via non è predeterminata. In questo caso la Via del pozzo, a 14,6 miglia marine, ha una concessione di 6 anni. L’Eni ha sostenuto che la costruzione del nuovo pozzo permetterebbe all’Italia di non dipendere dal mercato estero. «Non è vero. Tutti gli idrocarburi nel sottosuolo, appartengono allo Stato, quest’ultimo immette nella proprietà delle risorse il concessionario». Dunque se estraggo il petrolio posso venderlo a chi voglio ridando allo Stato il 7%. Il concessionario rimane nella proprietà del 93% che viene venduto a chi vuole, compreso lo Stato italiano a prezzo di mercato. Chi estrae può vendere a me come può vendere altrove. Quindi non c’è connessione tra fabbisogno energetico nazionale e necessità di estrarre qui.

Altro problema è il Parco marino del Piceno. Non esiste ma dalla legge è contemplato e il limite delle 12 miglia si calcolerebbe dall’esterno con un totale di 24 miglia che impedirebbe quindi la costruzione effettiva del progetto.


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