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Un campanile sui calanchi
La Torre di Ripaberarda

IL BORGO "sospeso" sulle spettacolari formazioni rocciose è un luogo ricco di tesori e monumenti di grande interesse storico ma anche di curiosità legate alle tradizioni popolari. Come il soprannome di omerica memoria con cui la conoscono i piceni: la Troia

Castignano e Ripaberarda si fronteggiano, separate dal corso del Chifente. Ben visibili i supporti lignei per la messa in sicurezza degli edifici sinistrati

di Gabriele Vecchioni

(foto diAb de Jong, Alfredo Mozzoni e Gabriele Vecchioni)

Nella prima settimana di agosto si è tenuto, nella Sala Sant’Egidio del castello di Ripaberarda, un interessante convegno relativo ai campanili costruiti su disegno di Antonio da Lodi (secoli XV-XVI). L’occasione è stata quella del cinquecentenario dell’edificazione della splendida torre campanaria del borgo: la costruzione risale infatti al 1518, data incisa su un tessera murata nella parete del fabbricato che prospetta sulla piazza. In questo articolo ripercorriamo brevemente la storia del borgo e quella del suo monumento più significativo.
Ripaberarda è una frazione di Castignano, situata di fronte al capoluogo, dal quale è separata dalla profonda incisione del torrente Chifente. Antico castello del  Comitatus ascolano, diventò poi comune autonomo ma la sua indipendenza cessò nel dicembre 1865: fu associato, da un Regio Decreto di Vittorio Emanuele II, al più popoloso centro di Castignano.

Le mura castellane. Da sinistra, la torre rompitratta, la rampa d’accesso difesa dal torrione scarpato e il monumento ai caduti di Antonio Mancini. All’interno del recinto spicca il campanile

Il nome. L’origine del toponimo è sicuramente antroponimica. L’ipotesi più attendibile fa derivare il nome del borgo dall’unione di due termini: “Ripa”, riferibile agli scoscendimenti del terreno, e “ Berarda”, derivato dal genitivo di possesso Berardi , cioè “di Berardo”. La tradizione vuole che quest’ultimo fosse un nobile ascolano,   fuggito dalla città all’epoca dell’invasione dei Goti. Secondo Balena e Antonio Rodilossi riferiscono di un Abate Berardo che «per conto di Farfa, verso il 1047 cedette al Vescovo di Ascoli la località di confine, di pertinenza dei Benedettini». In entrambi i casi, manca il supporto dei documenti.
Se il nome è memorabile, lo è ancora di più il soprannome con il quale gli abitanti identificano il loro paese: la Troia. Questa curiosa denominazione è legata alla tradizione che vuole la fondazione del borgo legata a misteriosi personaggi, provenienti addirittura dalla mitica Troia. La singolare toponomastica del centro storico richiama, infatti, un legame con la città immortalata dall’Iliade  di Omero: Piazza Priamo, Via d’Anchise, Via d’Enea. Sarebbe stata la passione di un parroco per le letture omeriche a creare la leggenda. In realtà, l’origine del soprannome è più prosaica: deriverebbe dalla voce medievale troio (incrocio di tre vie), a sua volta proveniente dal latino trivium (o dal greco trodion).

Il borgo dal fondovalle del Bretta

La storia. Le origini del borgo rimonterebbero al IX secolo AC, connesse alle migrazioni di popolazioni pelasgiche dell’a rea adriatica che avrebbero risalito la bassa valle del Tronto. Mancano documenti che permettano di definire con certezza la data di fondazione del centro; è ragionevole, però, proporre un’origine risalente ai secoli IV-V, al  l’epoca delle invasioni barbariche: per sottrarsi ai disastri, la popolazione si sarebbe rifugiata in luoghi impervi e avrebbe fondato i primi nuclei abitati, tra i quali Ripaberarda.
Nel Medioevo, il castello faceva parte integrante delle difese della città picena: da documenti risalenti al 1298 (Quinternone del Comune di Ascoli), si apprende che venne accordata la cittadinanza ascolana ad alcuni abitanti del castello. La memoria di tale legame viene conservata nel corteo della rievocazione storica della Quintana di Ascoli, dove i figuranti di Ripaberarda sfilano, con i colori oro e nero, tra i nove castelli vassalli della città. All’inizio del ‘500 il castello subì una rovinosa frana per l’erosione dei terreni argillosi: furono distrutti le case, il convento e la chiesa benedettina, dedicata al patrono Sant’Egidio.

L’alta torre campanaria di Ripaberarda; la piramide sommitale della cuspide culmina con una sfera metallica sormontata da una croce. Purtroppo, le scosse telluriche hanno gravemente danneggiato i pinnacoli della torre, come si vede nella seconda immagine

La porta castellana e la cinta muraria. Il paese era una rocca di confine; sono ancora visibili la porta castellana e il locale annesso, denominato in dialetto la vodda (la volta) per le sue caratteristiche costruttive, e i resti delle ben restaurate mura di cinta, in laterizio. Degni di nota la torre rompitratta e il bastione occidentale, con un poderoso barbacane (rinforzo a scarpa). A lato dello slargo davanti alla rampa d’ac cesso al castello (planum portae ) e addossata alle mura castellane, si trova l’antichissima fonte, conosciuta come Fonte Troiana (o  Fontriana) e tuttora attiva.
La chiesa parrocchiale di Sant’Egidio. L’edificio religioso, dedicato a Sant’Egidio Abate, protettore della comunità   e venerato anche in zone limitrofe, fu realizzato nel Settecento extra moenia (cioè fuori delle mura castellane), in sostituzione di quella crollata due secoli prima, e rinnovato nel 1928, su disegno dell’ingegner Paoletti; la facciata fu costruita nel 1938. Sotto l’altare maggiore è conservata la stauroteca (il reliquiario) della Croce Santa in argento dorato, magnifica opera di oreficeria ascolana del secolo XV; ha notevole valore, oltre che per la qualità artistica, anche per motivi devozionali: secondo la tradizione, contiene un frammento ligneo della Croce della Passione.   Nella cripta c’è l’altare monumentale di segnato da Lazzaro Giosafatti per la cattedrale di Ascoli Piceno ma donato, in seguito, alla chiesa di Ripaberarda.

La serie di bacini ceramici, monocromi a smalto azzurro, che decorano il prisma ottagonale del campanile di Ripaberarda, supporto della cuspide sommitale; ben visibili le bugne mammellonate sopra gli archetti del coronamento ed elementi in colore sulla punta

Il campanile cinquecentesco. Isolato al centro del paese, si erge lo straordinario campanile, testimone della chiesa di Sant’Egidio, crollata nel secolo XVI per l’erosione del sottostante fosso Macchia. La bellissima torre campanaria fa parte di una serie di campanili realizzati dai maestri lombardi o comacìni (erano i Magistri cummacìni, così chiamati perché lavoravano cum macinis – con le macchine), molto attivi nel Cinquecento, in un periodo di transizione dai modelli gotici a quelli rinascimentali, non ancora completamente affermati, ma che cominciavano a diffondersi in Italia settentrionale.
Molto simili, per caratteri architettonici e stilistici, sono le  torri delle​ cattedrali di Teramo (San Berardo) e di Atri (Santa Maria Assunta) e delle più “vicine” chiese di Campli (Santa Maria in Platea) e Corropoli (Sant’Agnese). Le torri delle chiese abruzzesi citate vengono definite “i quattro campanili fratelli”; quello di Ripaberarda può essere considerato il “quinto fratello”, per la somiglianza con i precedenti.
Il disegno dell’opera si deve, probabilmente, ad Antonio da Lodi che sfruttò una preesistente, elevata torre di avvistamento (la costruzione misura circa 50 metri di altezza, oggettivamente eccessiva per il campanile di una chiesa). Quella di Ripaberarda era una torre di massimo avvistamento, una turris speculatrix che aveva, in origine, finalità di controllo del territorio e la struttura “chiusa” (quasi senza aperture), tipica delle torri difensive.

sinistra, la torretta ottagonale e la cuspide apicale del campanile di Atri. A destra, la parte sommitale del campanile della chiesa di Sant’Agnese a Corropoli: evidente la somiglianza strutturale e stilistica con quello di Ripaberarda

Il Maestro, arrivato in Abruzzo dopo il devastante terremoto del 1456, cambiò il modo di erigere i campanili che diventarono strutture eleganti e slanciate. Alle torri campanarie Antonio da Lodi aggiunse una “sua” edificazione tipica: una torretta poligonale in laterizio, decorata da maioliche policrome (tazze invetriate) e terminante con una cuspide. Ignazio Carlo Gavini, nella sua Storia dell’Architettura in Abruzzo (1927), individua questa caratteristica saliente dell’opera del maestro lombardo, oltre all’utilizzo del laterizio. Scrive infatti che «… al posto del tetto una terrazza e, sopra, un ultimo ordine a sezione ottagonale e copertura piramidale, dovevano aggiungere al torrione l’aspetto slanciato ed elegante dei campanili nordici».  Questa tipologia diventò un modello da imitare, soprattutto in Abruzzo: tra i diversi campanili di “Scuola Atriana”, quelli di Sant’Agostino ad Atri, di Santa Maria del Piano a Loreto Aprutino e di San Giustino, chiesa cattedrale di Chieti.

Atri. Le torri “gemelle” del Duomo e di Sant’Agostino

La costruzione del campanile della chiesa di Sant’Egidio iniziò nel 1518 e continuò fino al 1541; fu interrotta e riprese in via definitiva dopo circa vent’anni (nel 1549 era in costruzione il tamburo cuspidato). La punta culmina con una sfera di bronzo sormontata da una croce, simbolo dell’universalità della religione cristiana.
La Torre è stata gravemente danneggiata dal terremoto del 2016 e dalle scosse successive. È in progetto, dopo la   “messa in sicurezza”, il suo ripristino; la struttura stessa del manufatto e l’instabilità del terreno su cui poggia   hanno costretto (e costringono) a continui, delicati interventi di consolidamento e restauro.
Nelle foto è possibile apprezzare l’eleganza della struttura e la splendida parte apicale della torre, decorata sul fusto da quattro pinnacoli angolari (che completano la verticalità delle lesène) e sugli oculi, le cornici di coronamento e tra gli archetti ciechi da scodelle smaltate e da coppe mammellonate di maiolica monocromatica azzurra.

Ripaberarda dai sentieri dell’Ascensione, “sospesa” sui calanchi ​

 

 


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