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«Mi chiamo Andrea, faccio fumetti»
L’omaggio disegnato per Paz

GROTTAMMARE - Un monologo sincero e appassionato per uno dei più grandi fumettisti italiani, Andrea Pazienza. Lo spettacolo scritto da Christian Poli con Andrea Santonastaso per la regia di Nicola Bonazzi è andato in scena al Teatro delle Energie nell'ambito della rassegna "Teatri Invisibili"
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Andrea Pazienza

di Martina Fabiani

«Perché la pazienza ha un limite, Pazienza no». (da Giallo Scolastico)

Andrea Santonastaso, bolognese di nascita, ha solo dieci anni quando avviene il suo primo incontro con il fumettista Andrea Pazienza. Stesso nome, stessa passione. In un’edicola di Bologna il piccolo Andrea rinuncia ad un pacchetto di figurine per acquistare “Alter Alter” dove avrebbe conosciuto “Le straordinarie avventure di Pentothal”.  «Mi chiamo Andrea e faccio l’attore perché è la cosa che più amo fare al mondo. Per fare l’attore ho rinunciato ad un sogno e stasera sono qui per raccontarvi colui che quel sogno l’ha creato, coccolato e poi ucciso».

Andrea Santonastaso sul palco

Inizia così “Mi chiamo Andrea, faccio fumetti”, il monologo interpretato da Andrea Santonastaso e scritto da Christian Poli, andato in scena sabato sera 27 ottobre al Teatro delle Energie per la rassegna “Teatri Invisibili”. Un monologo disegnato, una biografia colorata, un omaggio a uno dei più grandi fumettisti italiani nella terra dove è nato: Andrea Pazienza, in arte “Paz”. Santonastaso è solo sul palco, ha accanto la collezione completa dei fumetti di Paz e dietro una enorme tavola bianca, dove tra una frase e l’altra, disegna, fa schizzi, aiuta lo spettatore a visualizzare e ricordare i ricci di Paz, la paglia sempre accesa che contraddistingue Zanardi, la posizione distesa e sognante di Pentothal e il volto cupo di Pompeo. Ogni tanto qualche intermezzo sonoro accompagna l’attore. Sono brani scelti con cura, brani che fanno tornare indietro nel tempo, ad esempio nella calda Bologna degli anni Settanta. È proprio lì che nascono “Le straordinarie avventure di Pentothal”, che raccontano i sogni e le vicissitudini di un giovane stanco. In quegli anni Bologna è una città impastata di arte, politica, esplorazione sessuale e droga, una città che ribolle dell’energia di una intera gioventù che urla, scalcia e sogna come protesta a una politica corrotta e a una società disgregata da un mondo adulto brutale.

Zanardi

Nelle tavole allucinante, sboccate ed esuberanti di Pentothal ci sono le occupazioni studentesche, le mense universitarie, i concerti, la follia dadaista, ovvero quel «microbo vergine che si insinua negli spazi in cui la ragione non riesce ad entrare». Riferimenti infiniti alla vita di Paz nel ’77 a Bologna e al Dams perché dietro a un ritratto c’è sempre un autoritratto. Filosofia e politica nell’etere si mischiano al vissuto individuale: questo è Pentothal, ritratto spesso in posizione supina mentre sogna, sogna, sogna e poi si sveglia, in costante torsione tra un mondo che scalpita e l’incessabile consapevolezza della solitudine. È per questo che le tavole di Pentothal sono incasinate, disordinate, inondate di pensieri, allucinazioni, visioni, immagini che cadono dall’alto, che rompono l’odine e gli schemi. Pentothal è il manifesto di una generazione e – afferma l’attore – «quella generazione si innamora di Paz». 

Gli ultimi giorni di Pompeo

Santonastaso usa un tono incalzante, concitato, non si ferma mai neanche per respirare. Trasuda la sua passione per Paz, la conoscenza approfondita dell’artista. Andrea parla e interpreta sé stesso, raccontando aneddoti personali e il progressivo innamoramento di Andrea (attore) verso l’Andrea (fumettista). Il linguaggio del monologo è sempre semplice, immediato, diretto e, per questo, efficace.

L’11 marzo del 1977 a Bologna il 24enne militante di Lotta Continua, Francesco Lorusso viene ucciso da un membro delle forze dell’ordine in via Mascarella. Poco dopo i carri armati di Cossiga entrano in via Zamboni per sedare una rivoluzione. Qualcosa cambia in Paz, qualcosa cambia nei suoi personaggi. È con “London Calling” dei The Clash che Santonastaso ci presenta l’anima punk di Zanardi, secondo celebre personaggio di Andrea Pazienza. Impermeabile e naso a becco, Zanardi è ben lontano dalle speranze e dai sogni di Pentothal. Vengono ricordati gli episodi dell’incendio al convento e del recupero dell’agenda di Zanna a casa della preside, sempre in compagnia di Colas e Pietra. Zanardi è malvagio, cinico, violento, cupo ed estremo; è il ritratto della «realtà che ruba la speranza, che brucia la tenerezza», recita l’attore. Paz con Zanardi percepisce e anticipa la natura del nuovo decennio, quegli anni Ottanta all’insegna del consumismo e della vacuità morale. Zanardi si fa portavoce del fallimento di una generazione i cui sogni si sono spenti. Bologna adesso è neutra, anonima, grigia. «Qualcuno ha scelto i soldi, qualcuno ha scelto le armi, in tanti hanno scelto la polvere che tutto lenisce», dice Santonastaso, rallentando il ritmo delle sue parole. È il “freddo” – come scrive Emanuele Trevi nell’introduzione del volume “Tutto Zanardi” – la nuova dimensione estetica e psicologica del personaggio, di Pazienza e di quella nuova contemporaneità. Quel freddo che ormai alberga in un “Cuore di tenebra”. Ma Zanardi (e Pazienza) – come Marlow nel film di Ford Coppola – è ancora abbastanza impavido da non farsi risucchiare e da riuscire a tornare indietro per raccontarlo.

La tela disegnata da Santonastaso durante l’esibizione

Paz si fa, poco o molto non importa. Tutti adesso lo leggono: è una star del fumetto, assume le vesti di una rockstar. Si innamora e poi rimane solo. È ancora giovane e crea una leggenda: Pompeo. Ultimo grande alter-ego dell’artista è un «grido di dolore, poetico come sanno essere solo le cose scritte con il proprio sangue», adesso il tono di Andrea sul palco è lento, quasi solenne. Pompeo è la storia di una caduta verticale, l’accettazione di un vuoto incolmabile e di un “male di vivere”, il diario di un condannato a morte, il cerchio che si chiude. Adesso Bologna è notturna, più asettica che mai.

Le tavole di Pazienza raffigurano il volto cupo di Pompeo accanto a fiumi di parole intrise di citazioni letterarie. Gli ultimi giorni di Pompeo/Andrea sono giorni di rabbia e la rabbia porta droga, che porta morte. Andrea Pazienza muore il 16 giugno del 1988 nelle campagne toscane, a 32 anni e con il cassetto pieno di idee che non vedranno mai la luce. È verso la fine dello spettacolo che Andrea Santonastaso ci tiene a puntualizzare che Paz non è solo un disegnatore, è un artista, colui che ruba un sentimento alla realtà e lo mette su carta con ogni mezzo di cui dispone.

«Mi chiamo Andrea come lui, ma io non sono come lui. Non ti ho raggiunto Paz, non ti raggiungerò mai, però grazie Andrea Pazienza perché ci ho provato, grazie perché ho cambiato il mio sogno, ho fatto l’attore e questa sera ho potuto raccontarti». Termina così il lungo monologo. Brillante, commovente, sincero, genuino, pieno di rispetto e passione verso un artista. Una sala, come sempre, troppo vuota. Ma forse Andrea Pazienza non è per tutti, non se lo meritano tutti.


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