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Oliva ascolana Dop, diffide e denunce
per difendere la qualità e il lavoro

ASCOLI - Il Consorzio di tutela inizia una nuova battaglia. No all'ipotesi Igp perseguita dagli industriali. Presto incontro al Ministero. Non sarà più consentito l'uso di altre denominazioni generiche. Valenti: «Comincia una guerra che non è contro nessuno, ma in difesa di un patrimonio fatto di storia lunga duemila anni, un dono della natura che appartiene esclusivamente al Piceno»
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Ugo Marcelli, Primo Valenti, Micaela Girardi, Isabella Mandozzi

di Franco De Marco

Ora basta. Nessuno, in commercio, potrà più usare la dicitura oliva ascolana, oliva all’ascolana o altra denominazione  con le parole Ascoli o Piceno in abbinamento al sostantivo oliva. E’ autorizzata, sempre in commercio naturalmente, solo la denominazione Oliva ascolana del Piceno Dop legata indissolubilmente al prodotto riconosciuto dal Consorzio di tutela e valorizzazione delegato dal Ministero delle politiche agricole. Coloro che non rispetteranno questo divieto verrà perseguito dal punto di vista giuridico con diffide, denunce, richiesta di risarcimento danni, eccetera. Insomma comincia davvero la “guerra” che, come afferma però il presidente del Consorzio Primo Valenti, «non è contro nessuno ma in difesa di un patrimonio fatto di storia lunga duemila anni, un dono della natura, che appartiene esclusivamente al Piceno».

Questa mattina, nella sala riunioni della Libreria Rinascita, Primo Valenti, affiancato dagli altri componenti del direttivo ndel Consorzio, Ugo Marcelli (che è anche presidente della Cia Ascoli Fermo) e Isabella Mandozzi, e dall’avvocato del Consorzio Micaela Girardi, ha illustrato pubblicamente le decisioni assunte dall’assembla degli iscritti al Consorzio. Si è trattato di un vero e proprio “manifesto in difesa dell’oliva tenera ascolana”.

Sulle possibili azioni giudiziarie in arrivo, però, Primo Valenti non  è entrato nel dettaglio. «A breve – ha dichiarato – avremo un incontro con il Ministero delle politiche agricole e vedremo quali saranno le strategie più opportune, e quali interventi potranno essere effettuati, attraverso un’azione combinata». La palla in realtà passa soprattutto al Ministero. Si prifila comunque un’azione molto vasta. A livello planetario.

Oggi in una infinità di esercizi, in tutto il mondo, vengono vendute le presunte olive ascolane fatte spesso con ingredienti di scarsissima qualità. Questo non sarà più possibile. O meglio potranno essere vendute, come detto, solo come anonime olive farcite. Oggi anche il colosso mondiale Mc Donald’s vende le olive ascolane. «Non possiamo tacere – ricorda Primo Valenti – del fatto che la più nota catena mondiale di fast food introduce nel suo menù l’oliva all’ascolana. Questo fatto rappresenta un aggravamento del tentativo di far perdere alla nostra Dop la sua reputazione».

Francesco Lucidi

Il Consorzio di tutela  si pronuncia ufficialmente anche contro l’ipotesi di una Igp legata all’oliva ascolana perseguita dagli industriali del settore che hanno anche costituito un proprio consorzio entrato nel mirino dei “doppisti”. Questi industriali si sono rivolti in passato anche al Tar del Lazio e al Consiglio di Stato per contestare la legittimità della tutela della Dop ma i ricorsi sono stati respinti.

L’assemblea del Consorzio di tutela ha approvato un’azione rigorosa in base a sei punti programmatici: «1) Ci si prefigge l’obiettivo che il prodotto generico sia chiamato commercialmente oliva ripiena/farcita senza riferimenti geografici né ad Ascoli né al Piceno, 2) La varietà di olivo (cultivar) “ascolana tenera” deve essere valorizzata quale materia prima della Dop, già riconosciuta dal 2005, la cui produzione deve essere incrementata e deve esserci una convinzione compatta della politica che oggi purtroppo manca, 3) La tutela della reputazione della denominazione protetta è urgente perchè funzionale allo sviluppo del prodotto Dop; 4) La proposta della Igp è una grave minaccia alla stessa esistenza della Dop per il rischio di confusione nel consumatore e per la conseguente perdita di valore della reputazione del prodotto Dop. Solo la Dop, legata agli olivi dell’area descritta nel disciplinare, non è e non sarà mai “delocalizzabile”,  5) Le scelte e le decisioni tecniche sui metodi per perseguire la tutela della denominazione verranno valutati seguendo le indicazioni del Ministero che ha delegato l’incarico di tutela al Consorzio, 6) Il Consorzio intende svolgere con pienezza e fino in fondo l’incarico ricevuto e deve farsi carico di spiegare all’opinione pubblica, alle istituzioni e a tutti i portatori di interesse la reale situazione attuale e il percorso costruttivo e dialogante che  intende perseguire».

Ha dato il suo pieno appoggio all’azione del Consorzio il dr Francesco Lucidi padrino della Dop, quello che a Bruxelles aprì la strada al riconoscimento. Primo Valenti ha spiegato in maniera chiara e dettagliata la posizione del Consorzio di tutela. «L’uso del nome geografico è un “vantaggio competitivo” – ha affermato – nelle produzioni agricole e alimentari perchè evoca fattori ambientali, storici e culturali che traggono la loro forza distintiva dal territorio e valgono a caratterizzare ciò che vi si produce come del tutto peculiare nel suo genere. L’Unione Europea ha riconosciuto ai prodotti agricoli e alimentari un valore immateriale espresso dalla reputazione da essi acquisita presso il pubblico e che affonda le proprie radici in una comunità che ha saputo valorizzare nel tempo le caratteristiche di un luogo offrendo un prodotto assolutamente originale in relazione al particolare combinarsi di fattori umani o naturali o ad un elemento di qualità dipendente dall’origine geografica o dai metodi di produzione tramandati dalle comunità locali. La prima disciplina si è avuta in tal senso con il Regolamento Ue 2081-1992 che ha introdotto una disciplina uniforme per gli imprenditori agricoli della Ue interessati a competere sul mercato dei prodotti agricoli di qualità. Poi è stato emanato il Reg. 510/2006 che ha accentuato il ruolo dell’imprenditore agricolo come promotore delle bellezze territoriali nonché di garante della salubrità ambientale. Da ultimo con il Regolamento sui regimi di qualità – 1151/2012 – si è esplicitato il netto sostegno alla produzione agroalimentare di qualità quale espressione delle competenze e della determinazione degli agricoltori e produttori della Ue che hanno saputo preservare le tradizioni».

«In sostanza – ha continuato Primo Valenti – da una prima fase legata alla remunerazione economica dei produttori con la protezione dei nomi geografici, si è passati ad una successiva fase di raggiunta consapevolezza della “dimensione sociale della qualità” ossia della sua naturale vocazione a soddisfare esigenze nuove ed immateriali dei consumatori, fino alla più recente normativa che esalta le finalità pubblicistiche dei regimi di qualità. Nel caso delle Dop viene riconosciuta ad una intera comunità territoriale l’esclusività del diritto di utilizzo del nome registrato in favore di soggetti che operino nell’area geografica assoggettata giuridicamente al nome in questione e che rispettino il disciplinare ossia la regola produttiva storica. Alla iniziale funzione di migliorare il reddito delle popolazioni rurali di aree disagiate dell’Unione, si è sostituita la funzione di custodire e continuare ad esprimere l’identità culturale delle “comunità” formatesi nei secoli anche grazie alla aggregazione intorno alla produzione e al consumo di questi prodotti».

E ancora: «Le denominazioni geografiche sono divenute un “fatto sociale” e al diritto di esclusiva sull’uso dei nomi si è affiancato e poi si è sostituito il loro rilievo pubblicistico. La qualità e la varietà della produzione agricola da punto di forza sul piano della competitività della Ue diventa parte integrante del suo patrimonio culturale e gastronomico grazie alle competenze e alla determinazione degli agricoltori che hanno saputo preservare le tradizioni pur tenendo conto delle evoluzioni. Dalla connessione territorio-tradizioni-capacità produttiva e distinzione sul mercato dipende la sopravvivenza di comunità che sono espressione della storia e della identità dei Paesi membri. Recente esempio della dimensione culturale di beni di consumo la si trova nel riconoscimento da parte dell’Unesco alla area Langhe Roero Monferrato quale patrimonio dell’umanità per il paesaggio vitivinicolo. La varietà di olivo (cultivar) ascolana tenera reca il richiamo alla città di Ascoli nel nome. Sulla base di questo nesso agronomico geografico è nata la preparazione dell’oliva farcita valorizzata in modo sapiente dalle comunità locali per secoli.

A questa originale produzione nel 2005 è stato attribuito, con pieno merito, il riconoscimento della Denominazione di Origine Protetta. Nonostante gli ostacoli frapposti da chi ha “opinioni diverse”, in questi anni si è fatta molta esperienza. Il trend degli ultimi due anni ha visto accresciuta la produzione. L’incarico ministeriale al nuovo Consorzio è pervenuto nel marzo 2018. Seppure siano proseguiti ricorsi e querele contro i produttori di Dop e il Consorzio stesso, sono stati volutamente evitati clamori e polemiche e si è affrontata la difesa nel merito trovando ragione nei giudizi sino ad ora subìti».

«Questa Dop – ha sempre affermato Primo Valenti –  ha oggettive potenzialità di generare benessere diffuso per la comunità picena non concentrato nelle mani di pochi. Lo abbiamo compreso dalle tante piante di “ascolana tenera” abbandonate, non coltivate ed anche non certificate come Dop, solo per assenza di motivazione e fiducia nel fare squadra e nel fare filiera. Molti posti di lavoro si possono creare con il recupero a coltivazione di tanti appezzamenti non coltivati. Ulteriori se ne possono creare con le cooperative di servizi che sono necessarie per assistere chi voglia impiantare un uliveto di ascolana tenera certificarlo come Dop e coltivarlo per trarne la giusta remunerazione anche a beneficio della gestione idrogeologica dei suoli. Altri posti di lavoro si possono creare dal turismo, in particolare quello esperienziale, cioè motivato dal voler vedere e capire come si arriva ad avere l’oliva farcita Dop conoscendo tutta la filiera e il territorio nel quale i consorziati operano. La materia prima per tenere in vita questa Dop già c’è, ma possiamo dire con onestà che nel breve periodo si potrà e si dovrà avere una disponibilità assai maggiore. I produttori di qualità dell’area possono essere da noi rassicurati nel senso che, se facciamo squadra,  il Consorzio favorirà il reperimento della materia prima in quantità più che sufficiente affinchè tutti loro possano avvalersi del marchio collettivo Dop. La realtà attuale del 2018 è caratterizzata da un quadro sociale, culturale e normativo che abbiamo visto essersi evoluto rispetto al 2005 quando è stato pubblicato nella Gazzetta Ue il riconoscimento Dop. Ma la tutela della reputazione della denominazione non è più rinviabile. La necessità e il dovere di svolgere il ruolo che questo Consorzio ha dal marzo 2018 è adesso “vitale”: se oggi non venisse difesa e valorizzata la denominazione protetta, vi sarebbe il concreto rischio che si disperda questo notevole patrimonio di storia e di cultura che può darci sviluppo per il futuro. Quando è stata riconosciuta dalla Ue questa Dop non furono presentate “opposizioni”. Il Consorzio ritiene che si debba ripartire dalla condivisione e dal sostegno in favore dello sviluppo».

Valenti, Girardi e Mandozzi

Ha concluso Primo Valenti: «Si evincono in sintesi i seguenti punti critici: a livello agricolo la coltura sta perdendo la sua identità, a livello agronomico vi è assenza quasi totale di ricerca per definire metodi e criteri colturali aggiornati al progresso scientifico e tecnico raggiunto nei vari campi che investono la produzione agricola,  a livello genetico nulla si fa per stabilizzare e lussureggiare alcune caratteristiche peculiari della cultivar e ricercare i cloni più adatti alle varie realtà microclimatiche del suo habitat, a livello di mercato nessuna concreta difesa viene operata per salvaguardare, con norme precise, la specificità della varietà distinguendola da altre importate di qualità e valore inferiore. In pratica vi è moltissimo da fare, anzi tutto, affinché una ricchezza che la natura e la storia hanno regalato al territorio piceno non vada persa per mancanza di iniziative da parte di quanti sono preposti alla sua gestione amministrativa e politica».


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