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Rifiuti, l’ennesima ordinanza
per un territorio che non sa uscire
dalla fase di emergenza

ASCOLI - L'ennesimo provvedimento del presidente della Provincia riapre ancora una volta il caso dello smaltimento dell'immondizia costretta a peregrinare in giro per le Marche o in siti già esauriti da tempo, mentre si cerca la soluzione per il futuro
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L’area della discarica di Relluce

di Claudio Felicetti

Gestione rifiuti, indietro tutta. L’ennesima, prevedibile, dannosa e perdurante emergenza demolisce quel poco che rimane del sistema e spazza via consolidate certezze in tema di pianificazione. Un arretramento culturale, prima ancora che gestionale, da lasciare sbigottiti. Il rispetto dell’ambiente e la corretta e virtuosa gestione dei rifiuti sono barattati sempre più con l’esigenza impellente di sbarazzarsi in qualche modo dei rifiuti, in qualsiasi buca, anche a costo di portarli in capo al mondo, in un’emergenza perpetua forse voluta. Senza dimenticare l’aggravio dei costi, che si scarica tutto sui cittadini. Relluce (che risulta ancora ufficialmente “il sito tecnologico strategico per il territorio”) è il male assoluto, meglio portarli il più lontano possibile, costi quel che costi. Ecco allora il grande tour dei rifiuti: Corinaldo, Macerata, Fermo, Torre San Patrizio e poi chissà dove. Oppure le proposte in libertà: recuperiamo i volumi delle vasche piene di Relluce e Geta, portiamoli all’estero, facciamo delle microdiscariche, infine una bella sinergia (?) con Fermo e Macerata. Un delirio senza fine. Un girone infernale senza speranza. 

Sergio Fabiani (Foto Andrea Vagnoni)

Eppure, oltre ai capisaldi della normativa europea e nazionale (riduzione delle quantità di rifiuti, riutilizzo, riciclaggio e recupero dell’energia), alcuni concetti basilari della pianificazione regionale e provinciale sembravano scolpiti nella roccia. Vale la pena ricordarli. 1) rifiuti da trattare e smaltire in impianti prossimi ai luoghi di produzione; 2) quindi, riduzione della movimentazione dei rifiuti per evitare inquinamento, aumento dei costi e possibili illegalità; 3) una sola discarica per ogni ambito; 4) conferimento preferibilmente negli impianti di proprietà pubblica; 5) utilizzo, per quanto possibile, di siti comprensoriali già ‘compromessi’ dal punto di vista ambientale prima di individuarne altri; 6) deroghe limitate ai casi eccezionali.

Invece, con la scusa dell’emergenza perenne, sono saltati tutti gli schemi. Assistiamo da anni a decisioni incredibili, sempre in deroga, che comportano salassi in termini economici e producono inquinamento. E, visto che parliamo di un settore dove si fanno affari colossali, ci si chiede anche se questa situazione di caos persistente possa favorire qualcuno.

Ma come siamo arrivati a questa drammatica e vergognosa situazione, se solo nel 1995 eravamo con Fermo gli unici due territori della regione ad avere, nei rispettivi siti, discarica, impianti gemelli di trattamento e compostaggio? Per un decennio, grazie al vantaggio iniziale, tutto è filato abbastanza liscio, anche se la mancata istituzione dell’Ata (Assemblea territoriale d’ambito) ha penalizzato, in termini economici e decisionali, i Comuni che conferivano nella discarica di Relluce. L’Arengo, proprietario del sito, prima ha ingrassato i propri bilanci con i proventi dello smaltimento (giustificandoli con gli esborsi per gli onerosi costi di gestione e di investimento per migliorare gli impianti), poi ha osteggiato l’istituzione dell’Ata.

Guido Castelli (Foto Andrea Vagnoni)

Una volta completate le vasche disponibili, e in assenza di alternative, si è arrivati a dover realizzare gli ampliamenti. A quel punto sono cominciati i guai, perché i sindaci di Appignano e Castel di Lama hanno iniziato una dura battaglia (anche di contrapposizione politica) per la chiusura, mentre gli altri Comuni hanno preteso (giustamente) di poter decidere su costi e tariffe di smaltimento. Con l’arrivo del presidente Paolo D’Erasmo in Provincia e la costituzione dell’Ata, è proseguito il braccio di ferro con il sindaco di Ascoli Guido Castelli (cominciato con Piero Celani sindaco e Massimo Rossi presidente). Ne è seguita una guerra a suon di carte bollate e ricorsi incrociati al Tar che hanno portato il sistema alla paralisi totale. Di qui l’emergenza continua e il pellegrinaggio nei vari impianti, con inevitabile aumento di costi per i bilanci comunali e le tasche dei cittadini.  

Si poteva evitare di arrivare a questa situazione di emergenza cronica? Certo, bastavano buon senso e programmazione. Ma la voglia di arrivare a uno scontro politico (Palazzo San Filippo contro Arengo, centrosinistra contro centrodestra e chissà cos’altro) ha prevalso su tutto. Alla fine, tutti sconfitti: i protagonisti politici, i sindaci, e purtroppo anche l’ambiente e i cittadini incolpevoli.  

Sarebbe bastato, a suo tempo, un ampliamento a Relluce, con la realizzazione di una nuova vasca, di dimensioni minime e con i requisiti della certificazione ambientale europea, in attesa dell’imminente nuovo piano d’ambito promesso da D’Erasmo. Questa scelta a prescindere dai sacrosanti controlli che Provincia e Arpam devono rigorosamente effettuare su tutti i siti di smaltimento di rifiuti, pubblici e privati, compresi quelli dismessi. 

Così non è stato, e ora si cercano soluzioni miracolose o strampalate. «La Regione ha avviato un tavolo tecnico con le Province di Macerata, Fermo e Ascoli -hanno annunciato prima D’Erasmo e ora il nuovo presidente Sergio Fabiani- per definire possibili sinergie con le tre Ata volte a costruire un percorso condiviso di integrazione tra i Piani d’Ambito delle tre province denominate Marche Sud». Questo fa pensare a uno stravolgimento della pianificazione regionale (un ambito solo a sud?), con possibilità, in caso di emergenza cronica come la nostra, di utilizzare senza deroghe i siti disponibili per ulteriori abbancamenti. Insomma, peggio la pezza del buco. Resta il fatto che anche con l’integrazione continueremo a peregrinare per la regione con i nostri camion puzzolenti. Basti solo ricordare che ogni giorno oltre dieci mezzi, con un carico di 120 quintali di rifiuti ciascuno, partono da Relluce per portare i rifiuti nella discarica di turno, magari a 100 km da Ascoli, per poi tornare. Un viaggio di un camion costa circa 500 euro al giorno, senza dimenticare gli oneri maggiorati per l’uso della discarica non nostra.

Intanto, si pensa di recuperare i volumi delle vecchie vasche di Relluce e Geta, tra le energiche proteste di comitati ambientalisti e popolazioni, poi si vedrà.  Non si vuole più conferire a Relluce, per scelta o per problemi ambientali? Ricordiamoci però che i rifiuti vanno sempre trattati prima (anche perché si paga un tributo per i sovvalli che finiscono in discarica), e quindi occorre passare sempre da Relluce (finché non si cambiano sistema e sito) perché lì sono ubicati gli impianti di selezione, trattamento e compostaggio. Nel frattempo, i sindaci dell’Ata devono approvare immediatamente (oggi è già domani) il nuovo piano con previsione di una nuova discarica. Pensare di portare la differenziata a percentuali altissime, conferendo solo pochi residui in una microdiscarica, è ancora utopia. Basta vedere quello che viene buttato ancora nei cassonetti e quanto spende la maggior parte dei nostri Comuni per migliorare e controllare la differenziata. Per qualche anno ancora (previsione ottimistica) serve una nuova discarica territoriale, forse di piccole dimensioni, in cui buttare i sovvalli. Dove realizzarla? Qui viene il bello. Nel luglio 2018 la Provincia ha approvato uno studio sulla “Individuazione delle zone idonee e non idonee alla localizzazione degli impianti di smaltimento dei rifiuti”. Spetta ora all’Ata, cioè ai 33 sindaci, decidere dove fare una nuova discarica. Auguri.

 

Fabiani ha firmato il decreto: i rifiuti tornano nel Piceno


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