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L’abbazia di Valledacqua,
un’oasi di spiritualità sull’Appennino

ACQUASANTA TERME - Tra le colline a ridosso dell’abitato di Paggese c'è un paradiso di silenzio e natura. Vi opera un numero ridotto di religiosi della Fraternità di San Bonifacio, le cui funzioni attirano numerosi fedeli. L'ultimo restauro risale al 2002 ma la storia dice che l’origine e il primo sviluppo, che si fanno risalire al secolo X, sono ancora incerti. Il turismo esperenziale può dare una mano alle aree interne danneggiate dal sisma
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L’abbazia di San Benedetto in Valledacqua inserita in un magnifico contesto appenninico

di Gabriele Vecchioni

(foto di Fraternità San Bonifacio, Claudio Ricci e Gabriele Vecchioni)

Tra le colline a ridosso dell’abitato di Paggese di Acquasanta Terme sorge l’Abbazia di San Benedetto in Valledacqua, vicino alla zona di confine tra il Parco Nazionale del Gran Sasso-Monti della Laga e quello dei Monti Sibillini. Il nome deriva probabilmente dal toponimo romano ad aquas riferito all’attuale centro di Santa Maria di Acquasanta, ultima statio della Via Salaria (secondo la Tabula Peutigeriana) prima di arrivare ad Asculum.

Castel di Luco (raro esempio italiano di castello a pianta circolare, di impianto medievale) e, a destra, l’abitato di Paggese dal sentiero che conduce all’abbazia (la foto è antecedente al sisma del 2016)

Nel periodo altomedievale il territorio dell’Acquasantano fu pervaso profondamente dal Cristianesimo. Dopo il dominio dei pagani e ariani longobardi, furono i monaci benedettini a occupare il terri­torio, con la costruzione delle loro abbazie, centri di preghiera e di lavoro ma anche di controllo sociale e amministrativo.
Nel 1889, la guida della provincia ascolana della Sezione picena del Cai così presentava la figura del fondatore dell’Ordine benedettino: «Dalla sabina necnon habitata pruinis Nursia (Silio It.) discese nell’Italia inselvati­chita la grande figura di S. Benedetto, anima romana, e contro la barbarie istituì l’ordine dei fratelli agricoltori. Egli redense le terre d’Italia […]».

Lungo il sentiero, porta aperta sui Sibillini

In un recente volume (“Il filo infinito”, 2019), il noto giornalista Paolo Rumiz, attento frequentatore delle aree appenniniche, ha descritto la rete europea di monasteri benedettini che, dopo il dissol­vimento dell’Impero Romano e la calata degli invasori barbari, permise la rinascita sociale ed economica dell’Occidente (per Benedetto da Norcia il monastero era un bastione di difesa dal caos). In un precedente articolo, era stata citata proprio questa fitta maglia creata dai Benedettini sul territorio («Nel 1300 contavano circa 36 000 tra abbazie e prio­rie, Umberto Picciafuoco, 1995»).
Si dice che “i monaci hanno fatto l’Europa” grazie alla loro azione di conservazione e diffusione del sapere, ma occorre ricordare che, fondamentalmente, la loro era ed è un’avventura interiore, la ricerca dell’assoluto. La spinta propulsiva era legata sempre all’aspetto religioso, come ricordava, nella prefazione del volume che celebrava il restauro dell’Abbazia (2009), Silvano Montevecchi, allora vescovo di Ascoli: «Penso al monachesimo benedettino nello sbandamento politico e sociale del V secolo in Europa e in Occidente […] i monasteri hanno salvaguardato la comunità cristiana ridandole vitalità e ragioni di vita».

Arrivo al complesso monastico. Sullo sfondo, la Foresteria, ripristinata da una costruzione rurale

Il monastero di Valledacqua sicuramente fece parte delle strutture di presidio territoriale e partecipò, nell’ambito delle sue competenze, alla ripresa delle attività umane, contribuendo al benessere della popolazione.
Il restauro conservativo e il consolidamento statico dell’Abbazia e della foresteria (che era stata trasformata in casa colonica) hanno dato nuova vita alla struttura, restituendo ai fedeli (ma non solo a loro) un edificio assai significativo per il territorio e la popolazione, per­mettendo «di ritrovare un luogo dello spirito e di preghiera e di recuperare un bene culturale e un paesaggio da decenni giacente in un grave stato di abbandono e di degrado». Il restauro ha sanato i danni del terremoto (quello del 1997) e «ha ricostituito il carattere di unitarietà paesaggistica e ambientale del luogo». Un altro terremoto (quello del 2016-17) ha danneggiato di nuovo l’edificio che ora è agibile, anche se parzialmente “ingabbiato” nelle strutture che lo hanno messo in sicurezza. Le chiavi di sostegno presenti nelle costruzioni annesse all’edificio abbaziale le hanno salvate da ulteriori danni; là dove non sono state utilizzate, le lesioni sono gravi.

Le condizioni attuali dell’abbazia, messa in sicurezza. A sinistra della chiesa, il corpo più antico del monastero; sul lato opposto, quella più recente (spiegazione nel testo). A destra, la struttura della moderna Foresteria

Le vicende storiche de «l’antico centro monastico di San Benedetto in Valledacqua che sorge appartato in uno scenografico ambiente» sono state ricostruite da Gagliardi e Santoni nel già citato volume edito per celebrare l’avvenuto restauro, dopo il lungo abbandono e il terremoto del 1997.
L’origine e il primo sviluppo della prepositura di San Benedetto di Villa Valle d’Acqua sono ancora “avvolti nelle tenebre”, «mancando la carta di fondazione e testimonianze documentarie e letterarie attendibili». Il Marcucci (e altri dopo di lui), interpretando brani del Regesto di Farfa, pone la data di fondazione alla fine del secolo X, per opera di Adamo, vescovo di Ascoli e abate di Farfa, fondatore del borgo di Montadamo, alle falde del Monte dell’Ascensione, a nord della città («Il Vescovo [di Ascoli] fabricar fece […] in contrada di parasole (oggi Val d’Acqua) il Monastero colla Chiesa di S. Benedetto […]»).

Un escursionista entra nella chiesa (la foto è antecedente al sisma del 2016)

Notizie certe risalgono alla fine del Trecento e riguardano complesse vicende di juspatronato, legate al monastero farfense competente, quello di San Lorenzo di Rotella. L’abbazia reatina (Farfa) mantenne il diritto di accettazione del Rettore della chiesa di Valledacqua fino al 1747, quando Papa Benedetto XIV Lambertini pose la stessa sotto la giurisdizione del vescovo di Ascoli Piceno. L’intricata vicenda delle attribuzioni e la stessa localizzazione della chiesa sono state analizzate nel volume citato in precedenza, al quale si rimanda. La mancanza di un archivio del­l’abbazia e la non facile ricerca documentaria, brillantemente risolta dai due autori, aveva provocato qualche equivoco.

Lato sud del monastero e abside

Nel secolo XV la chiesa subì interventi di restauro e l’interno venne affrescato con diverse opere, frammenti delle quali sono ancora rintracciabili. Nel Cinquecento iniziò il declino di Valledacqua, sia dal punto di vista materiale (per l’edificio) sia da quello organizzativo. Le ricorrenti epidemie, le carestie, la morte e il trasferimento di parrocchiani nella vicina e più “comoda” Ascoli causarono un «brusco ridimensionamento demografico e socio-economico che condizionò negativamente anche la vita della prepositura di San Benedetto […]».
Nella sua visita pastorale (1573), il vescovo Maremonti testimoniò la situazione di deterio­ramento dell’edificio, annotando, oltre alla ridotta presenza umana, che «l’edificio di culto sembra più una stalla che una chiesa per le condizioni di estremo degrado del tetto, del pavimento e delle pareti».
La situazione della «Chiesa Parrocchiale di San Benedetto» peggiorò, nonostante l’impe­gno della famiglia Sgariglia, che aveva lo juspatronato. Dai resoconti risulta che, ancora nel 1797, la chiesa aveva una certa dotazione: tra l’altro, diversi reliquiari (tra i quali uno in legno dorato con dentro il «Legno della Santissima Croce» e diversi (22) «pezzi di terra».

Il complesso ripreso dall’orto dei monaci. In primo piano, la parte più antica

Oltre all’incuria, San Benedetto subì nuovi “affronti” (e furti) da parte delle truppe del famigerato generale piemontese Pinelli, in lotta contro i briganti legittimisti dell’Acquasantano e dalla natura (nel 1858 una frana causò l’allagamento dell’edificio per lo straripamento del vicino fosso). L’atto conclusivo si ebbe a fine secolo, con la dichiarazione di inagibilità e la chiusura al culto dell’edificio sacro. A inizio ‘900, nella chiesa ancora c’erano quadri a soggetto religioso, statue sacre e altro materiale. Alla fine del secolo, l’abbazia e gli edifici annessi erano diventati ruderi, anche per il “colpo di grazia” del terremoto del 1997: una misera fine per una chiesa che aveva vissuto tempi migliori.

Monaci in raccoglimento all’interno della chiesa

All’inizio del Terzo Millennio, la svolta: un restauro ha dato nuova dignità all’antico cenobio benedettino, reso di nuovo funzionale e affidato a una comunità di monache camaldolesi; attualmente esso è assegnato alla Fraternità di San Bonifacio che cerca di rivitalizzarlo, con una presenza costante.
L’abbazia. L’edificio chiesastico presenta una sola navata con l’abside circolare orientato a est e la facciata a capanna sormontata da un campanile a vela a un solo fornice. L’aula prende luce da strette monofore con arco a sesto pieno, strombate. A settentrione, la parte più antica si innalza per quattro piani; a sud, quella più recente, caratterizzata dal paramento di conci irregolari di travertino, per due.
Il sito di edificazione è situato in un contesto ambientale pieno di fascino, affiancato dalla valletta del Fosso di Luco e circondato da una ricca vegetazione appenninica; è stato sicuramente frequentato fin da epoche protostoriche.

La “Madonna in trono con Bambino e committente” è l’affresco meglio conservato. La figura inginocchiata della committente è in basso a sinistra. A destra, una data sbiadita (1500) ma probabilmente l’affresco è più antico

Prima del restauro, è stato effettuato uno scavo archeologico che ha permesso di individuare i resti di un edificio di culto più antico, con conci affrescati, risalente all’anno Mille; il fatto concorda con la voce che fa risalire la fondazione proprio a quel periodo. Lo scavo ha individuato anche due rari forni di fusione per le campane. È interessante ricordare che la fusione, di solito, avveniva (per ragioni di sicurezza) all’esterno dell’edificio, prima di “chiudere” il tetto, e l’operazione veniva benedetta: era una pratica esorcistica che liberava il metallo (materiale diabolico perché sotterraneo) rendendolo degno di essere utilizzato per un uso così nobile, quello di chiamare a raccolta i fedeli per le celebrazioni sacre.
La situazione attuale. Il restauro recente di San Benedetto in Valledacqua risale al 2002. In quell’occasione, oltre alle murature risanate, fu restituita la speciale atmosfera del luogo, legata alla sua posizione particolare, ideale per chi cerca un’oasi di silenzio. La prima comunità religiosa a insediarsi fu quella costituita da suore camaldolesi, trasferitesi di recente. Attualmente vi opera un numero ridotto di religiosi della Fraternità di San Bonifacio, le cui funzioni attirano, però, numerosi fedeli. Per concludere, una riflessione: quella del turismo esperenziale può essere una delle chiavi per il rilancio del “territorio mutato”, le aree interne danneggiate dal terremoto.

Un monaco si prepara per la cerimonia

Giochi di luce sul pavimento dell’abbazia

Il giardino che circonda la costruzione


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