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Revoca del Cas ad un nonno:
la dimora distrutta non era abituale
Usciva per accudire i nipoti

ARQUATA – Protagonista della vicenda giudiziaria, che vede coinvolto il Comune, è un 81enne chiamato a restituire quasi 30.000 euro di contributo di autonoma sistemazione. La prova addotta dall’accusa sono state le bollette troppo basse nei tre anni prima del sisma del 2016. L’uomo: «Non pensavo di essere prigioniero in casa mia»

Dino Filipponi festeggia i suoi 80 anni con la moglie Franca Michetti

di Maria Nerina Galiè

Prima del terremoto, distinzioni tra dimora stabile, residenza, abitazione principale e prima casa non erano necessarie per dire «questa è casa mia» oppure «io abito lì». E tanto meno, a conforto di tali precisazioni, si dovevano raccontare a tutti usi e abitudini di famiglia.

Per Dino Filipponi, 81 anni, è invece determinante spiegare al giudice che la notte del 24 agosto 2016 non era in vacanza ad Arquata, nella frazione Pescara del Tronto numero 29, dove il terremoto lo ha sorpreso insieme con la moglie Franca Michetti. La posta in gioco è di quasi 30.000 euro, il contributo per l’autonoma sistemazione, che altrimenti dovrà restituire. A richiederglielo, a seguito di un controllo campione che i sindaci sono tenuti a fare, è stato il Comune di Arquata.

Dalle bollette dei consumi energetici relativi ai tre anni antecedenti al sisma, è emerso che questi erano più alti nei mesi estivi e molto bassi, troppo secondo i controllori, per una casa abitata stabilmente da due persone. Da qui, il 6 giugno 2019, l’avvio della revoca del Cas, che comporta anche l’apertura di un procedimento penale per false dichiarazioni, e richiesta di restituzione dell’intera somma percepita, alla quale Filipponi ha reagito con la citazione in giudizio dell’amministrazione comunale, davanti al Tribunale di Ascoli, il successivo agosto, con data dell’udienza fissata per dicembre, poi rinviata a giugno prossimo.

Una vicenda che vede, tra i tanti problemi causati dal terremoto in un’Arquata colpita più di altri Comuni, l’impiego di tempo ed energie, da parte di tutte le persone coinvolte, in una dura battaglia legale a suon di  testimonianze dirette e prove. Si parlerà dei piumini (che non si usano certo in estate) persi tra altre cose nel crollo della casa e di diversi quintali di legname ancora in cantina.  «Filipponi – ha dichiarato il suo avvocato Emanuela Catalini, del Foro di Fermo – non aveva l’allaccio del gas, si scaldava con il camino e la stufa alimentata a legna. Ogni anno ne acquistava almeno 120 quintali. Eppure il Comune ritiene che l’acquisto di legname non è di per sé sufficiente a dimostrare la stabile dimora. Davvero non si comprende quale utilizzo, diverso dal riscaldamento, potesse fare il Filipponi con 120 quintali di legname l’anno».

Macerie nell’Arquatano

Ma soprattutto è toccato, all’indagato e consorte, giustificare i motivi che li tenevano spesso lontano da casa: «Semplicemente andavano a casa della figlia ad accudire i nipoti», ha parlato per loro l’avvocato Catalini. Facevano in sostanza quello che permette a tantissime famiglie di andare avanti: i nonni, indiscutibile colonna portante della società.

«Tutti i giorni, andavano a Pagliare per aiutare la figlia, fermandosi spesso a dormire durante l’inverno per tornare però ad Arquata nei weekend e nei giorni di festa, come hanno confermato diversi testimoni. Alla lunga è faticoso, e può rivelarsi anche rischioso, fare tutti i giorni avanti e indietro. D’estate, terminata la scuola, erano invece i bambini a restare a casa dei nonni». «Ho due figli che oggi hanno 12 e 8 anni. Io e mio marito lavoriamo per la stessa azienda e spesso facciamo anche gli stessi turni. Come potevamo fare senza l’aiuto dei miei genitori?», ha affermato la figlia Elisa Filipponi, «amareggiata e delusa per la vicenda».

«Non pensavo di essere prigioniero in casa mia», ha detto Filipponi confidando il suo sconforto sia al legale che alla figlia.

«Non poteva nemmeno immaginare – ha precisato l’avvocato – che andando tutti i giorni dai nipoti poteva infrangere il concetto di “dimora abituale”. Ed era davvero lontano dalle sue intenzioni rendere una dichiarazione falsa sottoscrivendo la domanda del Cas che tutti i residenti furono chiamati a presentare». «E’evidente – ha aggiunto la Catalini – che non ci troviamo di fronte alla classica situazione di chi fissa la propria residenza in un luogo, fittiziamente, per avere agevolazioni fiscali. Non può esserci altro motivo che abbia indotto un uomo all’età di 70 anni a trasferire la residenza a Pescara del Tronto (lo aveva fatto già dal 2007, ndr), se non quella di andarci a vivere, per trascorrerci la vecchiaia insieme alla moglie. Infatti era lì la notte della scossa. Lui e la moglie sono vivi per miracolo».

«I miei genitori quella notte sono usciti di casa in pigiama e ciabatte. E’ tutto ciò che è rimasto loro, perché hanno perso tutto sotto le macerie», ha ricordato la figlia Elisa.


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