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Piceni nel Mondo: New York in chirurgia con Giuseppe Serena

ASCOLI - Dal Campus Biomedico di Roma, all'Erasmus in Francia, passando per un'esperienza in un ospedale di Brooklyn fino all'attuale Community Hospital di Long Island. Ascolano di Porta Romana: «Della mia città mi mancano il campo d’atletica dove mi allenavo, l’azione cattolica, la messa con i miei genitori, i commenti dei fuochi di Sant’Emidio»
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di Francesca Aquilone

Avete mai sentito l’atmosfera della sala operatoria? Giuseppe Serena, ascolano di Porta Romana, da Roma a New York, ha provato a spiegarci tutte le sensazioni che un chirurgo affronta, e come, una passione così forte come quella per la medicina, debba esser coltivata giorno dopo giorno.

 

Giuseppe, da dove sei partito?

«Medicina è un percorso lungo che ti cresce e ti accompagna. Finite le superiori ho scelto il Campus Biomedico di Roma, ma da subito ho iniziato a fare esperienze all’estero per implementare il mio inglese. Nelle estati del primo e secondo anno, per non spendere in corsi extra scolastici e non gravare sulla mia famiglia, andavo a Folkestone nel Sud dell’Inghilterra come cameriere in un piccolo hotel: quando hai un cuoco croato di due metri che ti guarda in maniera molto aggressiva se non capisci i piatti giusti, stai tranquillo che l’inglese lo impari in fretta!

Il terzo anno sono andato in Erasmus in Francia, con quattro mesi a Lione. Volevo viaggiare verso paesi anglofoni ma nella struttura francese, grazie a due tirocini, ho capito qualcosa di davvero importante».

Cosa?

«Volevo essere in sala operatoria! È qualcosa di inspiegabile, il tempo si ferma, le sensazioni sono uniche e amplificate, in quel momento non contano le situazioni esterne ma devi essere focalizzato solo su quello che fai».

Quando hai iniziato a guarda oltreoceano?

«Al quarto anno sono andato a Los Angeles, alla UCLA e ho frequentato il reparto di trapiantistica di fegato. Tutto ciò è stato possibile sia grazie al campus sia grazie a Roberto Verzaro e altre persone che mi hanno supportato nel mio percorso».

Quali sono le differenze tra il sistema americano e il nostro?

«La medicina americana è diversa da quella italiana, soprattutto per l’educazione. L’educazione italiana universitaria è eccellente, migliore, e si vede anche quando andiamo all’estero: le nostre conoscenze sono maggiori e abbiamo la pelle più dura perché l’ambiente in cui si cresce è “ostile”».

Dalla laurea a New York come hai fatto?

«Quinto e sesto sono anni indaffarati, c’è la laurea, e quando decidi di andare negli States c’è un percorso in 4 step. Un vero incubo con esami pesanti e molti spesso mollano.
Volevo andare in un paese anglofono ma non sono tipo da mezze misure: per essere un chirurgo avevo bisogno della migliore educazione chirurgica, ed era quella americana».

Com’è andata negli States?

«Un ospedale di Brooklyn è stata la mia prima vera esperienza, non paragonabile alle strutture private di eccellenza. Quest’ultime non accettano stranieri. Gli ospedali veri sono pubblici, periferici, i Community Hospital, più duri, ma comunque con un’ottima educazione.

Grazie ad una borsa di studio sono anche stato a Miami per un periodo di ricerca con Gaetano Ciancio, esperto in trapianto di rene, venendo così a contatto con la realtà americo-latina diversa da New York.

Ora sono in chirurgia generale alla NUMC, un Community Hospital di Long Island».

C’è un qualcosa della tua italianità che ti ha contraddistinto nelle tue esperienze estere?

«Se scappi dall’Italia con rammarico cerchi di dimenticarla in tutti i modi e tenti di camuffarti in una cultura che non è la tua. Io sono italiano e lo noto tutti i giorni: ad esempio ho la mia macchina Lavazza a casa e a lavoro e tutti la apprezzano molto. Siamo socievoli, abbiamo una visione a 360 gradi e ci prendiamo quello che vogliamo e questo si nota molto di più in una società come quella americana dove tutti sono imboccati col cucchiaio dorato, nella vita come nella medicina».

Come avete affrontato l’emergenza Covid19?

«L’ospedale dove lavoro è stato colpito pesantemente e tutti siamo stati messi in prima linea in tutti i reparti. Ho avuto un‘esposizione a pazienti che morivano altissima e il nostro ospedale è stato ultra-efficiente nel tutelarci. Ora siamo in ripresa, e lo vedo anche nella mia realtà chirurgica».

Ti manca qualcosa di Ascoli?

«Dell’Italia mi manca tutto non essendo andato via con rammarico. Di Ascoli mi mancano le piccole cose, il campo d’atletica dove mi allenavo, l’azione cattolica, la messa con i miei genitori, i commenti dei fuochi di Sant’Emidio, l’ascolanità vera insomma. So che ora è un periodo di sacrificio dove bisogna investire e voglio vivere senza rimpianti».

Ti senti di ringraziare qualcuno?

«Bisogna vivere in maniera attiva e dare un senso a ciò che c’è stato dato. Ringrazio i miei genitori per tutto il supporto morale ed economico, l’educazione e la preparazione che mi ha dato l’università e tutte le persone che ho incontrato nel mio percorso come Giuseppe Nigri, Francesco Serafini, Roberto Verzaro per permettermi di diventare il chirurgo che voglio essere».

 


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