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L’albergo “Vettore” e la storia di Fausto

UN ROMANO innamorato di Montegallo e del suo albergo simbolo. Le riflessioni e la sua speranza di poter tornare a gestirlo una volta ricostruito dopo i danni causati dal terremoto
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Fausto Monti (a sinistra) il giorno del suo matrimonio con Frances. Al centro il cuoco del ristorante

di Walter Luzi

Il monte Vettore è il re dell’Appennino umbro-marchigiano. L’Albergo “Vettore”, non a caso, porta il suo nome. Dal latino victor, vincitore. O vector, conduttore. L’uno o l’altro fa uguale: parliamo di numeri uno. All’Albergo “Vettore” di Balzo di Montegallo sono indissolubilmente legati nomi e vite di persone che hanno contribuito, con il loro lavoro, a costruirne il mito. Fino al devastante terremoto del 2016.

Ma la nostra storia comincia dieci anni prima. Un autunno, quello del 2006, che segna la svolta nella vita di Fausto Monti. Lui è un trentacinquenne rappresentante di rubinetterie di Pomezia, stufo del suo lavoro e, soprattutto, di capi e padroni. Vuole fare altro, cambiare vita soprattutto. Parlano di questi propositi comuni Fausto e il suo amico Sergio Piciacchia, di Pescara del Tronto, mentre i loro occhi si perdono nei mille colori dell’autunno nel cuore dei Sibillini.

A Montegallo Fausto ci è venuto per assistere alla presentazione di un libro del suo fraterno amico Francesco Eleuteri, che proprio fra questi monti affonda le sue radici e sente battere più forte il suo cuore. E’ Il de bello montegallico scritto insieme ad un altro amico di queste parti, Fabrizio Rossodivita, prematuramente scomparso. Fausto ha condiviso con Francesco, a Pomezia, il percorso scolastico alla Publio Virgilio Marone, e l’adolescenza come attivisti in mille inziative, fra sacro e profano, all’oratorio della chiesa di San Michele Arcangelo. Sono decisi Fausto e Sergio.

«Guarda che luce, che colori, che spettacolo che c’è qui. Ma che ci sto a fare a Roma. Dai, facciamo impresa insieme, compriamo un rudere, lo restauriamo e ci apriamo un bel Bed and Breakfast». E’ deciso. La voce di questo loro proposito giunge ad Emma Rovedi che vuole cedere il suo B&B Villa Emma. E’ una opportunità da cogliere al volo. E’ il novembre del 2006. Si dimettono entrambi dai loro lavori e partono con la nuova attività autogestita di B&B con sette camere, poi anche ristorante. Un anno dopo i due si aggiudicano anche il bando comunale per la gestione del Pub Pineta proprio di fronte al Villa Emma. Che, dopo un bel restyling diventerà ristopub “La tana del brigante”, e fulcro dell’estate montegallese ospitando svariati appuntamenti di musica e cabaret.

Poco dopo nuovo bando vinto a Fonditore, un’altra delle ventitre frazioni del comune di Montegallo. Una ex scuola riattata a sette mini appartamenti arredati diventa il Residence La valle. I due lavorano come matti, ma, soprattutto, si divertono nel fare quello che fanno. Una delle fortune più grandi che ti possano capitare nella vita. L’estate successiva acquisiscono la gestione estiva anche del rifugio di Colle. Una struttura fantastica nel cuore del parco nazionale dei Sibillini gestita dal Comune.

E’ proprio il sindaco Sergio Fabiani, oggi anche alla guida della Provincia di Ascoli, a sollecitarli in questa nuova impresa visti i loro lusinghieri precedenti nel settore. Tutte le loro strutture registrano il sold-out per l’intera estate in quegli anni. Marchigiani e laziali i turisti più affezionati, con anconetani e romani in testa. Dal resto d’Italia solo in agosto, gli stranieri invece solo a maggio. Ascolani zero. Snob con la giustificazione del basso chilometraggio: nooo, troppo vicino alla città, e che ferie sono?

Alla fine del 2008 arriva il salto di qualità. Piergiovanni Rossi, proprietario dell’albergo “Vettore”, edificato a Balzo dalla sua famiglia negli anni Cinquanta e successivamente ampliato, propone loro di rilevarne la gestione. Il Vettore. Il top. Un autentico gioiello incastonato nel verde.

Ma ventotto camere danno un gran bel da fare con la mostruosa serie di adempimenti, tecnici, organizzativi, amministrativi e burocratici correlati. Un grosso impegno ripagato dal prestigio di poter governare una struttura di questo livello. Accettano, ma sono costretti a mollare, via via, le gestioni di tutte le loro altre strutture.

Nel 2010 molla anche Sergio. La coppia vincente si scioglie. Dall’anno precedente al Vettore è approdata anche una scuola privata, Kid’s Word, con insegnanti di madre lingua che organizza campi scuola in inglese per bambini italiani. Sarà la prima di otto edizioni con numeri considerevoli: tre sessioni di ottanta bambini per volta con frequenze di due settimane. Una delle insegnanti inglesi si chiama Frances, ma tutti la chiamano Fran. Diventerà presto la moglie, e la madre dei figli, di Fausto.

Una scuola di Civitanova Marche, il polo liceale Da Vinci, viene a Montegallo per tre anni di fila. Un progetto di accoglienza con full immersion di trentasei ore da settanta studenti alla volta. Un delirio. A ottobre, nuovi pienoni per la raccolta delle castagne. Quindi San Martino con gli assaggi del primo vino novello. Per il Capodanno al Vettore camere esaurite già a fine novembre. In sessanta a pensione completa per il ponte di fine anno, e altrettanti solo per il cenone must. Un vero e proprio evento mondano per molti inverni. Una breve pausa di riposo e puntuale riapertura per le vacanze di Pasqua, quindi i ponti del 25 aprile e del primo maggio. Quando arrivavano puntuali gli stranieri, anche provenienti dal nord Europa. Fedelissimi del Vettore sono anche i gruppi parrocchiali, provenienti persino dalla Puglia. Trekking Italia è arrivata a portare qui fino a centocinquanta persone, con Fausto che deve reperire in zona tutti i posti letto disponibili per soddisfare la richiesta.

La pensione è completa, ma i pranzi degli escursionisti sono ovviamente al sacco. Ciò significa montagne di panini da aprire e farcire con le tante golosità locali per permettere agli ospiti di godersi l’intera giornata sui sentieri a contatto con la natura. Villeggianti di ogni età accomunati dall’amore per questi luoghi, per una montagna ancora in larga parte incontaminata. L’albergo Vettore trampolino verso Castelluccio, Preci, Visso e gli itinerari del turismo religioso: dal santuario del Lambro a quelli di Cascia, Norcia e Loreto fra gli altri. Un gruppo di pensionati di Brindisi sono gli ultimi clienti del Vettore quella notte del 24 agosto 2016.

Buonanotte, buonanotte a tutti. A domani. Mi raccomando, tutti puntuali a colazione, che si parte presto. Evviva. Invece sarà una notte da incubo. Alle tre e mezza tutti fuori in pigiama, avvolti nelle coperte, terrorizzati dalla scossa che segnerà queste zone per sempre. Game over. Un’alba tragica che Fausto non potrà mai dimenticare, seduto per terra, impotente, a ripetersi che è finita un’epoca. «Il lavoro più bello della mia vita nel posto, per me, più bello del mondo – confesserà – e anni di fatiche dissolti nel nulla. Finiva così un sogno meraviglioso. Mentre la gente moriva per davvero nei paesi vicini, io morivo dentro».

Il Vettore verrà dichiarato subito inagibile. Esito “E” scrivono sulla scheda Aedes i tecnici dei Vigili del Fuoco. Uno dei tanti edifici da abbattere e riedificare dalle fondamenta. La demolizione sarà una tristezza in più dove già tutto è triste. L’aspetto positivo invece è che il nuovo “Vettore” che sorgerà, una volta espletato tutto l’iter burocratico e progettuale, sarà dotato di tutte le tecnologie e predisposizioni antisismiche ed energetiche.

«Chissà che non sia la volta buona – auspica fiducioso sempre Fausto – di riuscire, finalmente, a sostituire i bomboloni del gpl con le condotte del metano. Siamo infatti uno dei pochissimi comuni italiani non ancora raggiunto dalla metanizzazione. Una vergogna. Ad Arquata, Roccafluvione, Montemonaco è arrivato. Da noi no».

Ma lui non è certo un vittimista. Anche in tema di lungaggini nella ricostruzione: «Basta piagnistei e lamentele indiscriminate. Diciamo le cose come stanno. Chi si è mosso subito e bene con le richieste e le relative documentazioni in regola, li sta già ultimando i lavori di recupero edilizio o ricostruzione dei propri immobili lesionati dal sisma. Dopo neanche quattro anni, che possono essere considerati un successo visti i tempi medi di queste operazioni nel nostro Paese. E anche del sostegno economico alle imprese credo che nessuno possa lamentarsi. Solo io non ho preso nulla, ma perché ho chiuso subito e sono tornato a Roma per stare con la mia famiglia».

Qui ha aperto una enoteca per tirare avanti, aspettando la ricostruzione del “Vettore”. E sperando di poter riaverne la gestione. Il che non è scontato.

«Il contratto che si è sospeso con il terremoto avrebbe continuato la sua vita naturale solo in caso di ristrutturazione. Ma con la demolizione e rifacimento ex novo il vecchio contratto si estingue. Io sarei fortemente interessato a riprenderlo, ma nulla, a oggi, è certo. Lavorando a pieno regime in pratica solo per sei mesi all’anno fatturavo quasi 200.000 euro. Non è solo per i soldi che vorrei tornare a gestire il “Vettore”, ma, principalmente, per poter tornare a quello stile di vita. Io qui sto sulla Tuscolana, a Cinecittà, il quartiere più popolato d’Europa. Vuoi mettere? A Montegallo ho conservato la residenza e lasciato il cuore. Ci torno tutti i fine settimana anche perché ho appena rinnovato, per altri nove anni, il contratto di gestione della Casetta, un B&B, prima della pandemia, di quindici posti letto».

Ma per un rilancio davvero in grande stile secondo lui manca tutto. I percorsi turistici per cominciare. Sentieri segnati e sicuri lungo i quali poter trovare punti ristoro, ripari. «Chi viene qui non ha grandi pretese. La maggioranza vuole solo riposare, mangiare bene e passeggiare nei boschi. Ma quando i villeggianti più sprovveduti chiedevano “Ma quà ‘ndò se po’ ‘annà?” sarebbe stato bello poter indicare loro facili mete a contatto con la natura. Perchè è quello che abbiamo di bello qui. Non abbiamo centri commerciali, acquapark, né discoteche, ma verde, paesaggi, silenzio, buona cucina e aria pulita. Un territorio fantastico da un punto di vista naturalistico, ma se entri in un bosco non puoi ritrovarti in mezzo ai rovi. Quando andavamo ai corsi del Parco a Visso ci mostravano i metodi di valorizzazione del territorio in Trentino Alto Adige. Un altro pianeta. Non pretendo quel perfezionismo, anche a livello di consorzi, strategie e manutenzioni. Qui non ci vuole uno scienziato, basta un conoscitore della zona con un decespugliatore».

E vogliamo parlare anche dei bus navetta? «Per permettere di fruire dei borghi più suggestivi, i punti più panoramici, le mete di interesse artistico più importanti la gente ce la devi portare. Come il tour delle chiese, che ha valenza non solo religiosa ma anche storica. I terremoti del 2016 hanno semidistrutta quella di Santa Maria in Pantano, risalente all’ottavo secolo, e raggiungibile solo a piedi. Sorgeva sull’antico Sentiero dei Mietitori, che scarpinavano fino alla piana di Castelluccio in cerca di ingaggio per la stagione del raccolto. Ma ce ne sono altre interessanti, come quella di Montemonaco, o Santa Maria in Lapide, con i suoi antichi affreschi».

Montegallese nodo di transiti. Dal passo del Galluccio sulla val Fluvione si arriva da Roccafluvione verso Arquata del Tronto, e quindi alla Salaria verso Roma. Se invece da Pretare si sale al passo di Forca di Presta si può scollinare verso Castelluccio e l’Umbria. Il terremoto ha disgregato il tessuto sociale.

«Un pianto, una diaspora – continua Fausto – famiglie che vivevano insieme da dieci generazioni divise. Il tessuto sociale dilaniato. Mio padre è romagnolo, mia madre laziale, ma di questi luoghi mi sono innamorato, e ho lavorato molto soprattutto per valorizzarli. Anche più di quelli del posto, ma questo è normale, comprensibile. Loro qui sono nati e cresciuti. Sono abituati alla sua bellezza e alla sua asprezza. Hanno sperimentato sulla propria pelle i pro e i contro del vivere in montagna. Noi di fuori invece, ci siamo venuti per scelta di vita, ma quasi tutti abbiamo avviato attività economiche. Scommesso di tasca nostra sulle potenzialità di questa terra. Molti giovani del posto invece sognano solo il posto fisso in fabbrica, o in qualche ente pubblico. Questa assenza di una visione si riverbera inevitabilmente anche sulle scelte politiche. Perchè in zone come queste alla fine contano i voti che portano le famiglie, o le comunità, più numerose. E, soprattutto all’inizio di questo processo di valorizzazione del territorio, i turisti che arrivavano non erano nemmeno così graditi ai residenti. Per molti, questi intrusi curiosi e molesti, disturbavano solo la quiete, e non portavano utili».

Un rischio poi quello di rompere l’annoso rapporto clientelare con la politica locale. I vincoli arginano le speculazioni. L’interesse privato rischia di non poter dettare più le regole in opposizione a qualunque tipo di sviluppo innovativo, virtuoso ed ecosostenibile del territorio. «Io portavo un voto solo, e le mie richieste valevano uno. Avessi potuto portarne trenta, la storia di questi luoghi, forse, avrebbe potuto essere diversa».


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