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Piceni nel Mondo: lo swing di Giulio Spinozzi a Dubai

ASCOLI - Ascolano, 41 anni, dal 2012 negli Emirati Arabi. Ha cominciato a 6 anni con un corso di orientamento musicale dove ha approcciato strumenti non usuali come tromba, trombone e basso tuba. L'esperienza con la Fanfara dei Bersaglieri. «Mi manca la mia famiglia, ma a livello lavorativo niente. Da noi ci sono molte difficoltà per vivere di questo mestiere»
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Lo avrete visto in tantissime occasioni in città, in tante formazioni diverse, circondato da musicisti diversi ma sempre con la sua fedele tromba in mano. Giulio Spinozzi, 41 anni, è dal 2012 negli Emirati Arabi, con la valigia sempre pronta per nuovo esperienze.

 

di Francesca Aquilone

Quando hai capito che la musica sarebbe stata la tua strada?

«Ho cominciato all’età di sei anni e mezzo con un corso di orientamento musicale gratuito, davanti ai giardini a corso Vittorio Emanuele: mio padre lavorava all’Elettrocarbonium e passando aveva letto di questi corsi. Lì ho imparato e mi sono approcciato e strumenti non usuali per un bambino del tempo come tromba, trombone e basso tuba (Mario Forcina, il parrucchiere suonava il trombone con me, e c’erano anche i fratelli Valerio e Cristiano Matricardi, Giuseppe Simonetti e altri).

I primi passi in pubblico li ho mossi con la Fanfara dei Bersaglieri, poi scuola di musica privata e il conservatorio. Ai geometri non andavo bene per niente, ero la disperazione di mia mamma, mentre mio padre, vedendo i risultati eccellenti al conservatorio, sperava in un futuro da musicista.  I miei insegnanti mi consigliarono di andare avanti perché avevo possibilità e capacità, anche grazie ad un buon orecchio musicale».

E poi?

«Sono andato a fare il geometra per 7 anni e contemporaneamente, con varie formazioni, facevo anche 80-90 concerti in estate. Questa era la mia strada: ho fatto esperienza in varie formazioni dal classico al jazz, moderno, funky, blues, soul. Mi sono avvicinato allo swing e ho conosciuto alla fine questa formazione “Mark zitti e i fratelli coltelli”: il cantante, come gli altri musicisti, è marchigiano».

Perché Dubai?

«Nel 2012 siamo venuti qua e non ci potevo credere! Il mio insegnante che suonava in una big band, un grande trombettista, venne qua quando io ero ragazzino e Dubai e Abu Dhabi erano in costruzione. Ho ripercorso quei momenti dopo aver visto tutto in foto.

Il primo concerto è stato alla fiera più grande del mondo nella nautica. Poi due anni fa circa siamo venuti ad abitare in un grattacielo che vedevo dallo yacht club dove ho suonato per la prima volta…è stato emozionante!».

 

Come si svolge la tua attività negli Emirati?

«Tramite Marco Virgili, il cantante, abbiamo preso tanti contatti con l’ambasciata e il consolato italiano. Questo ci ha permesso di farci conoscere da tante grandi aziende italiane tipo Ferrari, Lamborghini, Peroni Nastro Azzurro, Campari, chef stellati italiani che hanno ristoranti in tutto il mondo e fanno qui un meeting annuale.

Per non parlare del World Soccer Awards, l’antagonista del pallone d’oro, un evento con nomi del calcio grandiosi».

Cosa apprezzi della vita all’estero?

«Per vivere in un paese musulmano devi sottostare a delle regole scritte e non scritte. Sono molto rigidi, non puoi fare quello che facciamo noi se camminiamo in piazza, come dire andiamoci a prendere un caffè o facciamoci una birra. Per bere l’alcool devi entrare in un hotel che ha la licenza ad esempio. Devi avere rispetto per i local, i nati e cresciuti qua, che costituiscono il 15% perché il resto sono tutti stranieri.

Se non hai un lavoro, se sei qui senza motivazione vai fuori, se vuoi fare il turista dopo tre mesi il tuo visto scade. Devi avere una società che ti sponsorizza e ti fa lavorare o ti rimandano a casa.

Mi trovo molto bene perché sono una persona tranquilla e i miei mi hanno educato minuziosamente!».

Il palco più emozionante dove ti sei esibito?

«Le esperienze sono state tante, dalla finale del 2015 di Musicultura alla Russia con “Lui e gli amici del re” (con cui suono da 15 anni). Ho suonato in Thailandia per eventi benefici degli albergatori thailandesi quindi vi lascio immaginare che resort assurdi.

Sicuramente mi hanno toccato molto i Galà del Musical Italiano al Brancaccio con artisti del calibro di De Sica, Brignano, Frattini e Ingrassia o la commozione dello spettacolo “Cronache della Shoah” all’Istituto Italiano di Cultura di Parigi».

Cosa ti manca di più di Ascoli?

«La mia famiglia perché è normale che sia così. A livello lavorativo niente, non sputo nel piatto dove ho mangiato sia chiaro, ma da noi ci sono molte difficoltà per vivere di questo mestiere. I veri musicisti vanno fuori e se non hai il coraggio di osare ti fermi perché la nostra zona non ti permette di fare molto. Io sono sempre in movimento!».

Tornare in modo stabile è tra i tuoi piani?

«Torno abbastanza spesso, anche perché in cinque ore e mezza sono a Roma. Non vedo come una cosa definitiva lo stare qua così come lo stare a Roma o Milano…ho sempre la valigia pronta! Gli Emirati Arabi sono opportunità che mi è capitata ma non è detto che non possa tornare.

Mi piacerebbe organizzare un festival con la mia direzione artistica ad Ascoli, questo è un po’ il sogno nel cassetto! La nostra città ha bisogno di qualcosa impostato sul jazz, swing o comunque il mio settore, per questo vorrei ideare e curare qualcosa in collaborazione con l’amministrazione.

Sono fortunato ad essere di Ascoli, faccio vedere in giro i panorami, i nostri monumenti, queste cose non le trovi in giro per il mondo, ma la città può crescere sempre di più a livello culturale».

Ti senti di ringraziare qualcuno?

«Se sono arrivato a fare nel mio piccolo quello che sto facendo è perché io ci ho creduto. Ho colto sempre le possibilità importanti. Sicuramente dico grazie a molti miei amici che hanno sempre creduto in me e mi hanno portato in alto, dicendo tu lo puoi fare: loro mi hanno dato questa spinta a crederci. Anche il mio insegnante di conservatorio che mi ha ripreso quando ho fatto il geometra. La mia famiglia è l’altro punto fondamentale, mio padre da operaio della sice ha fatto grandi sacrifici per farmi studiare».

 

Un consiglio che ti senti di dare ai nuovi musicisti?

«Sono cresciuto assistendo al cambiamento della comunicazione e dell’informazione. Prima c’era solo la TV e le videocassette che arrivavano dai miei insegnanti. Adesso vai su YouTube e hai il mondo.

Ad Ascoli si aspettava Franco dischi e musica o Nuovi Orizzonti a San Benedetto per avere il nuovo album di Miles Davisd, Pat Metheny, Bill Evans, e poi si facevano copie e cassette.

Quindi ora c’è anche un po’ di confusione. Io mi mettevo sul davano della sala, chiudevo la porta e suonavo le pubblicità, le canzoni sui canali musicali, san remo, qualsiasi cosa a ripetizioni.

Il mio consiglio è di trovare un ottimo insegnante perché fa davvero la differenza per un ragazzo che ha voglia. L’insegnante deve essere molto altruista, ci deve tenere come un figlio, non deve essere geloso di dare tutto quello che sa come esperienza di vita e di musica, chi insegna deve trasmettere anche i cazzotti in faccia che ha preso.

Adesso si pensa che sia facile e forse il livello un po si è abbassato. Dal web abbiamo capito che ci sono dei fenomeni assurdi, ma anche tanta mediocrità».


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