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Piceni nel Mondo: Paolo Carboni infermiere in Germania!

NATO e cresciuto a San Benedetto, ha 26 anni e da due anni sta proseguendo la sua carriera ad Essen, vicino Francoforte. Ha studiato alla Politecnica delle Marche concludendo il corso base di infermieristica ad Ascoli. «Mi sono reso conto che la Germania mi sta offrendo tantissimo, più di quanto mi aspettassi»
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di Francesca Aquilone

Paolo Carboni, 26 anni, nato e cresciuto a San Benedetto del Tronto, da due anni prosegue la sua carriera infermieristica in Germania ad Essen, vicino Francoforte.

Con lui abbiamo parlato del perché scegliere di fare questo mestiere e di come spesso andare sia meglio di restare.

 

Paolo, dove hai studiato?

«Ho studiato alla Politecnica delle Marche per tre anni, concludendo il corso base di infermieristica, ad Ascoli Piceno.

La scelta di fare l’infermiere è arrivata dall’esperienza diretta e indiretta: entrandoci in contatto avevo visto come lavorano, come parlano e interagiscono con il paziente e ho sempre pensato che fosse il lavoro adatto a me».

 

Perché hai scelto di andare in Germania?

«All’inizio, essendo stato sempre dentro casa, dentro queste “quattro mura” per intenderci, volevo partire per fare un’esperienza nuova. Ora in realtà mi sono reso conto che la Germania mi sta offrendo tantissimo, più di quanto mi aspettassi.

Ho una sicurezza economica e sul lavoro c’è una grande libertà. Posso spostarmi senza problemi in tutta la nazione poiché hanno grande bisogno di infermieri».

A proposito, quali sono le differenze tra il nostro e il loro sistema sanitario?

«Si sa che gli italiano lo fanno meglio! La nostra preparazione è di livello superiore e lo dimostra il fatto che per venire a lavorare qui non ho avuto bisogno di niente se non il superamento di un esame B2 di lingua tedesca. Conosco colleghi spagnoli o bosniaci ad esempio, che hanno dovuto frequentare un altro corso e dare esami per il riconoscimento del titolo, oltre che della lingua.

Per farvi capire: appena approdato in Germania, eravamo in 4 e avevamo una responsabile dell’immigrazione. Dopo tre mesi ci ha detto di non aver mai incontrato delle persone come noi, capaci di ambientarsi in terapia intensiva molto meglio di alcuni ragazzi tedeschi che non hanno lo scoglio della lingua.

A proposito…com’è stato l’approccio al tedesco?

Avevo fatto un corso intensivo di 9 mesi prima di partire e nonostante quello all’inizio è stata durissima perché non solo non comunicavamo ma soprattutto non capivamo.

Quando le persone arrivano da me parlano veloce, a volte anche dialetti locali, quindi ci sono voluti un paio di mesi per abituarmi».

 

Come hai vissuto da sanitario l’emergenza Covid19?

«I tedeschi l’hanno gestita bene perché hanno tanti ospedali e quindi tanti posti letti. Anche la piccola struttura della piccola cittadina è un mondo futuristico.

Il mio ospedale, Agaplesion Elisabethenstift, è piccolo, quindi non di categoria A per il coronavirus, ma comunque eravamo ben organizzati e pronti per qualsiasi evenienza».

Torneresti o tornerai in Italia?

Alzo le mani! L’Italia è il paese più bello del mondo e se mi dà la possibilità di lavorare bene, con rispetto e il giusto trattamento, torno…altrimenti ci sono tanti altri posti!».

Ti sei “tedeschizzato” nella tua vita di tutti i giorni?

«Loro hanno una grande attenzione al green e all’ecologia, oltre ad avere uno spiccato senso civico. Sicuramente giro con la bicicletta, rispetto il loro modo di vivere ma l’orgoglio italiano c’è e deve essere sempre portato avanti!».

Cosa ti manca di più?

«Sono di San Benedetto del Tronto quindi il mare. Non è una semplice mancanza ma un qualcosa di viscerale. Poi sicuramente il cibo, ma più di tutto il pesce».

Vuoi lasciarci con un consiglio data la tua esperienza?

«Provate ad andare via! Provare è gratis e al massimo avrete fatto un’esperienza ma non abbiate paura di tentare. Conosco colleghi italiani che non stanno bene qui mentre io non cambierei nulla.

Sono un tipo che vuole le cose tutte e subito e qui ho avuto la possibilità di essere accontentato. Un piccolo esempio: un concorso in Italia è una prova al macello mentre qui al mio primo colloquio eravamo in nove per quattro posti…com’è andata alla fine? Ci hanno preso tutti e nove.

Se hai valore e professionalità e vuoi lavorare le possibilità qui sono infinite» «.

 

 


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