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Il forno Cappelli di Borgo di Arquata

ARQUATA DEL TRONTO - Nato e cresciuto fra lo storico forno di famiglia, il forno Cappelli di Borgo di Arquata, e le sue montagne, Stefano scommette tutto quello che ha su un nuovo rifugio ai piedi del Monte Vettore. Terremoto e pandemia non hanno piegato i figli di questa terra

Stefano Cappelli con Elena (Foto di Alessio Pagani – Genziana Project)

di Walter Luzi

Pane e montagne. Si può vivere anche solo di questo. Come Stefano, fornaio di terza generazione con la montagna nel cuore. Terremoti e pandemia lo hanno segnato, ma non vinto. E’ qui che vuole restare. La famiglia di Stefano abita ad Arquata da almeno un secolo. Il nonno Carlo, classe 1900, un mugnaio, dalla frazione Colle Falciano di Acquasanta viene chiamato a Borgo di Arquata per lavorare in un mulino appena entrato in funzione nel 1934. Il papà di Stefano, Giovanni, ha solo due anni.

Giovanni Cappelli

IL MULINO – Sorge proprio sul bivio per Camartina, quando la allora stretta e tortuosa Salaria sale, a poche centinaia di metri dal centro di Arquata. Nasce in casa sul tavolo della cucina, come da prassi comune in quegli anni, il giorno di Santo Stefano del 1963. E’ per questo che i genitori decidono di chiamarlo così. Ancora più antica la famiglia della madre, Filomena, una Uriani. Durante la guerra il nonno Carlo sposta tutta la famiglia a Spelonca, più lontano dalla Salaria, per proteggerla. Ricambia l’ospitalità con preziosi sacchetti di farina che, in quegli anni, vale più dell’oro. Lavorando sodo Carlo Cappelli alla fine riesce a comprarselo quel mulino e, successivamente, al piano strada, mette su anche un forno in quella che era una vecchia cabina elettrica dismessa dall’Enel. Ha otto figli, che cominciano a dargli, crescendo, una mano prima nel mulino e poi, in quel forno che apre i battenti nel 1958.

IL FORNO CAPPELLI DI BORGO DI ARQUATA – Darà pane per oltre mezzo secolo a tutto il territorio limitrofo. Da Montegallo ad Accumoli, da Fonte del Gallo a Grisciano, fino a Peracchia. In estate il lavoro aumenta di molto, perché allora l’estate durava tre mesi, non venti giorni, e i residenti nell’Arquatano quintuplicavano. Successivi ampliamenti del fabbricato iniziale permettono ai Capelli di abitarci sopra e intorno a quel forno. Casa e bottega. Una bottega che Stefano comincia a frequentare fin dai primi anni di vita. Cresce vedendo il padre sempre lì dentro, ogni notte. Con una passione e un amore per quel lavoro che riesce a trasmettergli. Mai un giorno di riposo, di ferie, di vacanza. Per tutta la sua vita. Tranne l’ultima settimana dei suoi ottantadue anni, che passerà, nel 2014, in un letto di ospedale. Il papà vorrebbe tenerlo lontano da lì, vorrebbe che studiasse, perché la vita del fornaio è dura. Fatta di notti tutte insonni, di calore e di sudore, di mani forti ed esperte sempre bianche di farina, di gesti e rituali consumati, di un sapere antico tramandato che viene da lontano.

LA SCELTA – Ma a Stefano quella vita piace. Sostituisce presto la mamma Filomena che, asmatica, deve stare lontana dalle farine. E quando il padre ha un infarto lui lascia gli studi al secondo anno delle Commerciali, e prende in mano l’attività insieme al fratello minore Corrado. Gli zii hanno già scelto di emigrare: verso il nord Italia, la Svizzera, la Francia. La famiglia di Giovanni è tutta lì dentro, ogni giorno dell’anno alle sette di mattina, l’ora di punta, quando il forno Cappelli di Borgo si riempie di clienti e in forno devono subito entrare le pizze, una volta sfornato il pane. Il profumo fragrante si sente dalla strada. Per i viaggiatori giornalieri sulla vecchia Salaria la sosta al forno Cappelli diventa abituale.

L’AMORE PER LA MONTAGNA – Chi nasce qui non può non amare la montagna. Stefano passa tutto il suo poco tempo libero sui sentieri dei monti Sibillini. «Le ho “pistate” tutte queste montagne qui intorno – confessa con orgoglio – mi ci sono massacrato un’anca a furia di camminare, ma a me queste montagne piacciono. Arquata è l’unico comune europeo che sorge in due Parchi Nazionali, quello dei Sibillini e quello del Gran Sasso e della Laga. Nascere qui è un vero privilegio». Grazie ai consigli del suo amico e guida alpina Tito Ciarma consegue nel 1993 il patentino di “accompagnatore media montagna” e viene iscritto nell’albo delle guide alpine delle Marche. Diventa così, nel 1997, “selettore del Parco dei Sibillini”. Un lavoro a contatto diretto con la Natura e con gli animali selvatici. I corsi che frequenta in mezza Italia lo portano a conoscere il mondo della caccia. Quella nobile arte che si nutre soprattutto di amore per l’ambiente e per gli habitat degli animali stessi, di passione sana, alimentata di conoscenze e di etica, di rispetto rigoroso di tutte le regole venatorie. «Come selettore mi sono occupato di censimenti di tutti gli animali che vivono nel Parco – racconta sempre Stefano – e della selezione di quali e quanti esemplari in eccesso da abbattere. Ultimamente a questa selezione provvedono i lupi e quindi dobbiamo lasciarne anche per loro. Oppure, come accaduto di recente sono le nevicate eccezionali a provocare morìe di animali». Un lavoro affascinante del quale Stefano parla con una punta di emozione. Pane e montagne, di questo è stata fatta la sua vita.

IL TERREMOTO – Nel 2016 Stefano festeggia i quarant’anni di lavoro in quel forno. Un anno che verrà ricordato non solo per questo. Quella maledetta notte del ventiquattro agosto è lì dentro, come ogni notte. Sta aprendo la porta del frigo con la stecca del lievito in mano. Sta facendo mentalmente il conto dei panetti da riporvi quando arriva il terremoto. Stefano sulle prime, istintivamente, cerca di tenere fermo tutto quello che improvvisamente comincia a muoversi intorno a lui. Il frigo, l’armadio. Dagli scaffali cominciano a cadergli addosso le teglie delle pizze e i contenitori. La catasta dei sacchi di farina, da venticinque chili l’uno, si anima. Un vecchio orologio si stacca dalla parete e cade sulle ceste. Il vetro si rompe. Le lancette si schiacciano nell’impatto contro le pagnotte, e si fermano per sempre segnando le tre e trentasei. Stefano vede aprirsi le crepe nei muri e oscillare il soffitto sopra la sua testa. Dalla fessura più grande aperta nella parete intravvede distintamente le luci gialle della illuminazione pubblica della strada. Scappa fuori ora. Per sua fortuna la casa non crolla, altrimenti sarebbe stato troppo tardi. Due minuti e trentotto secondi dura quella prima, violenta scossa. Una eternità. Dalla strada, dove intanto si sono riversati, seminudi, tutti, c’è ancora tutto il tempo di vedere la propria casa continuare a tremare, spaccarsi, sgretolarsi durante quel lungo, sinistro boato che pare senza fine. Ci si conta, ci si rincuora, o almeno si tenta, gli uni con gli altri. Riabbraccia l’anziana madre terrorizzata, il fratello, il figlio Marco. Va via la luce. I lampioni si spengono. Dal buio si intravvede il nugolo di polvere salire dalle case di Arquata che si stanno disintegrando, e arrivano, distinte e raggelanti, le grida disperate di aiuto dei suoi abitanti.

Giovanni Cappelli

GLI AIUTI – Quando la furia della Natura finalmente si placa, Stefano corre subito in casa a recuperare la sua divisa della Protezione Civile. C’è bisogno di portare soccorso ai compaesani. Con altri amici di Borgo pensano alle vecchie gallerie della Rocca per evacuare gli sfollati, ma rischiano grosso alle quattro e quindici quando arriva la seconda scossa. I nuovi crolli seppelliscono di macerie le strade e le auto in sosta. Stefano e gli altri diciassette primi soccorritori del posto la scampano per un pelo. In attesa dell’arrivo dei Vigili del fuoco estraggono dalle macerie tre persone ancora vive e altrettante già morte. Fra di loro anche Marisol, la vittima più piccola del sisma. «Il dopo terremoto inizia quando finiscono i funerali – racconta Stefano – la frenesia di cercare sopravvissuti, scavare, chiamare fra le rovine persone che conosci e che mancano all’appello ti frastorna e non ti fa sentire la stanchezza, la fame, la sete. Con i funerali la conta dei morti finisce. E dopo il pianto liberatore cominci a pensare ad un futuro».

QUALE FUTURO? La Protezione Civile locale ora ha solo compiti di coordinamento dei soccorsi che continuano ad arrivare da ogni parte d’Italia. «Ho dormito una settimana dentro un’auto di servizio – racconta ancora Stefano – è dura. Molto dura. Non è facile. Ci ha dato forza solo la grande solidarietà che vedevamo arrivare ogni giorno da ogni parte». Fra i tanti volontari arriverà a Borgo di Arquata anche una ragazza di Ancona. Si chiama Elena. Si incontrano per servizio durante l’emergenza. Si rivedono. Si innamorano. Lei diventerà presto la sua nuova compagna di vita. Fra una scossa e l’altra, che continuano a susseguirsi. Molte case risultano però ancora agibili. In molti vi fanno rientro. Fino al trenta ottobre, quando il secondo nuovo terremoto completa il quadro della devastazione. Solo in due frazioni, Colle e Spelonca, resta in piedi, indenne, qualche abitazione. Tutto il resto va giù. Come il morale di questa gente già duramente provata. «Anche io divento ufficialmente un senzatetto alle sette e quaranta di quella domenica mattina – continua Stefano – alla sera di quello stesso giorno eravamo già tutti ospiti in sette alberghi della costa, fra Porto d’Ascoli e Martinsicuro. Ogni giorno sono tornato a Borgo, anche per seguire le riunioni con le varie autorità sul programma di ricostruzione, di ripartenza delle attività. Le promesse e i buoni propositi erano tanti. Aspettando che qualcosa si concretizzasse mi sono preso un anno sabbatico, io che non avevo mai fatto un giorno di ferie in vita mia».

Papà Giovanni immortalato in quadro

LA LOTTA ALLA BUROCRAZIA – Purtroppo anche Stefano, come tutti i terremotati veri, quelli che hanno perso tutto, che hanno pianto amici e parenti rimasti sotto i crolli, e che non hanno, ora, proprio più lacrime, devono iniziare a lottare contro un nuovo, subdolo, invisibile e altrettanto insidioso, nemico. La burocrazia. «In mesi e mesi non si è trovata una dislocazione idonea per la mia attività – commenta amaro Stefano – io avevo voglia di ricostruire in fretta, riprendere il mio lavoro. Avevo anche un pezzo di terra di mia proprietà vicino alla zona dove è sorto il villaggio SAE di Pescara, con tanto di progetto edilizio già approvato. Molti anni prima del terremoto quell’area era già stata destinata a polo agroalimentare. Datemi solo una mano con i permessi, ho chiesto. Basta solo una variante in deroga per poter realizzare i centoventi metri quadrati che mi servono. I soldi se non bastano ce li metto di tasca mia, la terra che mi avanza ve la regalo per farci la cittadella, ma muoviamoci. No. Troppo facile, e anche economico, per la pubblica Amministrazione».

Stefano in mezzo alle rovine

LE SOLUZIONI – Secondo i burocrati si dovevano seguire alla lettera i piani standard di ricollocazione delle attività, stabiliti chissà dove e da chi. «L’ho ripetuto fino alla noia durante le riunioni – racconta sempre Stefano – siamo dieci attività in tutto, non di più, con dieci ragionevoli esigenze diverse. Esaminiamole caso per caso e troviamo, caso per caso, le soluzioni più idonee e vantaggiose per tutti. Non si può pianificare a occhi chiusi mettendole tutte sullo stesso piano. Come a L’Aquila, una città di settantamila abitanti, o in Emilia Romagna. Qui ci conosciamo tutti, ci sono solo tre bar, due macellerie, due ristoranti e un forno. Fine». Tutto inutile.  Stefano si avvilisce. Elena, la nuova compagna, gli propone anche di riciclarsi come pizzaiolo nella sua Ancona dove lei conserva affetti importanti. Ma lui non si sente né padrone di una materia nuova, né, tanto meno, di sradicarsi dalla sua terra. Anzi, a dirla tutta, è solo questo il motivo. Non vuole andarsene. Scappare da qui. Lui non vuole proprio staccarsi dalle sue montagne.

Stefano con il suo cane

LA PROPOSTA – Arriva la proposta di gestire un piccolo rifugio del Parco dei Sibillini, il Belvedere, poco distante da quello degli Alpini. Fra le sue montagne. Cinquanta metri quadrati con otto posti letto. Ci passa insieme ad Elena tutto il 2018. E’ un lavoro che gli piace, ma si può fare di più. Si spostano di qualche chilometro, nei pressi dell’imbocco del sentiero dei Mietitori, in una casa da riattare a rifugio. La affittano e ne variano la destinazione d’uso. Lo chiamano rifugio Mezzi Litri, dall’omonimo canalone che parte lì vicino e arriva con un ripido sentiero dritto al rifugio Zilioli. Centoventi metri quadrati con servizio ristorante e venti posti letto. Il primo anno di gestione è incoraggiante. Decidono di investirci tutti i risparmi rinnovando gli ambienti. Si chiama fiducia nel futuro. Quasi tutti i lavori necessari se li fanno da soli, con le proprie mani.

Stefano al lavoro nel suo forno

LA PANDEMIA E IL LOCKDOWN – Storia di questi giorni. Un’altra mazzata. «Contavamo con l’arrivo della primavera di riaprire e poter così iniziare a rientrare con le spese – commenta sconsolato Stefano – e invece…». Rimasto troppo a lungo isolato nel dopo terremoto, il Parco Nazionale dei Monti Sibillini, che provava a rialzare la testa, è nuovamente colpito. In quei settantamila ettari di natura quasi incontaminata, in quelle quattro province, in quei sedici comuni, ci sono tanti uomini e donne come Stefano. Sì, Stefano, quello del forno Cappelli di Borgo. Figli forti e fieri di questa terra bellissima e ferita. Temprati dai rigidi inverni e cresciuti nelle lunghe primavere. Nati qui. Come le rocce e l’erba dei prati, come gli alberi e i lupi di queste montagne. Che resistono. Nonostante tutto. Che stringono i denti. Che non molleranno mai.

 


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