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Piante infestanti,
un problema antico

ASCOLI - Una vera e propria piaga per i centri storici di molte città. Il caso del fico tra le cento torri. La sua proliferazione un danno per muri e monumenti, perché tende a sgretolare la malta
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Un’altra pianta “pericolosa”, l’ailanto, in centro storico (foto Vagnoni)

di Gabriele Vecchioni

Ieri, un articolo della nostra rubrica “Luci sulla città” ha posto l’accento su un problema reale abbastanza frequente in città, quello della crescita spontanea e incontrollata della flora ruderale su muri e monumenti cittadini. In particolare, si faceva riferimento a una pianta di fico nata (e ormai cresciuta) tra le pietre dell’area absidale della chiesa sconsacrata di San Pietro in Castello, dal lato ormai adibito a parcheggio.

La pianta sulla chiesa di San Pietro in Castello

Il fico è una specie arborea della famiglia botanica delle Moracee. È un albero longevo (può diventare secolare) ma a crescita abbastanza rapida. Il frutto (il siconio) è, in realtà, un’infruttescenza carnosa, costituita da minuscoli frutticini (gli acheni). La polpa che li circonda è dolce e costituisce un forte attrattore per gli uccelli che se ne cibano e contribuiscono alla diffusione della specie con le deiezioni.

La biologia del fico è complessa e non è facile esporla in poche frasi. Quello che colpisce è la straordinaria vitalità della specie che vegeta nei posti più difficili, tra le crepe dei muri, riuscendo a ricavare nutrimento dalla poca terra compresa tra le pietre, grazie all’apparato radicale invadente, espanso e superficiale. Proprio le radici che penetrano facilmente tra pietre e mattoni complicano l’operazione di estirpazione della pianta dal muro nel quale si è riprodotta.

Altri ricacci di fico su un muro del centro storico

Le piante erbacee sono più facili da estirpare perché hanno un apparato radicale “debole”; sono comunque dannose per muri e monumenti perché tendono a sgretolare la malta: sono organismi viventi che respirano e l’anidride carbonica prodotta si combina con l’acqua, producendo il debole ma corrosivo acido carbonico. Diverso il discorso per le specie arboree (è il fico lo è) che per la volumetria delle radici e del colletto allargano le crepe e spaccano i muri. Senza entrare in merito all’aspetto estetico – la sensazione di disordine e di abbandono che la presenza di vegetazione ruderale dà all’osservatore – è necessario intervenire con operazioni mirate per garantire la stabilità degli edifici “colpiti” dal fenomeno.

Foglie di fico

È interessante, a questo punto, fare un parallelo tra l’atteggiamento “indifferente” di noi uomini di oggi e i nostri antenati (romani) nei confronti dello stesso problema. Ci aiuta Jacques Brosse, autore di diversi, importanti lavori dedicati a piante e animali, considerati sotto i punti di vista naturalistico e culturale.
Nell’opera “Mitologia degli alberi” (1989), Brosse scrive: «… il fico era però considerato un albero impuro. Sappiamo attraverso gli atti del collegio sacerdotale degli Arvàli, molto arcaico, che questi dovevano fare grandi espiazioni quando per esempio un fico spuntava per caso sul tempio della dea Dia, antica divinità latina dei campi, assimilata a Cerere (Demètra). Bisognava allora non soltanto estirpare l’albero, ma distruggere il tempio diventato impuro. Plinio e alcuni altri tardi autori latini ritenevano che il motivo di questa distruzione fosse la paura di un crollo del tetto». Altri ritenevano che «Bisogna vedere nella comparsa del fico sul tempio delle Vestali la presenza di un essere impuro in mezzo al simbolo stesso della purezza».

Molto più prosaica la motivazione per un intervento moderno. Probabilmente aveva ragione Plinio: il fico, crescendo indisturbato, potrebbe far cadere il muro.

Un albero di fico selvatico sulla chiesa di San Pietro in Castello, qualche sterpaglia anche sui palazzi storici (Le foto)


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