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Anche l’Ascoli aderisce
alla protesta della Serie B:
«Non lasciate morire
il calcio degli italiani»

ASCOLI - Uno striscione esposto all'inizio delle partite in tutti gli stadi dove si giocano le gare della sesta d andata, quindi anche al "Del Duca". Una situazione in cui i primi a pagare sarebbero le decine di migliaia di famiglie che vivono con stipendi "normali" grazie al calcio
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La Serie B scende in campo oggi sabato 31 ottobre e domani domenica 1 novembre per difendere le proprie società che senza provvedimenti governativi rischiano di chiudere. Lo fa pensando principalmente alla tutela di quei dipendenti, fornitori, collaboratori, gestori di servizi, che vivono e sopravvivono con le loro famiglie, proprio grazie al calcio. Per questo in tutti i campi di questa sesta giornata di andata i dipendenti dei club esporranno nelle gradinate degli stadi, in concomitanza con l’inizio delle gare, lo striscione “Non lasciate morire il calcio degli italiani”.

Mauro Balata e il patron dell’Ascoli Massimo Pulcinelli

Accadrà anche allo stadio “Del Duca” di Ascoli, dove alle ore 16 si gioca la partita Ascoli-Pordenone.

«I club della Serie B – spiega il presidente della Lega B, Mauro Balata – si mobilitano per difendere le donne e gli uomini dell’universo della B. Un appello alla sensibilità delle istituzioni affinché possano essere adottati strumenti opportuni e necessari per evitare che la crisi cancelli il calcio degli italiani».

La ragione della protesta vuole denunciare la mancata predisposizione da parte del Governo di norme atte a sostenere le società sportive, ed in particolare quelle della Lega di B, in questo momento storico di grave emergenza sanitaria ma anche economica. Al minor numero di ricavi dovuto alla mancanza di biglietteria, di sponsor e di altri introiti da stadio, infatti, fanno eco le maggiori spese dovute al rispetto del protocollo anti Covid. In assenza di provvedimenti governativi i club si ritrovano in seria difficoltà, con l’enorme rischio di dover interrompere per sempre la loro attività.

E i primi a pagare questo caro prezzo sarebbero le decine di migliaia di famiglie che vivono con stipendi “normali” grazie al calcio.


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