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Aleandro Petrucci, l’ultimo saluto
«Ha sempre lavorato
pensando al futuro e ai giovani
affinchè Arquata tornasse
ad essere una casa»
(Foto e video)

ARQUATA DEL TRONTO - L'ultimo saluto al sindaco che è stato, e resterà, un simbolo delle popolazioni ferite dal sisma e della lotta per la ricostruzione. Alla presenza di parenti, amici e tante autorità, tra cui diversi primi cittadini, il rito funebre celebrato da monsignor Domenico Pompili, vescovo di Rieti e amministratore apostolico della Diocesi di Ascoli, e dal parroco don Nazzareno Gaspari
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di Andrea Ferretti

(foto e video di Stefano Capponi)

Si è svolto ad Arquata il funerale di Aleandro Petrucci, il sindaco simbolo del sisma del 2016 e della ricostruzione. Dopo la camera ardente, allestita ad Ascoli nella casa funeraria Damiani, il feretro ha mosso verso Arquata del Tronto, risalendo l’antica Salaria, quella strada che Aleandro conosceva a memoria e che ha percorso per anni, più volte al giorno, per lavoro e per i suoi molteplici impegni politici che spesso lo tenevano lontano dalla sua terra.

Il feretro lascia la casa funeraria Damiani al Battente per raggiungere Arquata

Nel rispetto delle norme anti Covid, comunque numerose le persone che hanno partecipato al rito funebre. Diversi i sindaci presenti con la fascia tricolore.

La messa è stata concelebrata da monsignor Domenico Pompili, vescovo di Rieti e ora anche amministratore apostolico della Diocesi di Ascoli, e dal parroco don Nazzareno Gaspari.

Queste le parole pronunciate da monsignor Pompili durante l’omelia:

«A Natale è festa perchè è Dio che si fa più vicino a ognuno di noi fino a diventare uno di noi. Questa prospettiva no cambia solo l’approccio religioso ma ci aiuta interpretare la parabola umana e politica di Aleandro che ho conosciuto solo di passaggio per essere lui il sindaco di Arquata, vicina ad Accumoli e Amatrice e tante volte ho visto in televisione e l’ho sentito per telefono anche la prima volta che sono venuto qui ad Arquata.

Un sindaco che ha lavorato perchè Arquata tornasse ad essere una casa, non si è concentrato sul presente ma ha cercato di anticipare il futuro.

Don Nazzareno mi ha fatto una confidenza raccontandomi del particolare legame che univa Aleandro alla nipotina. Ebbene, in questo ho colto non solo il sentimento di un nonno ma la consapevolezza che bisogna fare strada senza farsi strada

La politica di cui c’è bisogno è quella che nei momenti difficili sa ispirarsi ai grandi principi e curare i beni comuni. Aleandro è stato questo: ha pensato al futuro e non al presente, tantomeno al passato.

Bisogna far tesoro della sua lezione di vita. Che suggerisce due attenzioni da coltivare nel tempo. Per prima avere uno sguardo costantemente rivolto alla ricostruzione sociale ed economica per evitare di costruire case vuote, cattedrali  nel deserto. A tal proposito, mi colpì quando chiese e ottenne l’apertura della fabbrica ad Arquata per far sì che la gente qui non solo potesse sopravvivere ma vivere. Dobbiamo tutti lavorare affinchè l’Appennino sia vissuto e non osservato da lontano. Deve essere quello che è, ovvero la spina dorsale dell’Italia, collegato e non isolato dal resto della penisola. La seconda attenzione è questo legame forte vissuto da Aleandro verso le giovani generazioni alla quale stiamo per porre un debito gigantesco. Sarebbe un peccato mortale se non offrissimo ai giovani gli strumenti spirituali e culturali per compiere questa lunga marcia nel deserto. Ma per fare questo, c’è bisogno di padri come è stato Aleandro. Ricordiamoci che essere genitori è una cosa da accettare come un affare in perdita».

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