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“La mia tribù”, Raffaella Milandri racconta i suoi fratelli indiani

SAN BENEDETTO - La scrittrice, giornalista e titolare delle case editrici Mauna Kea e Mauna Loa torna in libreria con la seconda edizione di un volume che racconta la sua adozione da parte della tribù Crow, passando in rassegna storia, cultura e tradizioni dei nativi americani
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di Federico Ameli

E se tu che stai leggendo, tu, fossi nato in una foresta in America?”. Inizia così, proiettando il lettore a qualche migliaio di chilometri da casa, “La mia tribù. Storie autentiche di indiani d’America”, il libro di Raffaella Milandri fresco di grande ritorno nelle librerie e negli store online.

«Ho voluto fortemente questa seconda edizione – spiega l’autrice, titolare delle case editrici sambenedettesi Mauna Kea e Mauna Loa (leggi l’articolo)-, che oltre a presentare una maggiore leggibilità e un costo più accessibile è aggiornata con una serie di link e note riviste per intero. Oggi è una cosa rara, la letteratura è consumistica e i libri sono quasi sempre “usa e getta”».

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Raffaella Milandri e Cedric Black Eagle durante la cerimonia di adozione

Dopo il successo del primo debutto, la Milandri torna a raccontare l’esperienza vissuta qualche anno fa in Montana, dove è stata accolta a braccia aperta dalla tribù dei Crow, la sua tribù, di cui tratteggia vicende passate e presenti in un volume di oltre 400 pagine, ideali per chi volesse approfondire un argomento che, storicamente, finisce spesso per essere vittima di equivoci e spiacevoli fraintendimenti.

«Dal 2013, anno della prima pubblicazione, “La mia tribù” è stato studiato anche in occasione di un paio di tesi di laurea. Qui in Italia non esistono testi di questa portata: circolano sì biografie, ricostruzioni e testi tradotti, ma si tratta perlopiù di libri che indagano gli aspetti prettamente esoterici e filosofici della cultura dei nativi americani».

Oltre a ripercorrere le tappe fondamentali della sua adozione da parte della tribù Crow, nella sua opera – trattato? Saggio? Difficile inquadrarlo in un genere ben definito, come candidamente ammette la stessa autrice – Raffaella Milandri non rinuncia infatti a illustrare le tradizioni e le cerimonie, ma anche le problematiche dei Crow, procedendo su due binari narrativi ben distinti, quello dell’esperienza personale e quello che prende le mosse dal primo incontro della tribù con “l’uomo bianco”.

«Sono da sempre molto attiva sul fronte del riconoscimento dei diritti umani e delle popolazioni indigene e, in occasione del mio viaggio nel 2010, ho avuto modo di conoscere da vicino i Crow e il loro capotribù, Cedric Black Eagle.

Dopo aver approfondito reciprocamente la conoscenza, ho chiesto a Cedric di poter essere adottata: ne hanno parlato in famiglia e, anche sulla scorta di una profezia che parlava di una donna bianca e piena di energia che sarebbe arrivata da lontano, hanno accettato».

Raffaella Milandri in compagnia di Cedric e Audrey Black Eagle

Pur non essendo la tribù più ostile d’America nei confronti dei bianchi, non capita certo tutti i giorni di entrare a far parte dei Crow. Un privilegio per pochi, roba da attivisti della prima ora e, perché no, anche da presidenti. Già, perché Raffy Black Eagle – che due anni più tardi riceverà dal suo padrino John il nome Crow di Baa Kuuxsheesh, che sta per “aiuta gli altri” – può vantare parentele di un certo livello, come quella con Barack Obama, adottato mentre era ancora in corsa per la Casa Bianca.

«È stato il primo candidato della storia a mettere piede in una riserva – spiega Raffaella-, un gesto che i nativi americani hanno molto apprezzato. Fu adottato dal padre di Cedric anche per darsi lustro a vicenda, pertanto sulla carta siamo fratelli.

Con il passare degli anni è rimasto il rapporto a livello di famiglia – Cedric è stato diverse volte a Washington – ma nel frattempo nell’ambiente è sorta qualche polemica perché secondo alcuni avrebbe potuto fare di più per salvaguardare i nativi americani».

Come confermato dalla stessa autrice, la parte più importante dell’opera è quella incentrata sulla storia e sull’attualità delle popolazioni indigene americane, una sezione alla quale la Milandri ha dedicato una particolare cura nella selezione e nello studio delle fonti. È stato soprattutto grazie al lavoro portato avanti negli archivi come sul campo che “La mia tribù” può proporsi come testo di riferimento per gli appassionati del settore.

«Quello della ricostruzione storica è un filone su cui ultimamente sto puntando molto e per me rappresenta il valore aggiunto di questo libro. In Italia c’è molto interesse, ma mancano i testi. Per questo motivo, ho condotto ricerche sia negli archivi statunitensi che in quelli delle riserve, approfondendo in particolare le questioni relative alla legislazione e alla storia delle popolazioni indigene».

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Nell’opera della Milandri trovano spazio l’evoluzione delle riserve indiane e tutte le leggi emanate nel corso degli anni per regolamentare la condizione dei nativi americani, con la tanto attesa svolta in senso umanitario che arriva solo a cavallo tra gli anni ’50 e ‘60. In parallelo, poi, viene anche tratteggiata la storia – per certi versi anche «divertente e tragicomica», per usare le parole dell’autrice – dei Crow, mai raccontata fino a qualche anno fa.

Non mancano poi capitoli e paragrafi dedicati alle leggende locali e all’organizzazione politica della tribù, con una piccola guida conclusiva utile a muovere i primi passi – metaforicamente e non – nel mondo dei nativi americani.

Storia, cultura e tradizioni convivono, come due facce della stella medaglia, con alcolismo, omicidi, suicidi, abusi e depressione, nel libro di una donna che ha saputo farsi accogliere dai Crow grazie a rispetto, passione e dedizione, le stesse virtù che in ogni angolo del mondo le hanno spalancato le porte di tante civiltà indigene.

«Nei confronti dello straniero, le tribù adottano atteggiamenti molto diversi. Tutto sommato, i Crow sono piuttosto aperti, anche se, soprattutto dal punto di vista economico, di fondo c’è spesso un discorso di contrapposizione tra uomo bianco e indigeni.

In linea di massima non c’è risentimento da parte loro, ma è fondamentale spogliarsi dei valori occidentali e del nostro vissuto europeo, dimostrando il giusto rispetto nei confronti della loro cultura. D’altra parte, è quello che ho fatto anche con gli Inuit in Alaska e con i Pigmei in Camerun».

Dai tempi del generale Custer – spalleggiato dai Crow per fedeltà nei confronti del “Grande Padre Bianco”, ma anche per una questione di difesa dalle altre tribù – di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia. Ora c’è un’emergenza sanitaria da fronteggiare, ma una volta passato il peggio il futuro potrebbe riservare buone notizie per i nativi americani.

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«Il Covid ha avuto un impatto devastante nelle riserve. I nativi sono stati i primi a rendersi conto del problema, cercando di bloccare gli ingressi alle riserve per tutelare la salute delle comunità, ma in più di un’occasione si sono trovati in contrasto con i governatori locali, contrari all’isolamento.

Per quanto riguarda i Crow, c’è molta speranza sull’operato del neopresidente Biden – prosegue Raffaella-. Giusto un mese fa è stato annunciato che Deb Haaland sarà a capo del dipartimento dell’Interno: si tratta della prima donna nativa americana a ricevere un incarico del genere».

Emergenza sanitaria a parte, il futuro della tribù non sembra quindi promettere poi così male. E il passato? Facciamocelo raccontare da Raffaella Milandri.


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