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«Carlo Ciccioli mi sparò alla gamba
nella notte di Natale del ’74,
girava armato ed era un provocatore»

QUELLA SERA di quasi 50 anni fa rcordata da Paolo Tomassoni. Lui della sinistra extraparlamentare, l’attuale capogruppo di FdI, nelle fila del Fronte della Gioventù: «Ha fatto fuoco nel mucchio e un colpo mi ha raggiunto alla gamba. Mi ha centrato con dei grossi pallini. All’epoca era una figura del neofascismo anconetano, andava davanti alle scuole e all’Università a fare proseliti, a spaventare i più piccoli». Perché ricordare oggi quell’episodio: «Tirare in ballo slogan razzisti quali “sostituzione etnica” per attaccare le attuali normative sull’aborto, per me è inaccettabile». Per la segreteria del Msi i fatti andarono diversamente e la provocazione sarebbe arrivata dai giovani di sinistra. Il reato venne amnistiato
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Paolo Tomassoni negli anni ’70 al Bar Gino di piazza Cavour

di Marco Benedettelli 

L’impulso a fare chiarezza su quella vecchia storia di pistolettate e violenza si è fatta forte dopo aver ascoltato le parole che il suo vecchio aggressore Carlo Ciccioli ha espresso nella controversa seduta del consiglio regionale del 26 gennaio. «Tirare in ballo slogan razzisti quali “sostituzione etnica” per attaccare le attuali normative sull’aborto, per me è inaccettabile. È una provocazione a danno delle donne più vulnerabili. Di fronte a ciò, è giusto che venga ricordata una parte di storia fondamentale del consigliere ed ex deputato Carlo Ciccioli. Che sia noto il suo passato da provocatore». A parlare è Paolo Tomassoni, oggi 69 anni, una vita da militante politico nella sinistra extraparlamentare e poi comunista. E avversario politico, negli incandescenti anni 70, di Carlo Ciccioli allora segretario locale del Fronte della Gioventù e suo coetaneo. Era il 25 dicembre del 1974, in piazza Cavour, quando Tomassoni allora 22enne fu raggiunto alla coscia dai colpi di una pistola, una Fober calibro 22, che l’ex deputato e attuale portavoce di Fratelli d’Italia, Carlo Ciccioli sfilò dalla sua cintura per fare fuoco. Una storia che tanti ad Ancona conoscono e che di questi giorni è ricomparsa anche in qualche bacheca Facebook, ma su cui Tomassoni non è quasi mai tornato, lasciandola seppellita in qualche ingiallito ritaglio di giornale.

Ora Tomassoni racconta tutto dal principio a Cronache Ancona, mentre sta nella sezione Tina Modotti del Pci in via Astagno, fra faldoni e pile di libri del movimento antifascista marchigiano. Era la sera di Natale, ricorda, si festeggiava il compleanno d’un amico al circolo popolare Eugenio Curi in via Podesti. A una certa ora Tomassoni decide di prendere una boccata d’aria, inforca Corso Garibaldi e si dirige al Bar Gino, in piazza Cavour, chiosco presso cui si raggruppavano ragazze e ragazzi dell’area più movimentista ed extraparlamentare di Ancona. Arrivato a quelle che allora tutti chiamavano le “catenelle” sul principio della piazza, Paolo Tomassoni scorge arrivare Carlo Ciccioli, accompagnato da un altro ragazzo, di nome Marco Rossignoli, come riportano gli articoli di cronaca di allora. «Ciccioli ai tempi era un noto provocatore, una figura del neofascismo anconetano, che andava davanti alle scuole superiori e medie, alle università, a fare proseliti fascisti, a spaventare anche i più piccoli. Già più di una volta ci eravamo scontrati e non era la prima volta che venivano al bar Gino per sfidarci, allora le cose andavano così –  ripensa Paolo Tomassoni – Quella sera, appena mi vide, lui e il suo amico camerata attaccarono ad insultarmi coi soliti scombinati slogan neofascisti, “Pidocchio comunista” e via dicendo».

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Carlo Ciccioli

Racconta Tomassoni che a quel punto fra gli avventori del Bar Gino arrivarono due suoi amici, due compagni, per rispondere alla provocazione. Volarono insulti, manate. «Ciccioli fu raggiunto da un paio di pugni, niente di serio, ma quella sera tanto gli bastò per dichiararsi ferito e farsi ricoverare in ospedale». La situazione poi degenerò. Ciccioli, allontanato via con qualche spintone, si scostò il cappotto, aveva una pistola infilata nella cintura: la impugnò e sparò. Quattro, cinque colpi, non proiettili ma un calibro a grandi piombini. «Ha fatto fuoco fra noi nel mucchio e un colpo mi ha raggiunto alla gamba – Tomassoni si tocca sopra il ginocchio, mentre racconta –. Se mi avesse colpito un organo vitale o in faccia, le cose sarebbero andate molto peggio. Dopo i colpi, Ciccioli è scappato, lui e il suo amico. Io ho iniziato a corrergli dietro finché il dolore non mi ha piegato in due e ho visto che la mia coscia era sporca di sangue e ho capito che ero ferito».

La versione di quella sera fornita da Ciccioli e dalla segreteria dorica dell’Msi è diversa. Furono, secondo le testimonianze riportate dai giornali del tempo, i ragazzi della sinistra extraparlamentare a provocare quelli di estrema destra che passavano di lì, fino alle botte. Con Ciccioli portato a sparare in autodifesa. Tomassoni ride, a ricordare quest’altra narrazione: «Figuriamoci. Vi pare normale che una persona la sera di Natale si presenti in piazza Cavour con un’arma da fuoco sotto la giacca? Carlo Ciccioli a quei tempi era solito girare armato, negli ambienti si sapeva. Sul giornale la Voce di Ancona era apparsa una foto dove compare nitido con una pistola in mano, in occasione di una manifestazione antifascista, in cui lui, d’estrema destra, era venuto a provocare. E poi ai tempi il Bar Gino e quell’area di piazza Cavour era frequentata da noi ragazzi della sinistra extraparlamentare, era un nostro baluardo. I neofascisti facevano gruppo al Quadrato, un circolo in via Magenta e quando venivano dalle nostre parti, era per cercare rissa. Non era la prima volta che Ciccioli arrivava da noi e ci provocava, ci girava intorno con aria di sfida. Quella sera era venuto per insultare chi avesse incontrato, con una pistola appresso. Vivevamo in tempi eccessivi, lo riconosco, di scontri fisici per difendere le nostre idee. Ancona era piena di famiglie antifasciste, unite tra loro. Ma in città c’era anche una componente neofascista strutturata, solida».

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Paolo Tomassoni oggi

Colpito alla coscia e sanguinante, la sera del 25 dicembre 1974 Tomassoni va all’ufficio politico della questura a denunciare il fatto e poi corre al pronto soccorso per le medicazioni. Viene ricoverato e dimesso il giorno dopo. Carlo Ciccioli anche si fa ricoverare per le contusioni riportate nella rissa. Davanti all’ospedale, riportano i ritagli di giornale del ’74, la polizia per prevenire eventuali rappresaglie e vendette della sinistra extraparlamentare. Per il processo ci vogliono un paio di anni. I giorni successivi, in città c’è una partecipata manifestazione antifascista che condanna l’aggressione ad opera del futuro deputato. Quando il processo arriva in tribunale, sono passati due anni. Spiega Tomassoni: «In quell’arco di tempo Ciccioli riesce a farsi imputare dai giudici per l’accusa non di tentato omicidio, ma di contusione aggravata con arma da fuoco. Un reato più lieve, che l’attuale consigliere riuscì a farsi amnistiare nel ’76, o ’77 – ripercorre Tomassoni – Ricordo che il giudice durante le udienze redarguiva me e Ciccioli sui nostri comportamenti da estremisti. Ricordo un rimprovero quasi scocciato e ironico del giudice, in cui rivedo il clima dei tempi: “E lei Ciccioli, la sera di Natale,  ma come le viene in mente di girare con la pistola». Gli scontri più violenti fra opposte fazioni ad Ancona come in Italia si protrassero fino agli anni ’80, attraversando gli anni di piombo, poi il conflitto ideologico e sociale cambiò forme. Paolo Tomassoni, oggi commerciante ambulante con due figli, una insegnante e l’altro ricercatore universitario all’estero, da allora non ha più rivolto parola allo psichiatra e coetaneo Carlo Ciccioli. «Scrivetelo pure, Ciccioli allora era un fascista. Ed oggi ha fatto un salto di qualità, è ancora peggio. La sua presa di posizioni razziste sono inaccettabili per un politico che deve rappresentare tutti i cittadini. È giusto che i marchigiani sappiano da che cultura viene questa sua predisposizione a provocare e ad attaccare», conclude fermo Tomassoni.

 


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