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Tairo ha bisogno di una nuova casa:
era il cane di Cesare Paolini morto
in circostanze da chiarire

SAN BENEDETTO - Il fratello Nazzareno: «E' arrivato al Pronto Soccorso con le sue gambe. Poco dopo ci hanno detto che non ce l'ha fatta e non sappiamo ancora perché». «Non si muore solo di Covid». Nel frattempo i familiari cercano una soluzione per il fedele amico che necessità di particolari attenzioni perché diabetico. Ecco la storia

Cesare Paolini ed il suo amato Tairo

di Maria Nerina Galiè

L’auspicio è che finisca bene una storia iniziata nel peggiore dei modi.

Tairo, un bel labrador di 8 anni ha bisogno di una nuova casa. Il suo padrone Cesare Paolini, 65enne di San Benedetto, è morto lo scorso 9 gennaio. In circostanze che ancora i familiari stentano ad accettare, ma anche a capire.

«Tairo sente molto la mancanza di mio fratello – commenta Nazzareno Paolininon sale più sul suo divano, si limita ad appoggiare il muso sul bracciolo. E’ un grande dolore doverlo cedere. Ma nessuno di noi è in condizioni di poterlo tenere».

Tairo è giocherellone e molto attivo e socievole. E’ però diabetico da due anni.

«Mio fratello lo viziava. Lo devo ammettere. Gli concedeva ogni strappo alla regola. Lo nutriva con prosciutto e tagliatelle. Era arrivato a pesare 52 chili. Due anni fa gli è stato diagnosticato il diabete. Poi tra dieta e farmaci si è rimesso in forma. Deve però continuare a nutrirsi con crocchette per cani diabetici e ad assumere insulina».

E’ un grande impegno, economico e di tempo, per chi volesse adottarlo?

«Per l’insulina mio fratello spendeva circa 8o euro al mese. Ma sia io che le mie sorelle e i nipoti siamo disposti a pagare queste spese.

Il nostro desiderio è che Tairo trovi persone che lo rendano felice, come lo era con Cesare. Che lo amino altrettanto. Ma anche che abbiano spazio esterno per permettergli di dare sfogo alla sua vitalità. E’ un cane piuttosto giovane».

Chi fosse interessato ad adottarlo può chiamare il numero 339.602 1523.

Ma cosa è accaduto quella terribile notte del 9 gennaio?

Cesare Paolini, marittimo in pensione, era in salute anche se «un po’ sovrappeso», racconta il fratello Nazzareno, ex comandante della Marina Mercantile.

E’ morto al Pronto Soccorso dell’ospedale “Madonna del Soccorso” di San Benedetto, poche ore dopo esserci andato «con le proprie gambe», afferma l’ex comandante. 

«Quella sera – continua il Nazzareno Paolini – mi sono fermato da lui, in zona Conad a San Benedetto.

Cesare era andato a dormire quando ad un tratto, erano circa le ore 22, è uscito dalla camera chiedendomi di accompagnarlo al Pronto Soccorso perché faticava a respirare.

Ma non stava così male, tanto che gli ho chiesto se preferiva guidare lui.

Mi ha risposto: “No, è meglio se guidi tu”.

Ci ho messo pochi minuti per arrivare davanti al tendone dell’ospedale allestito per filtrare l’accesso ai potenziali Covid. Ho chiesto aiuto e i sanitari sono arrivati con la barella sulla quale mio fratello è salito da solo. A me hanno chiesto di andare a parcheggiare altrove.

Io ovviamente non potevo andare con lui per le restrizioni anti contagio.

Mentre lo portavano via mi ha ringraziato per averlo accompagnato. E’ stata l’ultima volta che l’ho visto vivo».

Poi cosa è accaduto?

«E’ stato un rapido susseguirsi di eventi. Dal triage che mi ha fatto un’operatrice fuori dal Pronto Soccorso a quando è uscita una collega per dirmi che Cesare era andato in arresto cardiaco. Che la situazione era critica, gravissima.

Nel frattempo ho avvisato le nostre sorelle che so sono precipitate, lì fuori. Poco dopo ci hanno detto che non ce l’aveva fatta».

Una tragedia che ancora Nazareno Paolini definisce inspiegabile.

Una la certezza: «Cesare era risultato negativo al Coronavirus.

«Il mio dubbio, o timore, è che abbiano approcciato il caso dando per scontato che era un caso di complicanze da Covid, quando il suo problema era completamente diverso.

Non si muore solo di Covid.

E non sappiamo di che è morto mio fratello. Poteva salvarsi se curato in maniera diversa?

So che è dopo la morte è stata chiesta l’autopsia da parte del personale che l’ha preso in carico quella sera. Però, nonostante diverse telefonate, non abbiamo ancora il responso.

Stiamo aspettando la cartella clinica, richiesta dalla figlia».

Pensate di intraprendere azioni legali?

«Premesso che non sarei io – come fratello – a poterlo fare, so bene che nulla riporterebbe in vita Cesare. Ma sapere cosa l’ha strappato all’affetto dei suoi cari, quello si, lo voglio.

Non mi darò pace fino a che non sarà fatta chiarezza».


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