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Eyor e il suo demone creativo:
il nuovo singolo è “Atmavictu”

MUSICA - Il rapper ascolano torna con un pezzo profondo e introspettivo, influenzato dai suoi studi in psicologia, che dà il titolo all'album di imminente uscita. Con lui c'è ElDoMino. Il video diretto dal Not Found Studio in collaborazione con Davide Valenti vanta la presenza dell'attore/mimo Eugenio Ravo

di Luca Capponi 

La musica come un blocco su cui scolpire suoni e parole. Su cui creare canzoni, rime, versi che volano alto. Come un “soffio di vita”.

Eyor

Il nuovo brano di Eyor prende le mosse dal nome della scultura che Carl Gustav Jung costruì nel suo giardino di Küsnacht, dedicato al suo “demone creativo”: “Atmavictu”, appunto.

Come il singolo, con annesso video, che il giovane talento ascolano, classe 1996 (vero nome, Giorgio Scaramucci)  ha appena diffuso sul web.

Un pezzo rap in cui Eyor si avvale della collaborazione di un big come ElDoMino. Risultato: una ballata che conquista ascolto dopo ascolto, con un testo profondo e introspettivo.

Il videoclip, scritto e diretto dai ragazzi del collettivo Not Found Studio in collaborazione con Davide Valenti, vanta la presenza, tra gli altri, dell’attore/mimo Eugenio Ravo.

Si tratta del secondo singolo, il primo “William Wilson” è uscito lo scorso febbraio, che andrà a comporre l’album omonimo “Atmavictu”, di imminente uscita, prodotto da James Logan e Kosmo. Anche qui, l’ispirazione è chiara. Non a caso Scaramucci è laureato in scienze e tecniche psicologiche. E nello spiegare la scultura junghiana che lo ha così guidato, non lascia spazio a dubbi.

«La poesia intrinseca nel gesto di erigere il monumento, come a ringraziare la sofferenza e l’insoddisfazione per averlo spinto ad inseguire le proprie visioni e, tramite queste ultime, “conoscere se stesso” nell’accezione ellenica del concetto, mi ha ispirato a tal punto da portarmi a fare lo stesso, usando però le parole come scalpello e la musica come il blocco di materia grezza dal quale tirare fuori la figura» dice Eyor.

E di materia da sviscerare, ascoltandolo, ce n’è eccome.

«Per poterlo raffigurare però ho dovuto conoscere bene quel demone, capirne la morfologia e la fisionomia; comprendere il perché avesse bussato proprio alla mia porta e che cosa volesse dirmi -continua-. Mosso da questa ritrovata necessità quindi, anni addietro, ho intrapreso un personale percorso di introspezione che ho documentato passo dopo passo nell’album, grazie al quale sono riuscito a riappropriarmi della mia vita trionfando sulla palude in cui mi ero impantanato, come un ergastolano che ha scontato la condanna».

Curiosità, dunque, per quanto verrà fuori in studio. Eyor ne riassume così la sostanza. Che non può non luccicare.

«Questo disco -conclude- è un ringraziamento all’insoddisfazione, al sintomo, alla sofferenza, alla stasi, al nulla che mi ha reso ostaggio fino a qualche anno fa, perché da ciò sono riuscito a trarre il meglio che ho da dare al mondo, come nel processo alchemico; finalmente il piombo è divenuto oro».

 


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