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Cartoline dal Piceno,
“il paese delle querce” (e non solo)
Storia di una pianta-simbolo

NATURA - Lo stesso nome di Ascoli è indicativo: potrebbe essere un fitònimo derivante da "aesculus", il termine che identificava la farnia, una quercia dall’aspetto possente. Le specie presenti nel territorio e un'altra caratteristica del paesaggio agrario: le siepi

Nella foto di Lucio Piunti, il magnifico paesaggio collinare piceno (area di Cossignano). L’ordinata geometria dei campi è interrotta da siepi lineari e alberi isolati

testo e foto di Gabriele Vecchioni

Il paesaggio delle Marche fa onore al nome – al plurale – della regione: è costituito, infatti, da un mosaico di ambienti diversi, offrendo all’osservatore un’immagine sempre differente di sé: Guido Piovene, nel suo Viaggio in Italia (1957) scrisse che «L’Italia, con i suoi paesaggi, è un distillato del mondo; le Marche dell’Italia».

Qui gli alberi sono ai bordi delle strade e dei fossi (ph L. Piunti)

Qualche anno fa, in una interessante pubblicazione istituzionale dedicata alla storia e al paesaggio della regione, il territorio piceno (e, in generale, quello delle Marche) veniva definito “il paese delle querce”. Proprio questo è l’argomento dell’articolo che vuole fare il punto su questo aspetto peculiare del territorio, riferendosi specialmente a questi alberi che, per la loro diffusione, possono essere considerati piante-simbolo del Piceno e della regione («Su queste architetture del paesaggio marchigiano regnano, incontrastate, le grandi querce, piante che possono essere assunte come emblema regionale», Il quaderno delle Marche, 1983).

Un mosaico di campi copre le colline spinetolesi

Quello piceno è, sostanzialmente, un paesaggio agrario, con le colline modellate dal lavoro secolare dell’uomo, iniziato alla fine dell’Alto Medioevo e proseguito nel tempo («… il cambiamento da territorio naturale di foreste a territorio abitato di campi e boschi», S. Anselmi, 1989). L’aspetto attuale è ancora caratterizzato dalla maglia poderale della mezzadria e della policoltura, con ampi spazi ancora ricchi di naturalità.

Si tratta di un territorio assai interessante, con diverse eccellenze sia storico-architettoniche sia naturalistiche: in particolare, nell’area picena sussistono ben due entità di protezione naturalistica: la prima è la Riserva Naturale Regionale dalla Sentina, sul litorale adriatico; la seconda è il Parco Nazionale dei Monti Sibillini, nell’area alto-appenninica. Inoltre, nel caso del comune montano di Arquata del Tronto, duramente colpito dal sisma del 2016-17, una piccola parte del suo territorio è (ri)compresa entro i limiti di un secondo Parco Nazionale, quello del Gran Sasso-Monti della Laga: una situazione unica in Europa, forse nel mondo.

I quattro tipi di querce considerati nel testo (da sinistra, leccio, rovere, roverella e cerro)

Tralasciando le città e i numerosi, bellissimi centri minori, il paesaggio della regione (e, al suo interno, quello del Piceno) può essere suddiviso, in estrema sintesi, in tre aree geografiche: a partire dal litorale, si incontra prima una stretta fascia costiera che arriva a ridosso di una più vasta area collinare; si giunge, poi, alla cosiddetta fascia appenninica che annovera il “tetto” delle Marche (il Monte Vettore, cima della catena dei Sibillini, 2.478 metri). A ognuna di queste zone può essere associata una specie (botanica) di quercia.

Il paesaggio delle querce. In una storica trattazione del paesaggio vegetale italiano, l’illustre botanico Valerio Giacomini ricordava (1970) che «Chi sofferma l’attenzione su vecchie stampe o su dipinti che ritraggono paesaggi di alcuni secoli or sono, può notare con quale frequenza siano raffigurate le querce…».

I Monti Gemelli dalle colline della sinistra orografica del Tronto

La quercia è un albero vigoroso che raggiunge, a maturità, dimensioni notevoli. Lo stesso nome di Ascoli è indicativo: potrebbe essere un fitònimo. Nel Medioevo, la città picena era denominata Esculo, che potrebbe derivare da aesculus, il termine che identificava la farnia, una quercia dall’aspetto possente. Le specie di querce presenti nel territorio piceno sono diverse; vediamo quelle che vegetano nelle varie zone, caratterizzandone il paesaggio.

Vicino alla costa la vegetazione è di tipo mediterraneo e la quercia di riferimento è il leccio, albero sempreverde che, in passato, occupava aree maggiori; l’intervento dell’uomo ha fatto letteralmente sparire i boschi di leccio (le leccete), dei quali restano solamente pochi esemplari isolati. Il leccio può raggiungere dimensioni notevoli; ha foglie coriacee a appuntite, di colore verde cupo; le ghiande sono piccole. È un albero frugale che cresce anche in ambienti agonistici, cioè difficili: nella nostra zona si trovano lecci in stazioni (luoghi) malagevoli, per esempio tra le rocce del Vallone, sulla Montagna dei Fiori.

Magnifica quercia camporile nella campagna della bassa valle del Tronto

Anche l’ampia fascia collinare è stata disboscata, nel corso dei secoli, per far posto alle colture, necessarie per il sostentamento della popolazione in crescita. L’armonioso paesaggio delle nostre colline è frutto dell’azione congiunta dell’energia creativa della Natura e del lavoro dell’uomo che ha portato alla distruzione del bosco misto appenninico (del quale rimangono lembi ridotti in vallette acclivi). In quest’area, dal clima sub-mediterraneo, sono rimaste le grandi querce isolate, le cosiddette “querce camporili”, isolate nel paesaggio agrario, retaggio di una maggiore diffusione; sono querce maestose che nelle nostre campagne troviamo ai bordi delle strade, dove non creano intralcio ai lavori agricoli.

La quercia e l’ulivo, due alberi delle nostre colline

A testimoniare la rilevanza delle querce nella cultura popolare, qualunque albero di grosse dimensioni veniva identificato, nelle nostre zone, come “quercia”¸ in diversi toponimi – per es., Cerqueto – c’è la voce dialettale “cerqua”, per metàtesi linguistica.

Le specie più diffuse sono il rovere (un albero dalla chioma ampia) e la più adattabile, frugale roverella; le foglie sono lobate in maniera più o meno accentuata e le ghiande sono quelle “classiche”. La forte interfecondità tra le diverse specie di quercia genera esemplari dalle caratteristiche intermedie: proprio per questo il loro riconoscimento non sempre è agevole.

Infine, la fascia appenninica, regno del faggio, specie favorita dalle condizioni climatiche più rigide, ma dove è possibile incontrare un’altra specie di quercia, il cerro. I boschi di questa essenza (le cerrete) non sono così diffusi nell’area picena come nelle Marche settentrionali (sul Monte Carpegna, nel Montefeltro, c’è la cerreta più estesa d’Europa). La chioma del cerro è meno imponente di quella delle querce collinari; la foglia ha una lobatura più marcata e la cupola della ghianda è spinosa.

Un must delle colline picene: la siepe di biancospino con i suoi rami pungenti impedisce agli animali di “entrare”

Anche nell’area montana è evidente la mano pesante dell’uomo: grandi superfici boschive sono state “liberate” per far posto ai pascoli, necessari per l’allevamento animale e ad opere infrastrutturali, spesso inutili. L’argomento, pur interessante, esula dagli scopi dell’articolo; potrebbe essere ripreso in seguito.

Le siepi. La seconda parte dell’articolo vuole mettere l’accento su un’altra caratteristica del paesaggio agrario piceno: la presenza delle siepi ai bordi dei campi; un ambiente misconosciuto, ricco di biodiversità, testimone di percorsi antichi e del lavoro dei contadini. Non stiamo considerando le siepi ornamentali che, in città e in campagna, isolano case e villette con “muri vegetali” spesso costituiti da specie esotiche (pittòsporo, laurocèraso, fòtinia e altre specie alloctone) ma quelle che, elementi caratteristici del paesaggio, separano i campi coltivati o seguono il perimetro di orti e fossi, costituendo uno dei connotati del paesaggio piceno.

La potatura formale di una siepe monospecifica isola una casa di proprietà nei pressi di San Benedetto del Tronto

Occorre precisare che il paesaggio agreste viene percepito dall’osservatore come “naturale” ma, come già scrisse Giacomo Leopardi nelle Operette morali (1824-32): «… una grandissima parte di quello che noi chiamiamo naturale, non è; anzi, è piuttosto artificiale: come a dire, i campi lavorati, gli alberi e le altre piante educate e disposte in ordine, i fiumi stretti infra certi termini e indirizzati a certo corso, e cose simili, non hanno quello stato né quella sembianza che avrebbero naturalmente».

La siepe (dal latino saepere, recingere) è una struttura lineare costituita da alberi e arbusti; per questa sua caratteristica compositiva, può essere considerata un bosco in miniatura. Dal punto di vista ecologico, è un ecotòno, zona di transizione tra ambienti diversi (in questo caso, tra i campi e il bosco). L’ambiente ecotonale è ricco di biodiversità e mantiene questa sua caratteristica anche in casi estremi: per esempio, una siepe artificiale monospecifica o potata in maniera poco “naturale” – come nel caso delle siepi squadrate – mantiene la sua proprietà di “area di rifugio” per uccelli e piccoli animali.

Un’escursionista percorre una sterrata che attraversa un querceto, bosco luminoso ricco di fauna

Per la loro funzione di separazione di campi e aree agricole, si possono considerare siepi anche i filari frangivento di olivi, così frequenti nella campagna picena, soprattutto in collina. Sono siepi (artificiali) anche le barriere di canne e di rami secchi ma è nelle siepi vive, quelle formate da alberi o arbusti in vegetazione, che troviamo piante “utili” come l’alloro, il gelso, il rosmarino, e “selvatiche”, come il biancospino e il prugnòlo. Ai bordi dei campi, delle strade e lungo i fossi, poi, è facile incontrare densi popolamenti di canna, una pianta di origine asiatica, presente da millenni e ormai spontanea sul territorio.

Conclusioni. Il paesaggio agrario piceno si è trasformato: quello di qualche tempo fa, il patchwork di campi coltivati scandito da filari di alberi e di viti e da siepi, ormai è sempre più difficile da incontrare. È opportuno ricordare il paesaggio agrario d’antan per ragioni di memoria storica, l’importanza della quale, soprattutto per ragioni identitarie, è già stata messa in rilievo più volte.

È un dato incontrovertibile, però, che in campagna le siepi sono sempre di meno, un prezzo da pagare all’agricoltura moderna, che preferisce eliminare gli ostacoli al passaggio dei mezzi meccanici e privilegia l’uso di prodotti chimici: il geografo Lucio Gambi, per descrivere l’esito sul paesaggio della monocoltura e della meccanizzazione, ha coniato l’espressione “steppa a cereali”. In realtà, la scomparsa delle siepi – un vero e proprio “bosco lineare” – impoverisce l’intera società, sia dal punto di vista biologico (viene a mancare un serbatoio prezioso di biodiversità) sia da quello culturale (spariscono tradizioni secolari e si perde la memoria storica di confini antichi, risalenti al periodo medievale o addirittura protostorico, come segno di antichi percorsi).

Il paesaggio vegetale della Valle del Tronto

Cartoline dalle Marche Lo spettacolo delle colline picene (Le foto)


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