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Giovani, lockdown e trasgressione:
le reazioni all’isolamento
Giordani: «Occhio al rapporto col cibo»

ASCOLI - Il sociologo dell’Arengo prosegue nella sua analisi delle difficoltà affrontate dagli adolescenti alle prese con l’assenza di socialità tipica della didattica a distanza. Le diverse reazioni dell’animo umano al senso di frustrazione avvertito dalle nuove generazioni in questi mesi di emergenza sanitaria e la spinosa questione del “giovanilismo” nella nostra società: «Le reazioni umane all’isolamento variano in base alla personalità e al carattere» - SECONDA PARTE

di Federico Ameli

Qualche giorno fa, a un anno di distanza dal primo lockdown, abbiamo colto l’occasione per ripercorrere le travagliate vicende che negli ultimi dodici mesi hanno visto suo malgrado protagonista la scuola italiana, approfondendo in compagnia di Nello Giordani – sociologo del Comune di Ascoli Piceno e criminologo clinico – il discorso sull’istruzione ai tempi dell’emergenza sanitaria e analizzando più da vicino le diverse problematiche legate all’avvento della didattica a distanza e al conseguente isolamento sociale che, in un modo o nell’altro, sta inevitabilmente condizionando la quotidianità dei nostri giovani (leggi la prima parte dell’intervista).

Nello Giordani

La solo apparente contraddizione tra il netto rifiuto della Dad delle ultime settimane e il tempo libero piacevolmente trascorso sui media digitali, l’impossibilità di trovare la giusta concentrazione di fronte a uno schermo e la fisiologica mancanza di un reale interlocutore e della cosiddetta interazione face to face sono state solo alcune delle tematiche affrontate da Giordani, con la metafora del “viaggiatore sedentario” a racchiudere amaramente l’esperienza della navigazione sul web, un mezzo che non finisce mai di stupire per le sue potenzialità e per le suggestioni lontane che è in grado di evocare, ma che, una volta spento il pc, fa bruscamente ripiombare l’utente nell’abituale solitudine delle quattro mura domestiche.

Quali possono essere le conseguenze di questo isolamento forzato, sia didattico che sociale, sul futuro a breve e a lungo termine delle nuove generazioni? Per conoscere la risposta, abbiamo ancora una volta richiesto l’autorevole parere del dottor Giordani.

«Le reazioni umane all’isolamento variano in base alla personalità e al carattere – spiega il sociologo dell’Arengo -. Stando in isolamento si diventa tristi, in alcuni casi addirittura isterici. Sperimentando la solitudine, la tristezza e l’assenza di contatto umano, alcuni preferiscono rifugiarsi nel cibo: mangiano per compensare questa sorta di vuoto che avvertono dentro di sé. Ad altri, invece, si chiude lo stomaco una volta di fronte alle preoccupazioni».

«Certamente -continua- uno dei primi effetti dell’isolamento può essere rappresentato dall’aumento del nervosismo giovanile, che in alcuni casi può comportare uno sviluppo dell’aggressività. In situazioni del genere, infatti, ci si sente frustrati dall’impossibilità di soddisfare i bisogni primari, e se per alcuni questo senso di frustrazione può sfociare in atteggiamenti aggressivi, in altri soggetti può sortire l’effetto contrario, sfociando in umiliazione, avvilimento e depressione».

Una questione particolarmente delicata quella dell’isolamento sociale degli ultimi tempi, troppo spesso sminuita da chi evidentemente non deve avere granché a cuore il presente e il futuro degli adolescenti, facendosi al contrario portavoce di un “giovanilismo” – per citare il sociologo Franco Ferrarotti – che tuttavia non fa che altro che nuocere ai ragazzi e al loro percorso di formazione.

A questo proposito, secondo Giordani la stessa terminologia utilizzata per designare indistintamente le fasce meno mature della popolazione meriterebbe un ulteriore approfondimento.

«Quando si parla di giovani – sostiene il sociologo – si intendono i ragazzi dai dodici ai vent’anni, da non confondere con gli over venti, che nella nostra epoca vengono ancora considerati giovani pur essendo biologicamente adulti. Come sosteneva Ferrarotti, la nostra società ha prolungato l’adolescenza in una sorta di “giovanilismo” in cui tutto è giovane. Oggi a quarant’anni si crede ancora di esserlo, ma in realtà le cose non stanno così. Tendiamo a prolungare l’età giovane per sentirci importanti, ma così facendo dilatiamo al tempo stesso anche la stupidità umana e l’immaturità, causando un danno economico all’intera comunità».

Nello Giordani

«Chi si ritiene giovane si sente autorizzato a vivere a carico dei suoi genitori fino ai trenta, trentacinque anni: di conseguenza le case non si vendono, i giovani non lavorano e circola sempre meno denaro -va avanti Giordani- . Un tempo a venti, venticinque anni si iniziava a progettare il matrimonio; nei primi anni del Novecento anche con qualche anno d’anticipo, in linea con l’età che la natura aveva fissato per la riproduzione una volta usciti dalla pubertà».

«Al di là delle famiglie nobili o abbienti, che potevano contare sulle loro proprietà e sul personale di servizio, i tre quarti della popolazione mondiale mandava i propri figli a lavorare in quanto si avvertiva una forte esigenza di uscire di casa e di provvedere economicamente a sé stessi -è il parere del sociologo-. Fino a qualche anno fa la società avrebbe riso di fronte alle situazioni che viviamo al giorno d’oggi: l’ingiuria peggiore era quella dello “zitellone”, un fallito nella vita».

«Poi, però, sono subentrati il benessere e il consumismo, con il progressivo aumento della circolazione del denaro che ha fatto sì che ai giovani venisse concessa la possibilità di continuare a studiare fino ai trent’anni, nonostante nella maggior parte dei casi la durata dei corsi di laurea non superi i cinque anni -aggiunge-. I genitori hanno così potuto continuare a mantenere i loro figli, i “giovani” di oggi, senza doverli obbligare ad andarsene di casa e a rendersi autonomi».

Una volta fatta la dovuta chiarezza sull’argomento, Nello Giordani analizza poi le principali motivazioni alla base dell’atteggiamento spregiudicato e a tratti aggressivo che negli ultimi mesi ha caratterizzato i numerosissimi episodi di noncuranza e di trasgressione delle norme in materia di distanziamento sociale, che in più di un’occasione hanno portato la firma delle nuove generazioni.

«In linea di massima – afferma Giordani – i giovani maschi reagiscono con aggressività alle frustrazioni in quanto, non avendo a disposizione mezzi psicologici per poterle gestire in maniera adeguata, non riescono a tollerarle. Una volta arrivati ai trenta, quaranta e cinquant’anni, si impara poi a controllare il senso di frustrazione attraverso il ragionamento, la riflessione e una serie di strumenti propri di un’età più matura. Di contro, ad esempio, i bambini tendono a diventare nervosi e a piangere quando non si comprano loro le caramelle. Chiaramente, un quindicenne non si ridurrebbe mai a tanto poiché negli anni ha conosciuto altri strumenti. Ogni fascia di età ha il suo modo di difendersi dalle frustrazioni».

La movida di via Paolini, una delle vie più frequentate del centro di San Benedetto, in occasione dell’ultimo sabato in zona gialla dello scorso febbraio

In quest’ottica, l’apparentemente irrinunciabile richiamo della movida e di un divertimento forse anacronistico in relazione ai tempi che corrono non sorprende affatto il sociologo, secondo cui l’avventatezza e la poca prudenza palesate dagli adolescenti in determinate circostanze sarebbero interpretabili come una forma di reazione alle limitazioni imposte dalle istituzioni.

«Non direi che i ragazzi non recepiscano le indicazioni che vengono loro fornite -continua-. Anzi, posso garantire che essi comprendono molto bene che avviene all’interno della società. Un esempio in questo senso è fornito dai programmi di prevenzione della salute portati avanti negli ultimi anni come nel caso dell’Aids o dell’abuso alcolico: il giovane recepisce, ma in linea di massima è strafottente e crede che a lui non possa mai capitare nulla di tutto ciò».

«Adora sfidare la società, ama il brivido e la velocità in quanto tendenzialmente meno avveduto in una fase, quella giovanile, in cui si sperimenta la vita -ribadisce Giordani-. D’altra parte, più qualcosa è pericoloso e violento e più genera un’emozione forte: il giovane, dunque, comprende i programmi di prevenzione, ma crede e fa credere che non lo riguardi perché in fondo è bello trasgredire, è divertente non fare ciò che dice l’adulto poiché così facendo si dimostra a sé stessi di essere capaci di pensare e di gestirsi senza il bisogno degli altri».

«È proprio per questo motivo che i popoli primitivi adottavano i riti di iniziazione, nel corso dei quali il giovane doveva vincere la paura e dimostrare di essere in grado di uccidere il leone per entrare a far parte società adulta come uomo coraggioso -afferma-. Erano soliti sfruttare questa tipica spavalderia giovanile a fini utili alla collettività, perché una volta concluso il rito terminava contestualmente anche la stagione della trasgressione, con l’obbligo di comportarsi da adulti responsabili».

Non tutto però è ancora perduto e, una volta archiviata la pandemia, sarà il tempo a sanare le ferite dell’isolamento forzato.

«Prima o poi, anche i trentenni inizieranno a lavorare e potenzialmente potranno diventare amministratori di azienda o, perché no intraprendere una carriera politica di successo – ricordava Giordani nel corso del nostro primo appuntamento (leggi la prima parte dell’intervista) –. Ci sono ancora degli spiragli notevoli: il futuro della società è dei giovani, la prossima classe dirigente e politica».

Scuola e lockdown, Nello Giordani avverte: «L’isolamento dei ragazzi penalizza l’apprendimento»


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