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Scuola e lockdown,
Nello Giordani avverte:
«L’isolamento dei ragazzi
penalizza l’apprendimento»

ASCOLI - Il sociologo dell’Arengo analizza la complessa condizione degli studenti ai tempi del Coronavirus sottolineando come la tecnologia, solitamente vissuta come mezzo di intrattenimento, non sia in grado di sopperire all’assenza di relazioni sociali. Tuttavia, in ottica futura si intravedono dei margini che fanno ben sperare in vista del tanto atteso ritorno alla normalità - PRIMA PARTE

di Federico Ameli

Con l’emergenza sanitaria che da ormai un anno a questa parte non sembra disposta a concedere tregue di sorta, nonostante un’incidenza senza dubbio minore sulle nuove generazioni non si può certo dire che i giovani stiano uscendo incolumi dalla difficile battaglia contro il dilagare del virus.

Costretti ad abbandonare gli odiati e amati banchi di scuola, studenti e insegnanti hanno ripiegato sulle fin qui inedite possibilità offerte dalla didattica a distanza, che tra alti e bassi ha consentito loro di portare avanti programmi, verifiche e interrogazioni direttamente da casa sia nel periodo buio del primo lockdown che nel successivo anno scolastico, inaugurato con un’iniziale ritorno a scuola per poi rispolverare in corso d’opera la tanto discussa Dad.

Nello Giordani

Da marzo a marzo, negli ultimi dodici mesi il calendario sembra non aver mai voltato pagina. Almeno per quanto riguarda la categoria degli studenti, che proseguendo sulla via telematica delle videolezioni rischiano di incappare in una serie di problematiche connesse – è proprio il caso di dirlo – alla carenza di interazioni sociali vere e proprie.

«Negli ultimi mesi i giovani stanno vivendo una condizione di autentico isolamento umano – spiega Nello Giordani, sociologo del Comune di Ascoli Piceno e criminologo clinico -. Siamo isolati dai nostri simili e questa situazione ha di fatto generato un paradosso: i giovani amano i media digitali, chattano per ore su smartphone, pc e tablet e ora che hanno la possibilità di studiare attraverso i media non vogliono servirsene.

A questo proposito, spesso non viene fatta una riflessione importante: i ragazzi trascorrono abitualmente molto tempo davanti allo schermo, ma per loro si tratta di un intrattenimento, di un gioco. La caratteristica dei nuovi media è l’ipertesto, che ci conduce tra testi e contesti digitali nel mare magnum del web facendoci finire per non ricordare più da dove siamo partiti. Ma si sta pur sempre giocando: al contrario, la giusta concentrazione, l’apprendimento o la relazione interpersonale non possono verificarsi attraverso i media in quanto viene a mancare la componente umana, che invece riveste un ruolo chiave nella sfera sociale.

Sul web un insegnante viene visto come persona virtuale, anche se in fondo si sa che è reale. Un dialogo può durare quattro o cinque minuti al massimo, perché manca la presenza fisica, che è fondamentale. È importante parlarsi, interrompersi, vedersi, toccarsi, abbracciarsi e scherzare insieme, è ciò di cui abbiamo bisogno e di cui invece, inevitabilmente, il web è carente».

Nonostante gli innegabili vantaggi garantiti dalla didattica a distanza in questi mesi difficili, gli studenti non possono fare a meno di avvertire il richiamo della socialità e, perché no, del banco di scuola, teatro di compiti in classe e talvolta di insufficienze, ma anche di amicizie e rapporti da coltivare. Pc e Internet, irrinunciabili compagni di avventure nel tempo libero, hanno ancora un bel po’ di strada da fare prima di poter rimpiazzare a tutti gli effetti le dinamiche sociali tipiche del mondo della scuola.

«Il problema sostanziale – prosegue Giordani – è questo: pensiamo di essere autonomi, ma abbiamo bisogno dell’altro, il nostro interlocutore, la presenza necessaria e indifferibile. Quando viene a mancare ci sentiamo tristi, vuoti. Gli americani parlano di interazione “face to face”, che permette di vedere e valutare le reazioni dell’altro: il battito di ciglia, il mezzo sorriso, tutta la sfera del linguaggio non verbale, che a pensarci bene è uno dei più potenti. Con le parole possiamo mentire, mentre con il nostro corpo è più difficile perché è più istintuale, è il linguaggio primitivo.

Potremmo dire che stare a casa all’epoca del Covid equivale all’ozio forzato. Questa è la grande rivoluzione dei media digitali: di fronte allo schermo, il giovane si trova a fare il “viaggiatore sedentario”. Crede di viaggiare, ma quando poi spegne il pc finisce per sentirsi triste perché ha visto molti luoghi che non sapeva esistessero e vorrebbe visitarli e fare esperienza».

Che i giovani non stiano vivendo la loro epoca d’oro è piuttosto evidente agli occhi di tutti. Ciò che invece non è ancora chiaro ai più è se, una volta archiviata la dolorosa parentesi del Covid, le nuove generazioni avranno l’opportunità di lasciarsi tutto alle spalle e di ripartire da una quotidianità fatta di relazioni interpersonali alla vecchia maniera o se invece gli strascichi dell’emergenza sanitaria in corso finiranno per ripercuotersi anche sulla socialità futura delle nuove generazioni.

In questo senso, Giordani non ha dubbi. «Ci sono degli spiragli notevoli: il futuro della società è dei giovani, che costituiscono la prossima classe dirigente e politica – sostiene il sociologo –. Prima o poi i trentenni inizieranno a lavorare e potenzialmente potranno diventare amministratori di azienda o intraprendere una carriera politica di successo.

Ci sarà sicuramente una rinascita, ma solo in presenza di una campagna informativa di sostegno alla vaccinazione. Ad oggi, infatti, sono molti i giovani che intendono rinunciare al vaccino pensando di risultare estranei alla problematica».

Ed è qui che entra in gioco la scuola. «Storicamente i giovani hanno sempre rifuggito le lezioni, ma non appena è venuta meno l’istruzione in presenza con l’avvento della didattica a distanza gli studenti hanno iniziato a manifestare per tornare sui banchi.

La scuola è non solo strumento fondamentale di apprendimento e formazione di base, ma anche di socialità e maturità: consente ai ragazzi di stare insieme a amici, compagni e insegnanti, di scherzare e di divertirsi, oltre che di imparare. D’altra parte, l’apprendimento avviene quando si è felici; quando si è tristi, al contrario, non si apprende, perché la mente non si predispone a questo genere di attività.

A questo proposito, il sociologo Franco Ferrarotti diceva che la fame di scuola resiste anche se la scuola stessa viene derisa, vilipesa, maltrattata. La fame di scuola è seria tanto quanto quella di pane, è lo strumento fondante della crescita di tutte le generazioni. Non a caso nel 1920 la scuola divenne obbligatoria, perché tutti dovevano imparare a leggere, scrivere e far di conto, e non a caso oggi è l’obbligo è stato esteso fino ai sedici anni. C’è un rapporto relazionale di fondo, c’è una formazione che va al di là della semplice nozione, soprattutto in una società complessa come la nostra».

Una società che spera di voltare presto pagina e di lasciarsi alle spalle un anno a tinte decisamente fosche. Ne va, tra le altre cose, della preparazione scolastica dei nostri giovani, ma soprattutto della loro socialità, che mai come in questo caso vuol dire futuro.

(PRIMA PARTE)



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