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Pasquetta, la gita fuori porta
e le città piene di visitatori

DA ASCOLI alla Riviera, passando per i Sibillini e l'immancabile Colle San Marco, il Piceno si riscopre meta frequentata. La buona cucina in tavola, la tradizione, visite a musei e monumenti nel giorno dedicato allo svago, quello del Lunedì dell'Angelo. Cronaca di un passato che sembra immagine scolorita. Aspettando un futuro più magnanimo

di Luca Capponi 

Lunedì dell’Angelo. Giorno di Pasquetta. Sveglia tranquilla a metà mattinata, che il posto scelto quest’anno non è poi così lontano. L’entroterra del Piceno, d’altronde, di meraviglie ne offre a iosa.

Piazza Arringo nel giorno di Pasquetta del 2018

La partenza è dunque fissata per le 10,30/11.

“Ma voi intanto andate, io devo prima fare un giro in centro, vedere quanta gente c’è e come procede la giornata. Così approfitto pure per vedere chi ha vinto la gara di scuccetta in piazza Arringo”.

A differenza dell’anno scorso, c’è il sole. Incredibile. Stavolta niente pioggia a rompere le scatole.

Il cuore di Ascoli già freme. Tutti a godersi la bella giornata. I musei approfittano per fare il pieno, bar e ristoranti idem, alberghi e agriturismi parlano di sold out, ci sono le chiese aperte con tanti tesori da ammirare. Passeggio in piazza Arringo e piazza del Popolo, su tutte, ma anche nei dintorni del Teatro Romano, fotografatissimo. Insomma, sembra proprio un ponte pasquale partito bene ed ora al suo culmine. Frequentato soprattutto da turisti e visitatori.

Colle San Marco, aprile 2019

Gli ascolani, dal canto loro, hanno scelto la classica gita fuori porta. Colle San Marco, la Riviera, i Sibillini, la Laga, la Vallata del Tronto, l’Ascensione: qui c’è l’imbarazzo della scelta. E le strade brulicano. Foto al mare, sulla spiaggia, alle falde del Vettore, al Lago della Gerosa o all’Eremo di San Marco iniziano già a inondare i social.

Bene, intanto il mio l’ho giro fatto, vado. Mi dirigo anche io verso la meta. Finirò il lavoro dopo pranzo, al solito.

Per le strade incontro traffico, troppo per i nostri gusti abituati alla calma della provincia, e come al solito il pensiero si affaccia puntuale: Ma chi me l’ha fatto fare…Però va bene, per una volta si può stare tutti insieme senza pensieri, non capita mai, approfittiamo”.

Il lago di Gerosa, aprile 2018

Il ristorante scelto è uno di quelli della tradizione, una garanzia. Affettati, olive e cremini fritti, formaggio, timballo, carne, un bicchiere di Rosso Piceno o di Pecorino: la nostra enogastronomia è forte, e chi lavora con passione da dietro le quinte della cucina o direttamente in sala, anche nel giorno in cui tutti festeggiano, merita solo elogi.

Mangiata epica. Nel frattempo però il telefono ha squillato almeno un altro paio di volte: “Pezzo da 50 righe. Mettici tutto mi raccomando, ho visto in giro un sacco di gente. All’ingresso della mostra inaugurata ieri c’era la fila, quando puoi fai uno squillo all’organizzatore e fatti dire”.

Le direttive del capo, si sa, aiutano a digerire meglio. Quasi più di una passeggiata nel verde delle colline.

“Va bene, sono quasi le 17, devo riscendere per scrivere il pezzo sennò non finisco più”.

C’era una volta la scuccetta

So già che qualcuno dei miei amici storcerà il naso. Ma so anche che sono abituati.

“Appena finisco tutto torno, prometto”.

E so anche che non credono a questa mia frase di rito. Impossibile da mantenere.

Difatti, il traffico sulla via del ritorno è peggio di quello dell’andata. E non sono manco le 18. Poi le chiamate si susseguono, un altro giro in centro devo farlo e poi c’è qualcuno che comunque si lamenta e dice che qualcosa non ha funzionato, c’erano disservizi di qua e di là, mentre si prova a tracciare un primo timido bilancio: “Pasquetta da record, boom di presenze”.

Va bene, sì, i titoli sono sempre un po’ altisonanti. Ci sta.

Intanto però ho messo da parte tutto il materiale che mi serve, qualche foto, alcune dichiarazioni, gli appunti.

E’ ora di mettersi al pc.

E iniziare a scrivere: “Pasquetta 2022. Tre anni dopo. Sembrano lontanissimi i tempo in cui Coronavirus e restrizioni ci costringevano a restare in casa…”


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