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Clochard in giro dopo il coprifuoco, multati
«Stiamo presentando ricorso,
dove dovrebbero dormire?»

REPORTAGE – L’associazione "Avvocato di strada" da 14 anni garantisce in forma gratuita assistenza legale agli invisibili. Con la pandemia le richieste sono aumentate del 20%. Inoltre i posti disponibili nei dormitori si sono ridotti di un terzo. Spiega Daniele Valeri: «Sarebbe bastato allestire tensostrutture d’accoglienza nei comuni più importanti delle Marche per alleggerire l’emergenza e dare un riparo a chi non ha casa. Ma non siamo mai stati ascoltati»

Daniele Valeri

di Marco Benedettelli

C’è chi ha bisogno di prendere la residenza, perché altrimenti si resta tagliati fuori dai diritti sanitari, dagli uffici di collocamento, da qualsiasi forma d’aiuto. C’è il migrante finito a vivere in strada e che cerca di accedere al Sistema nazionale di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati. C’è il senza tetto che è stato multato per aver violato il coprifuoco, anche se non ha una casa dove ci si può rinchiudere dopo le fatidiche 22.

Dall’inizio della pandemia sono sempre più le persone che ogni giovedì vanno a bussare allo sportello dell’Avvocato di strada, in una stanza al primo piano della mensa di padre Guido, pieno centro di Ancona. L’organizzazione di volontariato da 14 anni garantisce in forma gratuita assistenza legale agli invisibili, a quelle persone più emarginate che altrimenti non avrebbero strumenti per far valere i propri diritti.

«All’appuntamento scorso abbiamo ricevuto sette nuove persone, ognuna tornerà almeno quattro o cinque volte, quelle che in media servono per aiutarle a risolvere i propri problemi. Prestiamo servizi sulle più diverse questioni», racconta Daniele Valeri, 53 anni, uno dei cinque legali del pool di Avvocato di strada e coordinatore dell’associazione, parte di una rete nazionale.

Per l’impegno profuso verso i vulnerabili, Valeri nel 2016 ha ricevuto il Ciriachino d’argento. Col Covid il lavoro si è fatto più pressante, «Direi di almeno un venti per cento», nota Valeri. Nei primi quattro mesi del 2021 si sono rivolti allo sportello una trentina di nuovi beneficiari. Si allarga la povertà, si fa più urgente il bisogno di protezione.

“Rifugi” improvvisati

«C’è una grande richiesta, ad Ancona come in tutta Italia, di domande di  residenza, sia tra migranti che italiani.  La residenza è il primo gradino per uscire dall’invisibilità, accedere alla rete dei servizi, beneficiare del Reddito di cittadinanza o degli aiuti economici, iscriversi all’ufficio di collocamento o alle liste per i vaccini anticovid», spiega l’avvocato Valeri.

I legali compilano pratiche per i loro assistiti, rispondono con lettere interlocutorie ai funzionari che chiedono informazioni  e accertamenti. Sono questioni complesse e gli avvocati di strada recentemente hanno tenuto corsi di aggiornamento in materia di domicilio e migrazione anche all’ufficio anagrafe del capoluogo. Passano mesi prima di avere udienze e risposte, intanto la miseria si cronicizza. Con la pandemia e gli sportelli pubblici che lavorano a distanza, il sistema è diventato ancora più lento e le attese snervanti.

E poi aggiunge Daniele Valeri: «Le persone non hanno un computer, non possono mandare mail o  rivolgersi in via telematica alle amministrazioni».  Diversi senza tetto durante i lockdown hanno ricevuto una multa per essersi fatti trovare in strada dopo il coprifuoco. «Stiamo presentando ricorsi in Prefettura per l’annullamento della sanzione. Dove può andare a dormire una persona che non ha un tetto? Che la sera cammina in giro anche per vincere il freddo?». Le richieste allo sportello sono delle più svariate, il lavoro è tanto. In questi mesi l’associazione è riuscita a rafforzare i suoi servizi grazie al contributi del progetto “Riesco”, che vede le forze del terzo settore unite in rete nell’emergenza Covid-19. «Cerchiamo sempre nuovi volontari. Abbiamo uno sportello operativo anche a Jesi. Dalla nostra fondazioni, abbiamo prestato aiuto a 606 assistiti», racconta Valeri.

Senza tetto nel centro di Ancona

Il numero dei senza fissa dimora è in forte aumento in città. Lo conferma anche, dal suo osservatorio, Avvocato di strada. Impiegati stagionali, braccianti non in regola, precari del mondo della ristorazioni o del turismo, la crisi è drammatica per diverse categorie di lavoratori più fragili e chi non ha attorno una rete protettiva, familiare e sociale, non si ritrova i soldi per affittare una stanza e sprofonda nella marginalità.

Per chi finisce in strada mancano i dormitori sociali, con il Covid quelli attivi e gestiti da associazioni private hanno dovuto chiudere i battenti perché impossibilitati a garantire la sicurezza sanitaria. I posti letto nelle Marche si sono ridotti di un terzo, nel periodo di emergenza freddo lo scorso anno erano 157, oggi sono una cinquantina. Restano aperti solo alcuni dei dormitori in provincia di Ancona, quelli Caritas di Jesi e Senigallia, dieci persone a Falconara sono accolte in hotel grazie all’impegno di Ats 12 e delle associazioni Tenda d’Abramo e RiBò, mentre ad Ancona si è mantenuto operativo il centro di pronta accoglienza all’albergo Cantiani, coi suoi 20 posti in condizioni normali e 40 in emergenza freddo e dove, salvo proroghe, si rimane massimo due settimane.

Succede così che numerosi senza fissa dimora da tutte le Marche puntano verso la zona di Ancona, nella speranza di poter trovare almeno qui una salvezza e dignitose condizioni di rifugio. Ma i posti non possono bastare per tutti e si resta spesso in strada, e in fila alla mensa sociale della Caritas di via Flaminia che ormai serve agli indigenti una media di  quasi 100 pasti al giorno sia a pranzo che a cena. L’associazione Avvocato di strada odv insieme alla Caritas e al Servizio di strada odv è parte della rete organizzata dai Servizi sociali del Comune di Ancona per stare vicino ai senza dimora e gestire gli ingressi al dormitorio Cantiani.  Racconta  Valeri:

«Ci coordiniamo con una semplice chat di WhatsApp. La rete è nata con l’emergenza Covid e grazie alla bravura dell’assessora Emma Capogrossi si è rilevata molto operativa.  Appena intercettiamo qualcuno che ha bisogno di aiuto, ognuno fa la sua parte, noi quella legale – spiega Valeri, che aggiunge – Con l’esplodere della pandemia più volte abbiamo chiesto alle istituzioni regionali, sia di centrosinistra che di centrodestra , di porre rimedio alla condizione dei senza casa. Sarebbe bastato allestire tensostrutture d’accoglienza nei comuni più importanti delle Marche per alleggerire l’emergenza e dare un riparo a chi non ha casa. Ma non siamo mai stati ascoltati».

Le panchine occupate dell’ex stazione marittima

Un numero rilevante dei senza fissa dimora per le strade di Ancona è composto da migranti, somali soprattutto in questo periodo, che sono in attesa da settimane e mesi di formalizzare in questura la propria richiesta di protezione umanitaria. Non c’è accoglienza in questa fase di anticamera e alle persone migranti non resta che farsi un giaciglio in un palazzo abbandonato o sotto un cavalcavia per passare la nottata.

A questi uomini e donne senza protezione, si sommano poi i richiedenti asilo usciti dai Cas (Centri di accoglienza straordinaria), a cui le istituzioni negano l’ingresso nel Siproimi (ex Sprar), il Sistema nazionale di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati.  Gente ferma in una terra di nessuno.

«Di fronte a questi casi, abbiamo presentato numerosi ricorsi al Tar – continua Daniele Valeri – C’è un episodio che per noi ha rappresentato un significativo successo, quello di una ragazza migrante. Era accolta come rifugiata e soffriva di forti problemi mentali. Uscita dal Cas, le era stato negato l’accesso allo Siproimi, l’ulteriore rete di strutture protettive per rifugiati. Un diniego arrivato perché secondo il Ministero dell’Interno in quel momento mancavano centri di accoglienza adatti a persone con problematiche di salute psichica. La donna era così finita in strada, in una condizione di grave precarietà. Ma alla fine di una lunga battaglia, come Avvocati di strada siamo riusciti a farle vincere il ricorso. Le è stata trovato un posto dove vivere in sicurezza, in Sicilia. E finalmente è riuscita a far valere i propri diritti».

 


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